Aspetto. Scivolano via così i miei giorni, le settimane, i mesi, affondato su questo divano infinito che era pensato per essere diviso in tre, o in quattro, nel quale da solo scompaio nel nulla, fissando lo schermo, o il soffitto. Da qualche giorno pioviggina o minaccia pioggia, si accumulano nuvole nere e poi nulla, oppure qualche goccia, poi un raggio di sole, poi ancora nuvole. Sarà così ancora per giorni, dunque non posso nemmeno invertire il mio tempo per illudermi di non buttarlo inesorabilmente via, trascorrendo le notti sveglio, in terrazza, a fotografare il cielo, e dormendo poi di giorno, per nascondermi. Il cielo mi tradisce e non mi resta altro. Vado comunque a letto tardissimo, ancor più del solito, a notte fonda; mi alzo a orari assurdi, confondo i pasti, di tanto in tanto do un'occhiata ai fiori nei vasi sul terrazzo di sala, poi torno annoiato davanti al monitor, non so a far cosa. Non ho nemmeno nuove foto da pubblicare per manifestare almeno un po' di esistenza in vita su qualche social. Ho abbandonato anche quel lavoro di riorganizzazione del mio archivio che portavo avanti da qualche anno e così, alla fine, sarà solo l'ennesimo progetto incompiuto, un altro spazio piantato a metà dell'opera, adesso che avrei pure gli strumenti e l'esperienza per tirarne fuori davvero qualcosa di spendibile e interessante, ma dovrei rifare da capo gran parte del lavoro, e non ne ho voglia, non ne posso più di rovistare nel passato, così molte storie e viaggi rimarranno definitivamente ibernate nei miei hard disk, migliaia e migliaia di immagini sepolte nelle cartelle, senza alcuno scopo che non sia di ricordare, a me, il tempo che se ne va. Come tante altre cose.

Ho mal di testa, mi capita spesso ultimamente. Mi viene in mente che alla fine scrivo solo di angosce. Il punto è che scrivo apposta delle mie angosce, è quel che voglio. Ho bisogno di guardarle in faccia. Se non avessi angosce, se stessi bene, non avrei bisogno di scrivere.

A meno che non sia in viaggio. Ma non ricordo più nemmeno com'è viaggiare. Mi sembra pazzesco a pensarci. Il mio archivio alla voce "Viaggi" contiene centinaia di cartelle, decine di migliaia di fotografie ordinate scrupolosamente, in maniera maniacale, a partire dal 1983, il mio primo lungo viaggio da solo, e poi anno per anno, viaggio per viaggio, a volte anche tre o quattro viaggi per anno, luogo per luogo, continente per continente, oceano per oceano, una teoria lunghissima di percorsi, geografie, volti, incontri, immagini, storie della mia vita. Che si interrompe, di colpo, a febbraio 2020. Non ci sono più cartelle nuove, dopo. Nulla. Dopo c'è solo l'angoscia.

Ieri cercavo qualcosa in soffitta. Spostavo i miei trolley, accatastati a fianco degli zaini e delle scatole che contengono l'attrezzatura fotografica. Per anni ho vissuto sempre con un trolley pronto accanto al letto. A parte alcune parentesi, quasi tutta la mia vita è trascorsa con una valigia in mano. Ci sono stati anni pazzeschi, vissuti più in aria che a terra, di aeroporto in aeroporto, da un aereo all'altro, e anni di decine di migliaia di chilometri in macchina, avanti e indietro, ore e ore e ore di autostrade e altre strade, caselli, autogrill, aree di servizio e brevi sonni rimanendo seduto al posto di guida, lo schienale un po' abbassato, appartato in qualche piazzola, il cellulare spento. Ci sono state le vite e le case altrove, o le centinaia di hotel dove ho trascorso una notte fra una riunione e l'altra, o anni sempre nella stessa camera. Mi passano davanti agli occhi tutte le mie vite altrove, le mia case di Roma, Alba, Varsavia (tre case ho cambiato a Varsavia!), gli hotel dove ho vissuto per settimane e in alcuni casi per mesi e mesi, a Firenze, Budapest, Arlon, Lussemburgo, Arco, Torino, Maranello, Parma, Lubiana, Rouen, Zagabria, Praga e poi Houston, Tokyo, Cleveland, Filadelfia, Albuquerque, Shanghai, Doha, Goa, Abu Dhabi, Londra, Francoforte, San Paolo, Birmingham; e ancora le sale riunioni di Chicago, Amsterdam, Parigi, Graz, Stoccolma e tutte quelle che nemmeno ricordo più. E in mezzo i weekend in corsa a casa, o le settimane alterne.

