Mezzanotte. Random playlist in sottofondo, si intitola "Leggendo", per quanto io stia in realtà scrivendo. È musica un po' da piano bar, quel tipo di musica che suonano i pianisti negli hotel di Casablanca mentre Bogart beve qualcosa, o al ristorante panoramico dell'ultimo piano di un grattacielo di Philadelphia, o in certe lounge per frequent flyer dove ho trascorso ore e ore fra un aereo e l'altro, scappando da qualcosa, o da qualcuno, raccontandomi che viaggiavo, mentre di fatto perlopiù mi spostavo da un luogo all'altro, o che lavoravo, il che è piuttosto ridicolo a pensarci, ché non ho mai pensato davvero di lavorare fra un aereo e l'altro. Al massimo, se non sprofondavo in qualche poltrona a scrivere, andavo in cerca di una tazza.
Le tazze. Quante tazze ho cercato e con quante tazze ho viaggiato. A volte che corse, disperate, mentre annunciavano l'imbarco, per trovare la tazza. Quante tazze nel trolley, quante acrobazie per riuscire a infilarle in ogni angolo, quanto amore in quelle tazze. Quanto.
Me ne era rimasta una, in casa, che però non avevo comprato in un aeroporto, ma in un negozio di una piccola capitale di casette colorate di legno, in un giorno molto freddo di un altro aprile, in mezzo all'oceano, ché alla fine c'è sempre un oceano di mezzo, ed è curioso a pensarci, ché io son sempre stato un uomo di montagna e di montagne, e invece, alla fine, quel che conta da molti anni a questa parte ha sempre un po' a che fare con l'oceano, e col mare. Gli anni che passano mi portano al mare e mi allontanano dalla montagna. È tantissimo che non vado in montagna, e quando ho provato a tornarci a gennaio, per qualche giorno, dopo molto tempo, mi ha immediatamente respinto. La mia montagna mi ha cacciato.
La mia montagna è finita quel giorno di luglio del 2009, incastrato in quella fessura, su quella cresta a quasi quattromila metri, la corda tesa che mi tiene sospeso nel vuoto, il panico da dominare non so come per uscire da quella situazione assurda, il temporale che sembra avvicinarsi sempre più rapidamente. È finita quella sera in quel rifugio, la notte interminabile senza chiudere occhio, l'alba rosa sul ghiacciaio, le valli ancora avvolte dall'oscurità e dalla foschia, tremila metri più in basso, e la cima appena lì sopra, per la terza volta lì davanti a me, a un passo, il mio terzo tentativo che sta nuovamente per naufragare, questa volta nella testa ben prima che nelle gambe e nei polmoni. So che non salirò nemmeno questa volta e so che sarà l'ultima volta che mi troverò lì. Non tornerò mai più a provarci. Qualcosa si è rotto dentro. La discesa infinita, da solo, lungo la morena, fra i rivoli d'acqua di fusione e i canali di ghiaccio sporco, senza quasi voltarmi, tradito da ciò che più ho amato per tutta la mia vita, sconfitto e umiliato.
Sapevo che la mia montagna era finita lì, quel pomeriggio, con le prime baite in vista, gli alberi, la strada che appare più in basso, il parcheggio, gli ultimi passi. Proprio quando pensavo di aver ripreso, al massimo della forma mai avuta, certo di poter finalmente mettere a segno tutti quei sogni che fino a quel momento erano rimasti, per anni, solo fra le pagine dei miei libri.
Deve essere lì che è iniziato l'oceano. Ormai da tempo so che voglio finire i miei giorni davanti all'oceano. È l'ultimo progetto nella mia lista segreta. Fino a qualche tempo fa sapevo anche dove. Adesso non più, o meglio, non sono più certo di volere che sia proprio lì. Ché non avrebbe più senso, ormai. Ma chissà.
Me ne era rimasta una, di tazza. Avrebbe dovuto finire in uno scatolone e partire col resto, anche lei, ma era la tazza che usava mia figlia per far colazione quando era piccola, così avevo deciso di conservarla. La tenevo nascosta in fondo a un armadietto. Qualche tempo fa, una mattina, nel sistemare alcune cose in cucina, mi è sfuggita all'improvviso di mano ed è andata in pezzi. Ho pensato che era un segno. Ho pensato che in fondo era solo una tazza e ho ricacciato in fondo ogni altro pensiero, nel buio del pozzo dove l'avevo affondato ormai da tempo. Ho raccolto i cocci e li ho buttati. Ho detto a mia figlia, in fondo era solo una tazza, e poi sono rimasto in silenzio. Giorni dopo mi sono accorto che sulla sua scrivania, in camera, c'era la tazza perfettamente incollata pezzo a pezzo. Mi ha sorriso, le ho accarezzato la testa e le ho dato un bacio. Ne abbiamo parlato solo qualche tempo dopo. Ci siamo abbracciati e abbiamo finalmente pianto insieme.
