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Visualizzazione dei post con l'etichetta ricorrenze
Mi fa paura. Mi paralizza. È che non riesco proprio ad accettarlo, è come se la mia mente si rifiutasse. Accade così, sempre di più negli ultimi anni e in modo ancor più devastante dallo scorso anno. Probabilmente - anzi, quasi certamente - è per la solitudine, per la sensazione di una corsa sempre più inarrestabile, senza alcun freno, sempre più veloce, senza nemmeno il tempo di realizzare nulla, ormai. Una fine che pur non sapendo quando sia scritta - o forse proprio per questo - si avvicina inevitabile e inesorabile, mi terrorizza, il senso della morte, di tutto quello che se ne è andato e che ormai è irrecuperabile, che nessuno mi ridarà mai più, che ho perso, che non avrò mai più. Rifiuto, sì, rifiuto assoluto, quasi da voler urlare per allontanare ciò che non posso allontanare. Un silenzio attorno a me che pesa in un modo insopportabile e che mi soffoca, asfissiante. Un anno ancora che è scivolato via alla velocità della luce, nella sua inutilità totale, gettato al vento, svanito...
Fanno undici, oggi, e ormai sto iniziando a perdere il conto. È che il tempo passa, pa', e non so più nemmeno che scrivere. Non ho nulla da scrivere e a dire il vero non è che negli ultimi anni sapessi più bene cosa. Lo facevo più che altro per non far finta di essermi quasi dimenticato - la ricorrenza, intendo, ché alla fine forse ci faccio caso ormai solo perché ce l'ho segnata sul calendario, o forse no, chissà. Comunque alla fine è un'occasione anche per ripassare da qui, ché non scrivo da tanto, del resto, per vari motivi. Quest'anno sono venuto a trovarti davvero poco, quasi per nulla in confronto agli anni scorsi, e sto iniziando anche a non sentirmi nemmeno in colpa se non lo faccio. Cioè, non è che passi lì da te malvolentieri, ma insomma, (non) ho altro da fare e ho cominciato a pensare che forse dietro quella lastra di marmo non ci sei davvero, e star lì davanti a scambiare due parole in silenzio con te è solo un esercizio di retorica e scaramanzia, non so co...
Bevo a una casa distrutta, alla mia vita sciagurata, a solitudini vissute in due e bevo anche a te: all’inganno di labbra che tradirono, al morto gelo dei tuoi occhi, a un mondo crudele e rozzo, a un dio che non ci ha salvato. A quell'avatar infine cambiato. [Un anno fa, oggi]
 Buon compleanno.
Un anno fa, oggi, tu e io ci incrociavamo per caso per la prima volta.  Avrei potuto passare oltre, come mille altre volte. Invece t i vidi, lessi quello che avevi scritto e fu un attimo. Ti scrissi un messaggio. Diceva "[lo stipendio a fine mese] vince tutto". Potevi non rispondere, come accade mille altre volte. Invece rispondesti, subito: "Il pesto con l'aglio, assolutamente. Ah, dimenticavo: ho delle gambe strepitose." Eravamo noi. Non era stato un caso, era stato il destino. Una settimana dopo, un sabato mattina di inizio primavera, la nostra colazione al parco. Mi avevi travolto fin dal primo istante, ma fu in quel momento che capii che non avrei mai più incontrato nessun'altra come te. La vita, all'alba dei sessant'anni, mi aveva portato te, e venni preso dal panico.  Quella colazione non andò come avevamo entrambi sperato. Ricordo come fosse oggi il senso di sconfitta, l'amarezza, il vuoto, nel parcheggio del parco, in macchina da solo, a...
Te ne sei andato un anno fa e mi hai lasciato solo. Ho mandato un messaggio a S. ed E., un abbraccio virtuale, ma mi sono sentito tremendamente inadeguato. Qui le cose vanno malissimo e quanto avrei da parlarne con te, quanto ne avrei parlato con te, quanto avresti saputo cosa dirmi. Ho scollinato i sessanta senza di te, avremmo dovuto farlo insieme, e invece mi sento ancora più solo di quanto non sia mai stato. Che cazzo di scherzo che ci hai fatto, amico mio. S. ha postato una foto di te meravigliosa sul suo Instagram e ha scritto parole bellissime. Mi è venuto da piangere. Hai lasciato due figlie straordinarie. Se sei da qualche parte, spero che tu stia bene lì dove sei. Mi manchi. 
