Vedi, in questo momento alla tv c'è Dee Dee Bridgewater che canta What a wonderful world e quella sera di metà agosto di tre anni fa, con la luna che si rispecchiava sull'oceano e What a wonderful world che passava nell'autoradio, è l'ultima sera meravigliosa al termine di una giornata meravigliosa che riesca a ricordare in questo momento, quella sera in cui avrei voluto che il tempo si fermasse in quell'istante esatto, davanti all'oceano illuminato, prima di quella curva, che la mia vita si congelasse lì, insieme alle persone che più amavo al mondo, smettesse all'improvviso di scorrere, ché sapevo che quella, esattamente quella, era la felicità, e io non volevo perderla mai più.

Mai più.

Invece il tempo non si ferma. Solo quattro giorni dopo, la felicità che si spezza all'improvviso, il primo uragano che mi travolge, io che provo a tenerlo a distanza per qualche mese, a modo mio, fuggendo, l'unica cosa che so fare, che faccio sempre, mettendo tutto lo spazio possibile fra me e il dolore.

Poi la pandemia, la vita all'improvviso travolta e la mia lunga fuga interrotta, più nessuna via di scampo, il vuoto che mi aspetta a casa e io che rimango prigioniero di me stesso, senza più ossigeno. Il mondo che si ferma e il mio mondo che si ferma con tutto il resto del mondo. Nel momento sbagliato, con sei mesi di ritardo.

Un anno esatto dopo mi esplode fra le mani anche la vita professionale, ancora qualche mese e perdo il lavoro di conseguenza, ma la verità, io lo so bene, è che non fosse accaduto quel che è accaduto, non sarei comunque durato molto di più, ché al momento dell'esplosione ero già consumato oltre il mio limite di resistenza, e quel limite di resistenza, anno dopo anno, va inesorabilmente riducendosi sempre più, il margine è ormai troppo sottile, dentro si è rotto tutto da tempo e fuori non riesco più a recitare la mia parte, ormai la maschera è logora, e si vede, so che si vede, ed è dannoso che si veda, assai dannoso.

Poi la guerra, che mi fa male, forse più di altre, ancor più di Aleppo se possibile, che mi fece male parecchio, ancor più di Sarajevo e Mostar, che non sono mai più riuscito a staccarmi dagli occhi e dalla testa, ché le guerre che fanno male a chi la guerra non la fa, come noi, come tutte le cose che fanno male, sono quelle più vicine, e queste guerre, per motivi miei, sono state e sono tutte vicine, e questa poi è la prima guerra che (non) vedono i miei figli, che li spaventa, di cui mi chiedono, preoccupati, al telefono, ché di guerre non sanno nulla, come del resto quasi tutti noi, ma questi anni qualche guerra mi è capitato di sfiorarla, o di toccarne gli effetti subito dopo, di andarla a cercare e a vedere, dopo, o di passarci in mezzo fra un combattimento e l'altro, e ogni volta è stato un incubo, ogni volta non ho saputo che dire, a chi dirlo, poi, raccontare, spiegare, nemmeno respirare, per la verità, ché la guerra è davvero troppo, troppo, per un essere umano.

Poi la mia guerra. Ed è paradossale, ma questa sera, dopo What a wonderful world, guardando le immagini di Francesca Mannocchi, pensavo che la mia guerra è ben piccola cosa, abbastanza insignificante tutto sommato, che viviamo una vita meravigliosa, noi. Anche io, da tre anni in qua, anche con la mia guerra insignificante.

Che poi è quel che faccio sempre, da sempre, per difendermi. Ridurre le mie cose, la mia esistenza, i miei accadimenti, fino ad annullarli al cospetto delle cose vere del mondo. Dar loro in qualche modo una dimensione rapportata all'universale e dunque azzerarli, come a guardarmi da molto in alto, o da molto lontano. A pensarci, è un po' una forma di protagonismo al contrario, mi si nota di più se scompaio, credo. Qualunque dimensione possano assumere le cose che mi accadono, indifferentemente, le metto a distanza e le osservo per quel che sono, le comprimo dentro di me, e chi mi guarda da fuori poi non capisce, non sa che mi accade dentro, non legge, e io non sono capace di dare risposte, e mento, di solito, quasi sempre a dire il vero, ché quando dico la verità è sempre una verità difficile da spiegare e faccio peggio. E va a finire che sono solo. Ero solo, sono solo, sarò sempre solo. Non sono capace di essere due. Figurati molti.

Io so che le cose transitano, tutte, passano, si allontanano davanti a me fino a diventare passato e scomparire. Le cose brutte più lentamente, o almeno sembra. Le cose belle molto rapidamente. Non dura mai nulla, l'ho imparato mio malgrado molto presto. A trent'anni si è proprio cretini, ti sembra di essere adulto e non sai un cazzo, ti comporti come fossi arrivato e devi ancora partire. A trent'anni io ero proprio stupido. Non che a quaranta. Avvicinandomi ai sessanta qualcosa, forse qualcosa, inizia a chiarirmisi. Che assurdità la vita, tutta a creder di sapere cose e a inseguire quel che credi di sapere, poi ti accadono le cose e in un solo istante non sai più un cazzo. Quel che ho imparato è che le cose accadono e così, a modo mio, cerco sempre di tenerlo bene a mente in qualunque momento della mia esistenza, sempre, in modo da anticiparle di una frazione di secondo e fregar loro l'effetto sorpresa, quando arrivano. 