E a ogni giro, a ogni cambio di hotel, casa, vita, appena rientrato fra le mie quattro mura, far di tutto per ripartire comunque di nuovo, anche da solo pur di partire, quante volte da solo, volare via ancora più lontano, oppure risalire in macchina e mettere di nuovo migliaia di chilometri fra me e il mio letto, lasciando nel trolley solo jeans e t-shirt, la mia inseparabile Moleskine nera, lo svizzero, la frontale, i caricabatterie universali, le copie del passaporto, quasi null'altro, sempre solo bagaglio a mano, che fosse una settimana o un mese, a due passi da casa o in capo al mondo, con una stagione diversa, un cielo diverso, un mondo diverso, io e il mio trolley da cabina, null'altro.

Così sto lì in soffitta e guardo i miei trolley. Ne ho quattro di dimensioni diverse. C'è quello blu, l'ultimo arrivato, che avevo preso solo pochi mesi prima che il mondo si fermasse; un trolley piccolo da quarantott'ore, giusto per il computer, un paio di camicie, un pigiama, il beauty case. Lo avevo preso per tamponare gli occasionali viaggi brevi di due o tre giorni, stufo di portarmi dietro la combinazione trolley-normale-da-cappelliera più zainetto per il computer e le cose di prima necessità nelle occasioni in cui mi servivano giusto uno spazzolino e il portatile, e una camicia di ricambio che alla fine serve sempre. Credo di aver fatto a tempo a usarlo solo una volta, mi pare a Londra.

C'è poi l'inseparabile trolley verde che mi ha seguito negli ultimi anni in giro per tutti i continenti, dagli Stati Uniti alle Bermuda, dal Brasile all'India, dall'Ucraina all'Islanda, al Kosovo e alla Cina, dalle Fær Øer al Sudafrica, dalle Azzorre alla Corea e negli Emirati, ovunque, dove sono riuscito di volta in volta a stivare giacche  da ufficio e giacche a vento, camicie e t-shirt, pantaloni da lavoro o jeans a seconda che viaggiassi coi jeans o coi pantaloni da lavoro, e tutto il minimo indispensabile per sopravvivere per due o tre settimane a cambi di fusi orari, stagioni, climi, riunioni e settimane in mezzo a zingarare per altri mondi, cene di lavoro e hamburger nei fast food, vite altrove e comunque.

C'è il trolley marrone un po' più grande, quello che le compagnie aeree non accettano come bagaglio a mano, che portavo talvolta quando viaggiavo in macchina e stavo via a lungo, e che è venuto con me l'ultima volta in Giappone, ché dovevo metter dentro la tuta da sci e l'abbigliamento per la neve di Nagano, e le giacche estive per Singapore e le magliette per il Qatar, ché in due settimane avrei infilato tre stagioni e due continenti, dalle sale riunioni di Tokyo, alle piste da sci delle Alpi giapponesi, al caldo tropicale e fradicio di Marina Bay, alla gelida aria condizionata degli uffici di downtown Singapore, all'aria di sabbia e sale di Doha, e nel trolley marrone entrava tutto quel che mi serviva. 

C'è il trolley grande verde, che da solo occupa mezzo baule della station wagon, che usavo quando andavo in montagna a sciare coi bambini, prima che diventassero grandi e iniziassero a viaggiare col proprio trolley; infilavo dentro tutto, tre tute da sci, maglioni pesanti per tutti, i pacchi di pannolini per Carola quando era ancora piccola piccola, la farmacia con tutto il necessario per le emergenze, tre pigiami, anzi, quattro o cinque, perché potevo aver bisogno di un cambio per i cuccioli al seguito, libri per tutti e tre. È in soffitta ormai da anni, non l'ho più usato da quando i ragazzi sono cresciuti. Forse giusto una volta, mi pare, qualche anno fa, quando siamo andati via un paio di giorni a sciare e abbiamo deciso di partire con una sola valigia grande, buttando dentro al volo le giacche a vento e l'attrezzatura, un paio di beauty case e i pigiami.