Sono i miei ultimi quarantanove minuti da cinquantenne. Così ho deciso che scrivo ora. Cinque anni fa, oggi, a quest'ora esatta più o meno, ero in una stanza di hotel davanti al porto di Yokohama, dove di lì a poco avrebbe ormeggiato una nave da crociera dalla quale nessuno sarebbe stato autorizzato a scendere per settimane. Ma ancora, in quelle ore, non si sapeva. Ricordo un'alba struggente sul mare. Ero seduto sul letto e aspettavo. Aspettavo una email che non sarebbe mai arrivata. Pensai che avrei smesso di piangere per sempre. In effetti non andò poi così, piansi ancora molto nelle settimane e nei mesi seguenti. Mi ci sono voluti anni per smettere di piangere davvero e perdonarmi, o almeno fare pace con me stesso e ricollocare altrove qualche colpa, per quanto irrilevante, nel posto corretto. Quella è stata anche l'ultima volta che ho preso un aereo. Non ho mai più volato da allora, né, quasi, viaggiato. Non in quel modo, comunque. Ho pianto ancora recentemente, un paio...
Il 2022 - dopo mesi terrificanti, dopo la scoperta del tumore, dopo l'operazione al cuore, dopo tre quarti dell'anno a casa disoccupato, dopo aver chiuso nel peggiore dei modi un capitolo lungo e importante della mia vita; dopo tutto questo - si era concluso accettando una inaspettata assunzione a tempo indeterminato, una decisione in verità sofferta e ragionata a lungo, che però lipperlì mi risollevò finanziariamente e  aprì al la prospettiva di un futuro e un ultimo ciclo della mia vita professionale finalmente stabili e in pace, perlomeno dal punto di vista economico. Insomma, alla fine l'anno si era salvato. Il 2024 no. È stato a mia memoria il peggiore anno della mia vita. Peggio di quel 2022, che alla fine si era chiuso con un po' di speranza e fiducia, prologo di un 2023 tutto sommato non male, un anno che sembrava finalmente di rinascita dopo un lunghissimo periodo buio, per quanto poi in realtà  non fosse  stato così. Ma avevo galleggiato molto bene, sopratt...
È così carica di significati questa data, che quasi non a caso quest'anno arriva a valle di una settimana assurda. Non riesco a smettere un istante di ripensare a ogni minuto degli scorsi giorni, a ripercorrerli uno per uno, a chiedermi cosa è successo e come sia possibile che ci sia rimasto sotto in questo modo. Perché la verità è che ci sono rimasto sotto, come a uno tsunami improvviso, non preannunciato da alcuna scossa leggera, anzi, proprio mentre avevo appena iniziato a prendermi cura delle cicatrici ancora fresche di un'ennesima esistenza andata in frantumi, per quanto questa volta da tempo sull'orlo di un collasso atteso ormai a distanza di sicurezza. Ancorato per una volta al solo desiderio di stare da solo, di far pace con me stesso, di alleggerimento e - in fondo - rassegnazione, di silenzio. E invece. Come un uragano che approfittando di una piccola fessura lasciata socchiusa col solo scopo di fare entrare uno spiffero di aria fresca, abbatte in un attimo la por...
Per varie ragioni negli ultimi anni ho lavorato molto poco, trascorrendo periodi di disoccupazione anche piuttosto lunghi. In qualche modo, almeno fino a oggi, sono riuscito a stare in piedi nonostante mutuo, assegno familiare astronomico, inflazione alle stelle e il torrenziale inarrestabile flusso di cassa in uscita a sostenere un ecosistema personale che, se quindici anni fa poteva avere una sua ragion d'essere, anno dopo anno è diventato sempre meno giustificabile, soprattutto ogniqualvolta mi lasci andare a un qualche acquisto compulsivo avventato. Non mi è ben chiaro quanto finora sia riuscito a tener botta grazie alla pluriennale gestione maniacale del mio conto economico che non perde di vista un solo centesimo fra entrate e uscite, o semplicemente al culo. In linea di massima, una combinazione di entrambe le cose.  Di certo, da quando sono andato a vivere da solo ormai più di trent'anni fa, sono sempre stato molto oculato nell'amministrarmi e misurare i rischi, per...