I battiti non si abbassano da ormai quattro settimane e oggi è stata una giornata parecchio difficile, fisicamente provante, soprattutto dopo che mi hanno chiamato dall'ospedale. Le fibrillazioni han ripreso a galoppare e non rientrano più. Si erano date una calmata martedì scorso, dopo i risultati del citologico, ma da venerdì, quando ho parlato col medico, sono ripartite peggio di prima e non hanno più smesso. Sta diventando un problema serio, anche perché non riesco a far nulla, mi sento spossato, sono in uno stato di stanchezza continua, fisica e mentale, in continuo affanno, non riesco a concentrarmi su nulla. Mi addormento spesso e faccio una fatica tremenda ad alzarmi dal letto. Bisogna che torni dal cardiologo il prima possibile, ma che altro può dirmi se non ribadirmi che l'unica, a questo punto, è intervenire, ma devo prima capire come va avanti la faccenda del pancreas, che se sto a quel che venerdì mi ha detto il medico potrebbe risolversi a sua volta in un intervento, di ben altra natura e difficoltà, a breve. Forse posso farmi alzare il dosaggio dei beta e vedere se tengo botta per qualche mese. Sono incastrato in un angolo. Finché non mi dicono qualcosa di chiaro sul tumore non posso mettere in conto di affrontare, adesso, anche il problema del cuore. E d'altra parte le possibilità che il cuore si dia una calmata, in questa situazione, direi a questo punto che sono pressoché zero, a meno che in effetti non mi aiutino i beta. Devo occuparmi anche di questo, c'è poco da fare.
Mi hanno chiamato dall'ospedale esattamente negli unici quindici minuti da sei mesi a questa parte in cui avevo una riunione importante. Quando le cose non vanno per il verso giusto, ci vanno tutte in perfetta sincronia. Aspettavo la chiamata da tre giorni, hanno centrato perfettamente l'unico momento sbagliato. Ma almeno hanno chiamato, ché non ne potevo più di aspettare in questo limbo, in questa terra di nessuno, dove non sono ancora in mano a nessuno e nessuno si sta occupando davvero di me e della cosa maledetta che mi porto dentro. Adesso ho un appuntamento e si inizia a fare sul serio. Anche se l'appuntamento è fra quindici giorni e quindi devo ancora aspettare. Aspettare e aspettare.
Poi la PET, per capire se si muove, quanto si muove, dove se ne sta andando, nel caso, nella malaugurata ipotesi che stia pensando di andarsene da qualche parte prima ancora che si inizi a fare qualcosa. Poi si capirà, a quel punto, se aprire, rimuovere, togliere, aggredirlo con la forza, oppure in modo subdolo, entrando di nascosto, per altre vie, con la chimica, o la fisica, invece del ferro e della guerra di trincea. Perché ormai mi è chiaro che l'ipotesi di stare semplicemente a guardare quel che accade non è pressoché contemplata, a meno di sorprese o, più propriamente, mezzi miracoli. È stato molto chiaro il medico venerdì. Ed è stata altrettanta chiara la mia dottoressa ieri. Poi certo, tutti dicono vediamo quel che diranno l'oncologo, il chirurgo, lo specialista. Ma intanto. Intanto il tempo corre e le cose è necessario che accadano rapidamente, non è una faccenda che si mette in un angolo e ci si penserà con calma, quando mi sarò abituato all'idea. Non c'è un tempo per abituarsi all'idea. È quella cosa lì e punto.
E mi è altrettanto chiaro, adesso, che qualunque tipo di guerra sarà, nulla sarà più come prima. Resta solo da capire in che misura. E questa è la cosa che in assoluto mi fa più paura. Più della guerra. Più delle armi per combatterla. Più delle ferite. È il tempo, gli eventi che accelerano di settimana in settimana, pur con tutte le attese nel mezzo, e il fatto che è tutto cambiato. Non è un'ipotesi, è un fatto. È già successo. È già tutto cambiato. Manca solo la misura del cambiamento. E presto saprò anche questo, perché il tempo sta correndo in avanti e a me non ne rimane nemmeno per mettere a fuoco, con calma. E forse è meglio così. Non fosse per i battiti che ormai sono fuori controllo e devo fare qualcosa per tenerli a bada, che i beta non bastan più, perlomeno quelli attuali.
Avrei bisogno di qualcuno che mi prendesse per mano e pensasse per me, ora, a cui lasciare il timone, chiudere gli occhi e affidarmi alla cieca, completamente, lasciarmi trasportare, addormentarmi, svegliarmi alla fine di tutto e guardare il mare. Invece navigo da solo, come del resto ho scelto di fare mio malgrado, ché d'altra parte, alla fine, sono sempre stato un viaggiatore e un alpinista solitario, e ho a lungo sognato di essere un navigatore solitario.
Mi torna di nuovo in mente quel pomeriggio sui gradini della stazione di Odessa, dieci anni fa. Ne ero certo, quel giorno. Sarebbe stata l'ultima volta che viaggiavo da solo. Invece non ho più nemmeno quei messaggi. Non mi è rimasto più nulla. Il biglietto di un parcheggio. La ricevuta di un corriere. Foto che tengo sepolte in fondo al mio computer.
Chissà quando risalirò su un aereo. Chissà come sarà tornare a volare dall'altra parte del mondo. Chissà quando potrò farlo. Chissà dove andrò. Chissà se sarò solo.
Non posso scappare. Questa è la cosa che più mi spaventa e che è diversa da quel che è sempre stato prima. Prima potevo sempre salire su un aereo e scappare, o almeno illudermi di. Mettere spazio fra me e tutto il resto, fra me e il dolore, fra me e le cose che accadevano. Questa volta non posso. Non basta salire su un aereo. Non ho una via di fuga. Non posso nemmeno scegliere le armi per combattere, ché le sceglieranno altri al mio posto. E se per caso, per qualche strana congiunzione astrale, si decidesse per il momento di non combattere, sarebbe solo una condizione di tregua, di cessate il fuoco mentre si negozia ad altri tavoli.
È tutto cambiato. Comunque andrà. Persino se non dovesse accadere nulla.
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