Ormai viaggiano entrambi coi loro trolley e hanno iniziato a viaggiare anche da soli, o perlomeno senza di me, né la madre. Ché il tempo se ne va, anche questo tempo.

C'è quella specie di brutto trolley nero, convertibile, che all'occorrenza si trasforma in uno zaino. Lo comprai su Amazon per pochi euro nel 2018, per il mio secondo giro del mondo. Avevo bisogno di qualcosa di molto versatile e compatto allo stesso tempo. Volevo viaggiare come sempre col solo bagaglio a mano, ma dovevo fare i conti al solito con almeno due stagioni, il caldo della Polinesia e del Pacifico meridionale, e l'inverno della West coast settentrionale americana. Sapevo che alle Cook mi sarei dovuto spostare con un motorino e avevo dunque bisogno di un sistema per trasportare il bagaglio, ma non volevo viaggiare con uno zaino, ché lo zaino è sempre maledettamente scomodo a meno di non aver vent'anni e fare il backpacker, o affrontare qualche trekking, o una spedizione su una sperduta catena montuosa. Gironzolando per Amazon, trovai quella specie di trolley, una piccola valigia di tessuto morbido con il fondo rigido, le ruote e un manico per trascinarla, ma da cui potevano essere estratti due spallacci per trasformarla in uno zaino. Perfetta per quell'occasione e mai più usata, anche perché tornò irrimediabilmente provata dall'essere stata sbattuta per tutto il pianeta, di aereo in aereo, e poi fra sabbia, sale e neve.

E poi tutti i miei zaini da montagna e da viaggio, da quelli più piccoli da usare in città, a quello perfetto per portare attrezzatura fotografica, computer  e cavi, fino al grande zaino da sessanta litri per le spedizioni, i viaggi avventurosi e le salite alpinistiche di più giorni, che ho usato ancora una volta lo scorso anno per i giorni di trekking lungo il Sentiero del viandante.

Così me me sto lì, seduto in soffitta, in mezzo ai miei zaini e ai trolley vuoti che hanno ancora appiccicate le piccole etichette adesive per gli scanner degli aeroporti e i tag dei club frequent flyer attaccati alle maniglie. Conto le notti che ho passato fuori casa a partire dal febbraio 2020. Una notte sul Monviso, giugno 2020, coi ragazzi. Una decina ad agosto 2020, trascorso a zonzo per l'Abruzzo e il Molise, ancora insieme a loro. Due notti sul Sentiero del viandante, giugno 2021. La zingarata in Puglia e Basilicata ad agosto dello scorso anno, verosimilmente l'ultimo viaggio con entrambi i figli, ché da quest'anno lui andrà via da solo con la fidanzata. E infine le due notti trascorse in montagna quest'anno, prima di prenderci il Covid tutti e tre.

Per il resto, da febbraio 2020, sono sempre rimasto a casa. Sempre. Fin quando ho avuto un lavoro mi è capitato qualche volta di andare in ufficio a Milano, ma non credo più di dieci volte in due anni. Da quando ho perso il lavoro, sette mesi fa, più nulla. Lo scorso anno ho rifatto il passaporto, ché mi era scaduto, ma non l'ho più utilizzato. Se ne sta lì, vergine, sopra la pila dei vecchi passaporti consumati dai visti, dai timbri e dai viaggi passati, e chissà per quanto ci rimarrà. A febbraio 2020 avevo anche dovuto rinnovare l'ESTA appena scaduto. Rientrato dall'oriente sarei dovuto ripartire per gli Stati Uniti di lì a pochi giorni. Sono rimasto a terra, come tutti e non sono mai più ripartito. Di fatto, con le sole eccezioni di cui sopra, non mi sono più mosso da casa, quasi nemmeno per una gita di una sola giornata. Ormai non so più nemmeno perché sia accaduto, periodi di lockdown a parte. So solo perché non mi muovo adesso.

