E il NET?

Il NET è sempre lì. Ho scelto di tenermelo lì, almeno per ora, l'ho deciso io. L'esito della PET fatta a fine luglio, prima dell'intervento al cuore, ha confermato tutto il quadro diagnostico: è lì, ha le dimensioni che ha, piccole, non dà sintomi, soprattutto non sta andando in giro e non è aggressivo. È come avevano diagnosticato fin dall'inizio. Seguo dunque quel che mi consigliano di fare.

Un paio di settimane fa sono andato a fare la prevista visita di follow-up a valle del completamento del percorso diagnostico. La dottoressa che mi segue da quando sono stato preso in carico al San Raffaele me lo ha chiesto nuovamente - Preferisce che interveniamo?

Mi ha ribadito che deve chiedermelo, ché ci sono pazienti che non riescono a gestire l'ansia e non vogliono entrare nel tunnel dei controlli periodici, portandosi dentro quello che, comunque e dimensioni a parte, è un tumore maligno. Mi ha di nuovo spiegato che grazie ai progressi nella diagnostica e in base alle evidenze della ricerca condotta negli ultimi anni, di norma nei casi come il mio non intervengono più, ma attivano un protocollo specifico di osservazione e controllo. In altre parole, invece di aprirmi per rimuovermi un pezzo di pancreas, milza, duodeno e una parte di intestino, preferiscono tenermi sotto stretta sorveglianza e lasciarmi condurre la mia normale quotidianità. Tanto più che non c'è garanzia che del pancreas possano rimuovermi solo un pezzo, finché non aprono e non ci mettono le mani. Mi chiede dunque di nuovo se me la sento e se mi fido.

Sì, me la sento e mi fido. Di certo, perlomeno e visto quel che mi dicono, ché gli esperti sono loro, non mi faccio aprire una seconda volta a poca distanza dall'intervento al cuore, se mi confermano che per ora non sono in pericolo e se mi dicono che è la loro via preferenziale.

Me lo fa vedere sul suo monitor, il piccolo bastardo. È lì, vede, mi dice. Vedo il mio corpo in bianco nero tagliato a fette e sezionato trasversalmente. Vedo gli angiomi al fegato diagnosticati lo scorso anno, le mie viscere, la milza, il pancreas. Vedo la macchia scura. Le chiedo se può stamparmi l'immagine, ché vorrei appendermela in camera e guardarla in faccia ogni sera, come a sfidarla. Non può, purtroppo.

Mi chiede se voglio aderire al loro progetto di ricerca sui tumori neuroendocrini, mettendo a disposizione i miei dati e tutte le informazioni che emergeranno nel mio percorso. Accetto. Vengo così preso definitivamente in carico dalla loro equipe e inserito nel programma. Da adesso in avanti si occuperanno loro di tutto: di chiamarmi per i controlli periodici, delle visite, degli esami diagnostici, di tutte le fasi previste nei prossimi mesi, senza che io debba preoccuparmi di alcunché, nemmeno di farmi fare le impegnative dal mio medico. Pensano loro a tutto. Un bel benefit, a prescindere dal contesto.

Scherziamo un po': mi dice che l'intervento che ho fatto al cuore è molto peggio di quello al pancreas, che loro sono meccanici, aprono, tagliano, asportano, chiudono, cuciono e finisce lì. Che quelli del cuore invece sono dei maghi, fanno cose che per loro sono fantascienza, coi loro computer, le sonde, le fibre ottiche, i micro robot, senza nemmeno bisogno poi di cucire. Le dico sorridendo che a me pare peggio stare senza pezzi di me dentro, sorride anche lei e mi dice che certo, ma che paradossalmente l'intervento sarebbe molto più semplice, per quello che loro intendono come semplice. Al netto dell'effetto che avrebbe per me.

Mi dice che dal suo punto di vista potrei anche avere un'aspettativa di vita di trent'anni, che il coso potrebbe rimanere lì dov'è e non muoversi mai più, o forse no, che non è dato sapere, ma che devo fidarmi di loro, che se lo vedono muoversi intervengono immediatamente e chiudiamo la faccenda una volta per tutte. Che se me la sento, psicologicamente, lo lasciano lì e posso andare avanti a farmi la mia vita.

Vado avanti a farmi la mia vita. Caso mai ci ripensiamo il prossimo anno, ché per questo ho già dato abbastanza. 

Ho un NET e me lo porto dietro, ché ho altro da fare adesso che dar retta anche a lui.

Commenti

  1. "Ho un NET e me lo porto dietro, ché ho altro da fare adesso che dar retta anche a lui."

    Non vale far piangere i lettori, sappilo.
    Vai, vai, vai a darti da fare per i prossimi trent'anni.

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    1. Ma no dai, lui se ne sta lì, io lo tengo d'occhio. Come mi hanno detto più volte in questi mesi, ho il bicchiere mezzo pieno: nella sfiga, sono parecchio fortunato, poteva andare molto peggio, a partire dal fatto che se non fosse stato per il caso non lo avrebbero visto fino a chissà quando, e il quando in questi casi è quel che fa la differenza :-)

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  2. Aderire al progetto di ricerca è la cosa più saggia che potevi fare, per te e per gli altri. Ora ti devo lasciare che sto predisponendo i riti propiziatori per farti arrivare integro ai 100 anni. (ilcomizietto)

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