Nove. Non vengo quasi più a trovarti, lo so. Quest'anno un paio di volte direi, una due mesi fa, per il tuo compleanno.  Hai visto, mio fratello, sì? Chi lo avrebbe mai detto. Io no. Mi dispiace tanto e non avrei detto nemmeno questo, che mi sarebbe dispiaciuto fosse mai successo, intendo. E invece. Sono in pensiero per lui. Ho sempre idea che dietro quel che mi accade di straordinario e imprevedibile ci sia ogni volta tu, che guardi e fai cose per prenderti cura di me. È un pensiero sciocco, suppongo. Ma mi piace crederci. Ti tiene qui con me, anche se non sei mai passato, o forse sì e non sono stato capace di sentirti, chissà. Sono stati anni assurdi, gli ultimi quattro. Mi hanno invecchiato di colpo di dieci e me li sento tutti addosso. Son sempre lì ogni giorno che mi chiedo quanti me ne mancano, e anche questo è assurdo. Non lo so che è successo, non riesco più a mettere a fuoco nulla. So solo che nonostante tutto sto ancora qui, miracolosamente in equilibr...
Così sono cinquantotto. È un sabato, sono a casa da solo, ho un po' di influenza, non ho nemmeno una bottiglia di spumante, né una torta. In effetti una torta potrei anche farmela, ma non ne ho voglia e per la verità non ho nemmeno uova, a pensarci. Forse potrei fare una torta senza uova. Anzi, sai che c'è, forse me la faccio, tanto ormai la dieta è saltata da prima di Natale, e dunque. Mi faccio una torta all'acqua e cioccolato, che è pure leggera. Così sono cinquantotto, l'età a cui è morto Vialli, per dire, che del resto si portava un coso nel pancreas, sebbene non come quello che mi porto io, per fortuna, ma tant'è son qui che aspetto il prossimo controllo, non è che uno non ci pensa. Poi Vialli aveva un po' a che fare con me da ragazzo, è stato in qualche modo parte di una mia esistenza di quarant'anni fa tracciata su alcuni diari di carta che non mi decido mai a buttar via, e dovrei farlo, e prima o poi lo farò, e sta di fatto che a scriver "quara...
Otto anni questa mattina. Ha ripreso a non funzionare bene, sai? Lo sento, soprattutto di notte. Dormo pochissimo e male, mi sveglio e lo ascolto. L'ansia sale, mi prende da dentro, scava, mi tormenta. L'altra sera sono uscito tardi da una riunione difficilissima con le pulsazioni quasi a cento e in piena crisi, ho dovuto prendere un ansiolitico per calmarmi. La media a riposo è risalita di dieci battiti in tre settimane, dopo tre mesi di discesa continua e ritrovata serenità. Sta andando di nuovo tutto a puttane e io non so dove sbattere la testa. Mi è venuto da piangere. Non avevo mai pianto in vita mia per una questione di lavoro. Lo odio, lo sai. Lo odio ogni giorno di più, mi sta consumando sempre più rapidamente, ormai è una questione seria di salute e non so come fare. Non riesco a vedere una via di uscita. Non ce la faccio più, non posso più sostenerlo, mi sento sempre più in colpa perché mi pagano, tanto, per una condizione privilegiata che non merito, che non mi appa...
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Vent'anni fa, il 3 maggio del 2002, più o meno alle otto di sera,  alla Stazione Centrale di Milano,  salivo su un treno che, allora credevo fortemente, avrebbe cambiato il mio futuro una volta per tutte, e partivo per quella che sarebbe stata a tutti gli effetti la più grande avventura della mia vita. Vent'anni fa avevo trentasette anni, un contratto da dirigente a tempo indeterminato in una grande multinazionale, una casa in centro a Milano, una macchina aziendale, una pensione integrativa e un'ottima assicurazione sanitaria. La rappresentazione perfetta di tutto ciò che odiavo e mai avrei voluto essere. Persino i trentasette anni erano fin troppi, mi sembrava di essere già in ritardo sulla mia vita, o perlomeno sulla vita che avrei voluto e che, per tutte quelle cose che col senno di poi e gli anni che si accumulano inesorabili nelle pieghe della pelle diventano sempre fin troppo ovvie e chiare, mi ero fino a quel momento lasciato scivolare via fra le mani gi...