Aspetto, me ne sto qui sul divano e guardo scivolare via anche questi giorni nel vuoto assoluto, come ormai mille altri dietro. Non ci sono nemmeno i ragazzi, sono senza macchina, forse piove forse no, chissà. Son qui da solo e fisso il soffitto, senza un progetto, un'idea, un piano per il futuro. La settimana di Pasqua è andata in fumo: sei giorni da spendere coi ragazzi, non abbiamo fatto nulla: avevo provato a fare un piano per una zingarata di qualche giorno, ma fatti due conti, visto il momento, andar via in tre nel ponte di Pasqua era decisamente una spesa da evitare. Di andare a sciare, come abbiamo quasi sempre fatto, nemmeno a parlarne: fra neve pressoché assente e soprattutto le condizioni attuali del mio cuore, non era un'opzione, a meno di non portar su comunque i ragazzi e poi trascorrere le giornate chiuso in una baita ad aspettarli e guardar la gente divertirsi. Ho lasciato perdere.

Domenica di Pasqua abbiamo provato a partire senza meta, almeno per allontanarci da casa: la macchina mi ha piantato dopo un'ora di viaggio, in mezzo all'autostrada. Siamo rientrati con un passaggio del carro attrezzi e poi in treno, ché ho dovuto abbandonarla a ottanta chilometri da casa, in un deposito, in pieno ponte, senza alcuna alternativa. Così sono rimasto anche senza auto e lo sono tutt'ora, ché ancora non sono riusciti a rimetterla in pista. Perlomeno coi ragazzi l'abbiamo buttata sul ridere. Questi giorni invece sono da solo, senza auto e senza nemmeno un cielo favorevole per passar la notte a fare fotografie. Così scrivo. Non ho altro da fare. Nulla. Nulla. Nulla. Aspetto. Essenzialmente aspetto giovedì.

Mi manca da morire la mia vita. Scivolano via i giorni, le settimane, i mesi. Sto alla finestra a guardarli passare con la consapevolezza che quella vita non tornerà più, in ogni caso. Qualunque cosa verrà, non sarà più quella.

Ho lavorato un paio di settimane, dopo mesi, o almeno ci ho provato, anche se per la verità non lo chiamerei esattamente "lavorare". Più che altro ho partecipato a qualche call conference, da casa, e anche "partecipato" andrebbe declinato nel modo corretto, ché perlopiù ho ascoltato, anzi, ho solo ascoltato. Comunque alla fine non se n'è fatto nulla. Non c'ero io con la testa, non c'erano le condizioni per proseguire, ché non è dato sapere se e quanto sarò disponibile sul breve termine. Dipenderà tutto dalla visita di giovedì e da quelle delle prossime settimane. Avevano bisogno di qualche garanzia e io non sono nelle condizioni di poter garantire nulla in questo momento, né in termini di presenza effettiva, né peraltro mentale. Non riesco. Quel che è peggio, per provare a star dietro a questa opportunità ne ho lasciate andare altre due o tre un po' più gestibili, solo perché questa mi sembrava l'unica che fossi in grado di sostenere, non fosse altro perché era a due passi da casa e avrei potuto seguirla a occhi chiusi con la mano sinistra, senza bisogno di accendere nemmeno un neurone. Così invece mi sono bruciato in un colpo tutte le carte che avevo in mano per ricominciare perlomeno a lavorare e sono punto e a capo, avendo però buttato nel cesso un altro paio di mesi e di plafond conseguente. Guardo i numeri sui miei fogli Excel erodersi giorno dopo giorno e inizio a chiedermi dov'è, questa volta, la linea rossa. Quando.

