Domani inizio un nuovo lavoro, dopo quasi dieci mesi di disoccupazione assoluta. È stato il periodo più lungo che abbia mai dovuto affrontare da quando vent'anni fa, mio malgrado - o per mia fortuna -, fui costretto a lasciare "il posto fisso" per tornare definitivamente a fare il libero professionista: una scelta che avevo già fatto quindici anni prima per quasi un lustro, salvo poi cedere alle pressioni del mondo là fuori e lasciare la mia condizione di precario per farmi inghiottire dall'odiato universo delle aziende, che già schifavo prima ancora di averci mai messo un piede dentro.

Come ho spesso scritto recentemente, per quanto ufficialmente sia a casa da luglio dello scorso anno, la verità è che non ho più lavorato davvero dal 2023, e se parliamo di lavoro su base continuativa, almeno formalmente da un punto di vista contrattuale, sono ormai due anni da che non ho più avuto a che fare con un impegno che richiedesse una qualche forma di routine quotidiana, tipo alzarsi la mattina e andare regolarmente in ufficio, o da qualche cliente; un'agenda settimanale di impegni, scadenze ripetute, obblighi. Cose così insomma.

L'ultima esperienza professionale di questo tipo si era conclusa a giugno del 2023. Poi, nell'autunno di quell'anno, tre mesi di lavoro part time quasi tutti da casa: un incarico al quale credo di non aver dato più di venti giorni reali del mio tempo e tre o quattro presenze dal cliente, e che per il resto lasciai fare interamente a ChatGPT, copiandone stancamente le risposte mentre mi occupavo della mia astrofotografia. Con quei tre mesi di fatturato e altri quattro mesi di un'analoga esperienza - se possibile, ancora più vuota -  fra aprile e luglio dello scorso anno, attività nella quale non credo di avere investito più di dieci o quindici giornate reali, sono sopravvissuto fino a oggi. Anzi, per la verità fino allo scorso mese, ovvero da quando per la prima volta in vita mia ho esaurito tutte le mie risorse e sono dovuto ricorrere a un prestito da mia madre per potere andare avanti. A carico di mia madre a sessant'anni.

Comunque. Domani a quanto pare si ricomincia. Mai come negli ultimi mesi ho temuto di non riuscire più a rientrare e di dover affrontare davvero il baratro del fallimento totale: vendere la casa, andare a vivere da mia madre, rinunciare a tutta la mia vita e a quello che ho costruito in trentacinque anni. Un incubo che ho cercato in tutti i modi di allontanare giorno dopo giorno, perlopiù provando a ignorarlo, annegato nella mia depressione e in questo ciclo di mera sopravvivenza nel quale mi sono mio malgrado rifugiato da mesi: esci solo per fare la spesa, per il resto sempre a casa, letto e divano, divano e letto, mangiare in piedi prendendo cose a caso dal frigorifero, a mala pena occuparsi della propria igiene personale, giusto il minimo indispensabile per non puzzare, indossare lo stesso paio di jeans, la stessa maglietta, lo stesso maglione per settimane e settimane, stare sveglio tutta la notte dietro al mio telescopio o davanti al computer, la tv sempre accesa, forzarsi ad andare a dormire fra le quattro e le cinque del mattino, raccogliere i residui di energie completamente esaurite per alzarsi almeno prima di mezzogiorno, poi tornare ad addormentarsi sul divano, e avanti così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, con l'unica eccezione delle giornate in cui ci sono i ragazzi, durante le quali dover almeno fingere uno stile di vita prossimo alla normalità e svegliarsi a un'ora civile per ragioni di facciata, o per accompagnare mia figlia a scuola.

Anche oggi, del resto, e per quanto mio figlio questi giorni viva con me: sono andato a dormire alle cinque del mattino, ho dovuto prendere il solito ansiolitico per riuscire ad addormentarmi, mi sono alzato, forzandomi e stanco morto come al solito, alle undici e mezza. Colazione a mezzogiorno.

