Vent'anni fa, il 3 maggio del 2002, più o meno alle otto di sera, alla Stazione Centrale di Milano, salivo su un treno che, allora credevo fortemente, avrebbe cambiato il mio futuro una volta per tutte, e partivo per quella che sarebbe stata a tutti gli effetti la più grande avventura della mia vita.
Vent'anni fa avevo trentasette anni, un contratto da dirigente a tempo indeterminato in una grande multinazionale, una casa in centro a Milano, una macchina aziendale, una pensione integrativa e un'ottima assicurazione sanitaria. La rappresentazione perfetta di tutto ciò che odiavo e mai avrei voluto essere. Persino i trentasette anni erano fin troppi, mi sembrava di essere già in ritardo sulla mia vita, o perlomeno sulla vita che avrei voluto e che, per tutte quelle cose che col senno di poi e gli anni che si accumulano inesorabili nelle pieghe della pelle diventano sempre fin troppo ovvie e chiare, mi ero fino a quel momento lasciato scivolare via fra le mani già fin troppe volte, o quanto meno all'epoca ancora pensavo mi avessero strappato, senza rendermi conto che l'artefice dei miei errori ero, sono sempre stato e sarò sempre, alla fine, solo io.
Vent'anni fa però, per un istante, ci provai davvero e lasciai tutto per inseguire i miei sogni. Non sono mai riuscito a liberarmi del rammarico di pensare che se fossi stato una volta di più da solo, come era stato tante altre volte prima e sarebbe stato altrettante poi, o se avessi stretto la mano giusta, le cose avrebbero potuto prendere una strada completamente diversa. La mia strada, quella che sognavo davvero, l'unica che desiderassi. Non ho mai smesso un giorno, questi vent'anni, di pensare a cosa sarebbe accaduto se quei mesi avessi avuto la possibilità di scegliere autonomamente la direzione che avrei voluto prendere davanti a ogni bivio che si sarebbe poi rivelato determinante per tutti gli eventi a venire. Ciascuno di quei bivi che mi hanno inseguito poi per tutta la vita, per non avere avuto il coraggio di ascoltare me stesso negli unici momenti in cui contava davvero farlo, davanti a occasioni che avevo sognato per una vita di avere e che all'improvviso erano lì davanti a me, bastava solo allungare la mano, prenderle e ascoltare me stesso, invece di farmi trascinare da timori e ambizioni non mie, verso un futuro che non mi apparteneva e che detestavo.
Ai piedi dell'Everest, prima. Alla frontiera col Pakistan, poi. Sulla strada di Herat, ancora più avanti. Davanti al ponte sul Bosforo, infine.
Invece ho attraversato il ponte. Lo sento ancora addosso quel dolore, quello strappo fortissimo nella mia esistenza, quel risucchio che mi trascina e io che non riesco a nuotare e a emergere, a vincere la corrente che mi riporta, di binario in binario, verso il senno di poi. Non mi sono mai più perdonato di aver rinunciato ai miei sogni dopo averli toccati con le mani.
La verità è che è difficile a distanza di vent'anni restituire ai ricordi i colori originali e ripulirli dall'epica con cui il tempo li dipinge, e nemmeno io oggi so davvero cosa è stato vero e cosa è diventato via via falso, per quanto i miei diari di allora, scritti giorno dopo giorno in pessima calligrafia con la penna blu, raccontino una storia che a saperla leggere fra le righe è chiarissima e dove l'ermetismo di certi miei di pensieri è solo parzialmente camuffato. Io lo so, perché l'ho scritta io quella storia e ho scritto io quei diari, e so quando non ho scritto esattamente tutto quello che avrei voluto scrivere, perché non si sa mai, e cosa avrei voluto scrivere quando non ho scritto.
Quei diari dattiloscritti sono oggi affondati nei cassetti della soffitta, in mezzo a mille altri diari, carte, lettere, biglietti, foglietti, oggetti e cose. Non li rileggo più da tempo. Anche il mio libro ho rinnegato, ché non sono mai riuscito a sentirlo davvero mio fino in fondo, per quanto io sappia che è mio e per quanto, proprio per questo, lo detesti ancora di più, ché avrei voluto scrivere un libro completamente diverso. Ne conservo solo un paio di copie da lasciare ai ragazzi, ché magari un giorno gli verrà voglia di leggere chi era il loro padre. Che poi la verità è che non sarà il libro a dirglielo, ma quei diari che scopriranno rovistando nei cassetti in soffitta.
Che poi la verità è che senza quello strappo fortissimo oggi non avrei nessuno, forse, a cui lasciare le due copie del libro rimaste. Invece, proprio grazie a quello strappo, la vita mi ha portato loro. Oppure me li avrebbe portati comunque, chissà, magari all'ombra della valle del Rongbuk. Ma questo non potrò mai saperlo.
"Dalla Transiberiana alle steppe mongole, dal deserto di Gobi alla Grande muraglia, dal Tibet al campo base dell’Everest e alla traversata dell’Himalaya, dalle piogge torrenziali dei monsoni alle nevi dei passi del Pamir. E ancora, il Nepal e l’India, il Taj Mahal e la mitica Karakoram highway, la leggendaria oasi di Kashgar, la favolosa Samarcanda, le impenetrabili repubbliche dell’ex-Unione Sovietica in Asia centrale, fin giù in Iran e in Medio Oriente, rientrando infine in Europa attraverso il Bosforo. Deserti, montagne, steppe infinite. Le cime più alte della Terra e le distese di sabbia più vaste del pianeta. Le grandi capitali d’Oriente, gli sperduti villaggi della Via della seta, gli accampamenti nomadi dei discendenti di Gengis Khan."
(Di questa storia in rete non esiste purtroppo più traccia. Le fotografie, invece, sono archiviate qui.)

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