Inutile d'altra parte rimettermi a caccia adesso. Dopodomani ho la visita chirurgica e dovrei avere qualche informazione in più, anche se immagino che per avere un quadro definitivo dovrò prima avere i risultati della PET e dunque ci vorranno almeno altre due o tre settimane minimo. Poi ne parlerò, finalmente, a mia madre e ai ragazzi. Sto cercando di prepararmi mentalmente ai possibili scenari, perlomeno a quelli che fino ad ora ho capito essere il ventaglio delle possibilità che mi si prospettano: intervento a breve, asportazione parziale del pancreas o, alla peggio, totale (e diabete conseguente), milza, un pezzo di duodeno: è una possibilità sul tavolo, considerata l'età, la mia anamnesi e lo stato teorico attuale del tumore, almeno in attesa dell'esito della PET; oppure aggredirlo senza intervenire, via radio, o chemio. Mi sembra di aver compreso che la probabilità che lo lascino lì dov'è, in osservazione, al momento è davvero ridottissima, e d'altra parte mi chiedo se davvero questa eventualità mi rilasserebbe un po' almeno nel breve periodo. Non so quanto riuscirei a stare più tranquillo sapendo che mi porto dentro un tumore maligno al pancreas, per quanto piccolo, dovesse essere confermato che è così. Non so. Non so nulla.

Cerco di guardare direttamente in faccia il quadro peggiore, me lo scrivo fra queste righe per metterlo nero su bianco e rileggerlo, per essere psicologicamente pronto a un tale scenario, per quanto sia possibile esserlo, cosicché se per un qualunque miracolo fosse anche solo un minimo migliore sarebbe comunque una buona notizia. Ma in verità guardo il calendario davanti a me, vuoto come non è mai stato in vita mia, e mi chiedo chi sarò in quei giorni che verranno. Cosa ne sarà di me.

Non ci riesco proprio a pensare al lavoro in questo momento, riesco solo a pensare alla vita completamente diversa e altrove che avrei voluto per me, alle occasioni, vere, che ho avuto e che ho bruciato, per paura, per pigrizia o per inerzia; ai progetti che non ho mai avuto il coraggio di affrontare veramente, al mio tempo buttato senza quasi mai provare davvero a cambiare il corso delle cose come avrei voluto, a inseguire i miei sogni una volta per tutte, invece di farmi trascinare dagli eventi e dagli errori senza mai reagire. Agli amori sbagliati, a quelli fatti a pezzi, alla mia perenne insoddisfazione e ricerca a vuoto, all'inesorabile senso di incompiutezza che mi accompagna e mi tormenta da sempre, come un motore che gira in folle all'infinito senza mai riuscire a ingranare davvero una marcia e andare deciso in una direzione.

Tutti i talenti sprecati, le cose che ho buttato via, i sogni abbandonati a cui ho rinunciato, me stesso. Tutte le cose interrotte, mai finite, incompiute, spesso solo per noia, o per non volermi impegnare a fondo, o rischiare davvero. La musica, la montagna, la scrittura, la fotografia, la corsa, persino i viaggi. L'unico vero investimento della mia vita, i sei mesi in Asia, dei quali a giorni cadrà addirittura il ventennale e mi sembra un abisso: anch'esso irrimediabilmente sprecato e buttato nel cesso per allinearmi a una prospettiva di vita facile e già tracciata, ma non mia, a un modello di vita che avevo fatto mio solo per calmare le acque attorno a me, inserirmi nei binari ed essere quello che immaginavo tutti si aspettavano dovessi essere. Persino io me ne ero convinto. Per paura.

L'occasione persa a Varsavia nel 2008. Forse la più importante che abbia mai avuto, quella che davvero avrebbe cambiato il corso della mia vita, in ogni caso. Il licenziamento improvviso e quasi incredibile del 2015, che ha di nuovo stravolto la mia esistenza e cambiato tutte le carte in tavola, un'altra volta ancora. L'ennesima risalita, faticosissima, durata altri tre anni. Tre anni fa pensavo di avercela fatta davvero, alla fine, a raddrizzare in qualche modo le cose una volta per tutte: non proprio come avevo sognato per una vita, ma almeno abbastanza da trovare infine un equilibrio per il tempo a venire. Un equilibrio, finalmente, da condividere. Invece ho perso di nuovo tutto, in un continuo loop del quale non riesco a non pensare di essere l'artefice più o meno occulto, a seconda dei casi.