Tre anni fa volavo in prima classe da un capo all'altro del mondo, bevendo champagne e programmando serate sull'oceano con le persone che amavo. Ricordo perfettamente una notte in aereo, mentre volavo a oriente, pensavo proprio a questo, finirà mi dicevo, finirà probabilmente molto presto e tutto tornerà al punto di partenza, e proprio per quello non volevo dormire, non volevo perdere un istante di quel pezzo di vita, fissavo il buio dell'oceano sotto di me, cercavo le luci delle navi che trasportano le cose attorno al mondo, mi dicevo ricorda questo momento, vivilo tutto, respiralo, stringilo, perché finirà.

Mi capita sempre quando viaggio, quando sono in movimento. Non riesco mai a dormire, a chiudere gli occhi, né a leggere, né a parlare con altra gente, passo ore e ore a guardare fuori dal finestrino il mondo che scorre, perché ho paura di perdermi cose, al massimo scrivo per fissarle, le cose, per non dimenticarle, per congelare quegli istanti, ma parlare, o leggere, o dormire, mai.

Quella sera davanti all'oceano, con What a wonderful world che passava sull'autoradio, io la ricordo per quello. Perché cercavo di afferrarla e stringerla sapendo che mi sarebbe sfuggita dalle mani e l'avrei persa per sempre. Per colpa mia, fra l'altro.

Tre mesi fa ancora mi curavo le ferite, altre ferite, e pensavo che poteva andare molto peggio. Che può sempre esserci un peggio ad attenderti dietro l'angolo che non sai, e quindi devi afferrare il momento e fare la conta delle cose che hai, e concentrarti su quelle. Ecco, a volte dimentico questa cosa, questa cosa della conta delle cose che ho, e invece è un esercizio fondamentale, è parte dell'allontanamento e della misura giusta delle cose, la misura per cui un qualunque disgraziato di Mariupol, o di Bucha, o di qualunque buco sperduto nelle piane dell'est con cui magari hai scambiato due chiacchiere una sera, ecco, la sua, adesso, è una guerra vera, e la tua non è un cazzo, la tua è che hai un'assicurazione e che questa assicurazione, quando ti apriranno, se ti apriranno, pagherà, ad esempio. La tua è che quando ti apriranno, se ti apriranno, per quanto ti possano togliere - e il medico, oggi, ha detto che sì, ti potranno togliere parecchio probabilmente - ti toglieranno sempre meno di quel che han tolto a lui, e hai ottime probabilità peraltro, poi, di continuare quasi come se niente fosse, lui no.

Chissà il tipo che mi ha aiutato a Odessa, dov'è. Che fa. Contro chi combatte la sua guerra, in questo momento.

Quasi come se niente fosse. Perché in effetti, dopo, nel caso, niente sarà più come prima. Niente. Ma quasi certamente con una vita ancora davanti, un po' diversa forse, ma una vita in cui riprendere a fuggire dalle cose a modo tuo e ricordarti che potrebbe andare sempre peggio. Del resto te lo ha detto anche il dottore, oggi. Sono fortunato, per quanto sia difficile da capire e comprendere, ora. Avrebbe potuto essere molto peggio e per quanto possa andar male nelle prossime settimane, e certo, potrebbe andare parecchio male, parecchio, resta il fatto che sono nella condizione di poter guardare il bicchiere mezzo pieno, e il mio bicchiere è parecchio mezzo pieno, a confronto di molti altri bicchieri. Quindi ho il dovere di guardare le mie paure in faccia e metterle al posto giusto, ché d'altra parte ancora non è scritto nulla di quel che davvero accadrà, per quanto certo, tutte queste settimane ho pensato la stessa cosa, e ad ogni frase che è stata aggiunta è andata sempre peggio.

Ho paura. Ho parecchia paura. Non so cosa mi aspetta e ci vorranno ancora giorni per saperlo. Dopo la visita di oggi inizio ad avere abbastanza chiaro il quadro peggiore, che non è purtroppo il meno probabile, anzi. Eppure il peggiore è sempre migliore di quel che potrebbe essere. Aiuta? Poco, per ora. Mi piace pensare che anche nel quadro peggiore riuscirò a dire una stronzata a chi mi starà intorno e a buttare tutto in vacca. Non so se ne sarò capace in verità, ma le guerre, quelle vere, stanno altrove.

Oggi ho guardato in faccia un dottore che mi ha detto "lei ha un tumore maligno al pancreas", che me lo ha chiarito bene per filo e per segno, caso mai ancora non lo avessi capito e a collocarlo al posto giusto nella scala delle cose, e sono riuscito a non vomitare e a non svenire. Anzi, ne abbiamo parlato anche con una certa serenità e razionalità, e mi ha spiegato bene perché sono fortunato e il mio bicchiere è mezzo pieno. Dunque (ri)parto da lì, il mio nuovo punto zero è questo. E adesso iniziamo a combattere anche questa nuova, piccola, guerra. Che fosse stato un classico carcinoma al pancreas allora eran cazzi molto più seri. Invece la rarità, pensa, che culo.

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