E tennis in sottofondo. Negli ultimi due anni, a far da sfondo a questa mia non vita, la tv sintonizzata ininterrottamente sul tennis, dal mattino fino a notte fonda. Credo di aver visto tutte le partite di tutti i tornei ATP e WTA degli ultimi due anni, e persino qualche Challenger. Davvero tutte, dalle qualificazioni alle finali, maschili, femminili e anche i tornei di doppio. Conosco il ranking ATP a memoria e tutti i giocatori nei primi cento posti della classifica. È come se da due anni in qua seguissi la carovana del tennis professionistico in giro per il mondo, come un groopie del circuito. Come se i giocatori di tennis fossero diventati i miei soli compagni quotidiani. Ci sono così tante metafore e ragioni in ciò che potrei scriverci un libro. Certo è che la prima cosa che ho pensato, quando mi hanno fissato per domani il primo giorno di lavoro e dovrò andare in ufficio, è stata "e come faccio a vedere gli ottavi di Madrid?". Per dire.

Mi rendo conto che non indosso più una camicia, una giacca, un paio di pantaloni normali, da un tempo infinito. Non ho più nemmeno idea se nell'armadio ci sia ancora qualcosa di adeguato alla mia taglia attuale e d'altra parte il novantacinque per cento dei vestiti e delle cose che ho nell'armadio sono chiuse lì dentro da due anni: non le ho ho più messe, né lavate, né toccate. Ci sono capi che sono rimasti stropicciati da allora, dall'ultima volta che li ho indossati. Che dovrò mettere addosso di nuovo a partire dai prossimi giorni, come fosse abbigliamento di un estraneo, come se la mia vita fosse rimasta ibernata per tutto questo tempo e ripartisse all'improvviso dall'istante esatto nel quale tutto si era congelato. Mi fa senso. Mi viene voglia di prendere e buttare via tutto, e ricomprare tutto nuovo. Non fosse che non ho le risorse per. Sarà il caso magari di prendere e perlomeno portare tutto in lavanderia.

Domani dunque ricomincio, almeno per un po', almeno finché dura. Al momento è un contratto molto breve di circa quattro mesi, pagato a giornate effettive, sebbene all'inizio l'impegno sia previsto a tempo pieno. La tariffa giornaliera è buona, addirittura la migliore che abbia visto da quattro anni o che mi sia stata proposta in tutto questo tempo. Se riuscissi a lavorare su base continuativa per un po' di mesi ce ne sarebbe di che restituire rapidamente il prestito a mia madre e tornare a respirare. È un incarico davvero di basso profilo, molto anonimo e molto noioso, ma va benissimo così: per una volta, se dio vuole, non è un lavoro su scala internazionale, è in italiano, non ho alcun team di persone di cui essere responsabile, non riporto pressoché a nessuno, non ho incarichi delicati, niente che richieda di lavorare giorno e notte o nei weekend, niente scadenze urgenti, progetti critici, pagato a giornata; posso anche - a quanto pare - gestirlo parzialmente lavorando da casa: sicuramente non in queste fasi iniziali, ma più avanti non dovrebbe essere un problema. È a Milano e non in capo al mondo, nemmeno a una distanza che si mangi tre ore di vita al giorno buttate nel traffico, una cosa più normale insomma. Avrò a che fare col solito "collega" stronzo a cui già sto sulle palle per il solo fatto di essere un consulente esterno e perché è evidente che mi abbiano messo lì perché lui è incapace, e che cercherà di tirarmi merda addosso ogni giorno, ma del resto questo fa normalmente parte delle ragioni per cui mi pagano.

Insomma, per una volta, almeno sulla carta, ci sarebbero tutte le condizioni per uno scenario "ideale", l'unico al quale in qualche modo possa riuscire ad adeguarmi e sopportare nel contesto di una professione che ormai disprezzo in modo irreversibile e sempre più a livello patologico, che soffro mentalmente e fisicamente, che mi prova oltre misura, ma dalla quale dipendo per sopravvivere, senza alternative, alla quale sarò costretto ad affidarmi ancora per almeno sette od otto anni per poter pagare il mutuo e riempire il frigorifero. L'unica cosa che posso fare è sperare che duri, cercare di non farmi cacciare e recuperare un ciclo vitale regolare, soprattutto sonno-veglia, il più rapidamente possibile. 

Nel frattempo dovrò anche occuparmi del problema di salute che mi sto trascinando ormai da otto mesi e che ho appena iniziato ad affrontare seriamente. E che mi fa paura. Molta paura. Come sempre, un passo alla volta, e provare anche questa volta, l'ennesima, a uscire dal tunnel.

Commenti

  1. Il lavoro è importante; passavo spesso di qui sperando proprio di leggere un post di questo genere. In bocca al lupo!

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