Il cancro è arrivato a dare una bella badilata alle macerie ancora fumanti, con una precisione chirurgica, va detto. "Il cancro". Lo pronuncio ad alta volta, lo chiamo per nome, così da metterlo al suo posto nel (dis)ordine delle mie cose, trovargli una collocazione, fissarlo negli occhi, prendere fiato mentre guardo allo specchio il mio viso invecchiato e nuovamente ingrassato in modo inaccettabile da questi mesi di nulla, sempre più attraversato da segni, macchie, solchi, stanchezza infinita di tutto, tutta questa assenza, soprattutto, un'inerzia che mi ha completamente travolto e dalla quale non credo di essere capace di uscire da solo, questa volta. 

Mi ritrovo sempre più spesso a far l'inventario delle cose che ho perso e che non torneranno mai più. Poi metto in fila alcuni pezzi della mia vita per capovolgere il punto di vista. I miei Quattromila, alcuni affrontati e saliti da solo. L'ho fatto, ero io. Quello spirito e quell'energia ero io. Il mio libro. La mia Patagonia, le mie Svalbard, i miei due giri del mondo. I sei mesi in Asia. Il mio Everest. La maratona. Persino, alla fine, questa storia dell'astrofotografia, che mi è venuta - anzi, mi sta venendo - proprio bene. Persino tutte le volte che sono ripartito da zero col lavoro e ogni volta che sono riuscito con ostinazione a riposizionarmi meglio del giro precedente, per quanto non fosse la vita che volevo e per quanto detestassi quel che facevo per guadagnarmi da vivere, fino a lasciarci un pezzo di salute.

I figli. I miei figli, ecco. Le cose che ho fatto con loro, da solo con loro, soprattutto quando erano piccoli e tutti mi guardavano come fossi un marziano.

Ché né di madri, né tanto meno di padri soli con due figli piccoli, una ancora coi pannolini, che prendevano e andavano a piantare la tenda quasi a quota duemila, a dormire a zero gradi per settimane, cucinando sul fornellino, o si imbarcavano su un aereo e volavano sopra l'oceano con una valigia di matite colorate e libri di favole, no, non ne ho visti mai. Quante cose che abbiamo fatto e imparato insieme, quante avventure, quanti giorni e quante notti con gli occhi addosso a loro, ventiquattr'ore su ventiquattro, finché non rientravamo a casa, tornavano dalla mamma e io, a quel punto, finalmente, potevo addormentarmi, sfinito e felice, per poi ripartire immediatamente, da solo, a volte appena ventiquattr'ore dopo, salire di nuovo su un aereo e riattraversare i continenti, magari per andare a vedere da vicino gli effetti di una guerra, senza curarmi della gente che mi chiedeva, a cinquanta come a diciotto, perché.

Così guardavo oggi la giornalista in tv inviata in Transnistria vendersi il suo scoop spiegando quanto fosse difficile andare laggiù e raccontare meravigliata a qualche migliaio di spettatori di un mondo del quale fino a ieri nessuno conosceva l'esistenza, rimediando rapidamente con Wikipedia la sera prima di prendere un passaggio per Tiraspol. Io ci sono stato dieci anni fa, ho dormito laggiù, i carri armati russi c'erano già e giorni dopo ero poi dovuto entrare illegalmente in Ucraina perché la frontiera non era ufficialmente riconosciuta. Mi aggiravo da solo per Tiraspol e di tanto in tanto scrivevo un tweet che forse leggevano in quattro. Ma non mi fregava nulla: ero riuscito a entrare anche in Transnistria da solo e no, non era stato difficile. Era bastato prendere un treno e scommettere sul fatto che nessuno mi avrebbe fermato. Mi presentai alla polizia della stazione di Tiraspol e dissi che volevo fermarmi nel loro "Paese". "Dissi" è un eufemismo: impiegammo una buona ora per capirci; loro non sapevano bene che fare, io non parlavo una parola di russo, loro non una di inglese. Alla fine mi rilasciarono un lasciapassare scritto a mano con qualche timbro, valido settantadue ore, che conservo ancora in un vecchio passaporto. Uscii dalla stazione, mi guardai in giro: mi avvicinai a un tizio con una vecchia Lada gialla e gli chiesi se conosceva un hotel dove portarmi. Non avevo moneta locale, né potevo procurarmela perché i bancomat non prendevano le carte di credito internazionali. Il segnale roaming non funzionava, ma funzionavano le SIM moldave. Mi ricordo perfettamente quella prima notte a Tiraspol. Qualche settimana dopo ero a Chernobyl.

Sì, ne ho fatte di cose. Eppure, ognuna di queste è rimasta a modo suo incompiuta. Se capovolgo di nuovo l'orizzonte, ciascuna di queste cose è rimasta orfana dell'obiettivo vero che mi ero promesso. Come tutte le montagne che volevo salire, quelle importanti, quelle che contavano davvero nella mia lista e nella mia vita, e che non ho salito, o quelle dove mi sono fermato dieci metri sotto la vetta, qualunque sia stata la ragione per cui l'ho fatto. Le frontiere che non ho attraversato, qualunque sia stata la ragione per cui mi sono fermato. I voli su cui non sono salito, le maratone che non ho corso, i libri che non ho scritto, i progetti che ho piantato a metà, o che sono rimasti solo appunti nei miei cassetti. E di ognuna di queste cose, ognuna, sapere che avrei potuto. Non solo che avrei potuto provarci e che avrei avuto il dovere di farlo per vivere la mia vita, ma che in molti casi, in moltissimi, sarei riuscito. Il senso di colpa che mi assale mentre mi guardo alla specchio, per non aver vissuto la vita che davvero avrei voluto, non perché non abbia avuto la possibilità di provarci, ma perché a quella possibilità ho spesso girato le spalle, per pigrizia o per immotivata e ingiustificata paura.

Per dubbi, timori, quieto vivere, procrastinazione all'infinito, la maledizione del prima o poi che poi non è mai, perché alla fine non è mai il momento, e invece il momento è sempre lì, è che bisogna chiudere gli occhi e prenderlo, come quando sono uscito di casa una mattina di autunno del 2001, sono andato in ufficio come ogni giorno, sono entrato nell'ufficio del mio capo senza aver davvero pensato bene cosa dire e come affrontare la cosa, e gli ho detto "io voglio andarmene via un anno e ho bisogno di un'aspettativa: se non è possibile mi licenzio".  E un istante dopo aver detto quelle parole, realizzare che lo avevo fatto davvero e sentirmi all'improvviso leggerissimo e capace di qualunque cosa. Me lo hanno chiesto mille volte, dopo, quale sia stato il momento più difficile del mio overland in Asia, di tutti quei mesi: ho sempre risposto che è stato sedersi davanti al mio capo e dirgli che me ne andavo. Dopo è stato tutto facilissimo, come non avessi fatto altro in vita mia che attraversare deserti e frontiere assurde, improvvisare la mia vita di giorno in giorno in lingue aliene, inventarmi un percorso giorno dopo giorno dove percorsi non esistevano o erano noti solo ad altri viaggiatori che seguivano le stesse rotte e che si tramandavano di passaparola in passaparola. 

L'autobus per Lhasa. Gli uffici della polizia di Almaty. Il dopobomba dell'Aral. L'infinito del Gobi. L'angoscia di Irkutsk. Le notti in tenda coi nomadi del Pamir. La polizia religiosa di Mashhad. L'Everest. Il Torugart. Il Kunjerab. Il Taklamakan.

Lo Strahlhorn da solo in invernale. L'alba, sempre da solo, a Capanna Margherita. Il campo base del Cerro Torre, d'inverno, ancora da solo, nella mia tenda. Il freddo pazzesco di quelle notti. La portiera strappata dal vento in Islanda, in mezzo a quel deserto di ghiaccio, nessuno nel raggio di chilometri e chilometri. La Rocsta Jeep che si insabbia in mezzo al Namib, a una distanza sconosciuta da Walvis Bay, venticinque anni fa. Sciare davanti allo Stretto di Magellano. Aleppo. Al Raqqa. 

Ne ho fatte di cose, sì. Adesso aspetto. Aspetto giovedì. Si è aperto il cielo stasera, potrei finalmente uscire in terrazza a provare la nuova autoguida per l'astroinseguitore, ma adesso non ne ho voglia. Le previsioni per domani notte sono buone. Magari domani sì, o magari giovedì notte, dopo la visita. Adesso no. Adesso il tempo mi scivola via, ho solo voglia di chiudere gli occhi. 

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