Me lo ha chiesto la dottoressa a un certo punto, dopo un'ora di visita, di spiegazioni, finalmente, di chiarimenti e approfondimenti, di tutto quello di cui avevo bisogno, compresi un sorriso e un approccio il più possibile sereni e tranquillizzanti. L'ultima parola spetta a lei, mi ha detto, se la sente di tenerselo dentro o preferisce intervenire? Devo chiederglielo, mi dice, perché c'è gente che preferisce che interveniamo e rimuoviamo tutto.
Le ho risposto, ridendo un po' nervosamente, mi sta chiedendo se preferisco andare in giro con un tumore o senza un pezzo di pancreas? Che vuole che le risponda? Io faccio quel che mi dite di fare, non ci penso minimamente a prendere una decisione del genere di mia iniziativa.
Mi sorride di nuovo e mi dice, è la risposta che mi aspettavo, lei non è di quelli che si curano googlando, vero? No, io sono di quelli che fanno quello che i medici gli dicono di fare, io mi occupo di aziende e di astrofotografia, al massimo.
Non mi aprono, dunque. E non mi fanno proprio nulla, almeno per ora e almeno fino ai risultati della PET, dalla quale però non si attendono sorprese significative. L'esito meno probabile che mi aspettavo dopo la visita col gastroenterologo, a quanto pare, è invece proprio la strategia consigliata nella mia situazione dall'equipe di specialisti che mi ha preso in carico. Mi dicono che sulla base delle ricerche degli ultimi anni nel campo delle patologie neuroendocrine come la mia, delle statistiche, degli indicatori, eccetera, e considerate le complessità di un intervento come quello al pancreas, il mio quadro clinico, i miei marcatori, e bla bla bla, non intervengono e lo lasciano stare proprio dov'è e ovviamente da adesso in avanti lo tengono per bene in osservazione: controllo ogni sei mesi per almeno due-tre anni, poi si vedrà. È piccolo, è ben identificato, ha un indice di aggressività e di proliferazione bassissimo, non dovrebbe andarsene in giro, non dà sintomi, non fa pressione su organi vitali, soprattutto ha una dimensione ancora sotto quella che considerano la soglia minima di intervento e un tasso di crescita stimato molto lento, per cui potrebbe impiegare anni per diventare pericoloso, o addirittura mai. Oppure no, potrebbe magari decidere di accelerare, ma in ogni caso non lo farebbe con velocità fuori controllo e arriverebbero in tempo a eradicarlo subito in modo definitivo, Quindi, per ora, lo lasciano lì. Però lei deve chiedermelo, se me la sento. Fa parte del protocollo.
Negli ultimi tre mesi, a chiunque mi sia rivolto e qualunque campana abbia sentito, mi è stato confermato un po' da tutti che per i tumori al pancreas il San Raffaele di Milano è in assoluto l'eccellenza in Italia, senza praticamente partita ("ha sentito di quel cantante, hanno seguito anche lui per la stessa patologia..."). E dunque sì, la mia risposta non può che essere "me la sento". Va bene. La dottoressa sorride ancora e mi dice dia retta, è la scelta giusta, stia tranquillo e si tenga il suo pancreas, da adesso in avanti pensiamo noi a tenere d'occhio lui. Mi faranno comunque la PET per avere il quadro esatto della situazione, anche per quel che riguarda il fegato, così da spazzare via una volta per tutte qualunque dubbio anche sugli angiomi e sulla strategia da adottare. Mi dà il suo numero di cellulare, la sua email, tutti i contatti diretti e mi congeda dicendo che pensa lei a chiamarmi per la PET e a prenotarmi tutte le visite necessarie, di andare a casa, dormire e non preoccuparmi. Sanità che funziona.
Esco dal San Raffaele e mi pare un pomeriggio caldo e sereno, che annuncia una serata ottima per l'astrofotografia. Respiro finalmente con calma e chiudo gli occhi. Mi ascolto i battiti. Devo occuparmi anche di questo. Non scendono da ormai sei settimane, viaggio abbondantemente fisso sopra gli ottanta, anche di notte quando dormo, con punte spesso ben oltre i cento. Siamo a più del doppio del mio standard fino a tre mesi fa e le aritmie sono ormai diventate una costante, non vanno più via. A casa controllo il tracciato con l'apparecchietto che mi ha fatto prendere il cardiologo un anno fa: sembra il profilo altimetrico di una catena alpina, non un normale ritmo cardiaco. Solitamente a riposo il mio ritmo sta a quaranta, qualche volta addirittura a trentotto. Cento, centodieci è quando cammino in montagna o faccio della corsetta leggera. Cento coi betabloccanti è un problema che mi sta condizionando pesantemente.
Sono molto preoccupato. Lo stress indotto da questa faccenda ha dato una botta significativa alla mia fibrillazione atriale, che ormai è cronicizzata e di parossistico non ha più nulla. Sono settimane che sono fiacchissimo, ho il fiato estremamente corto, quasi da insufficienza cardiaca. Se faccio un piano di scale è come avessi scalato un quattromila e anche solo fare una camminata normale attorno a casa mi affatica. Persino parlare: mi manca il fiato appena affronto un discorso lungo. Aspetto qualche giorno, per vedere se dopo la visita al San Raffaele la situazione si calma un po' e il cuore torna regolare, come di solito accade quando i livelli di stress si abbassano, ma nulla, non molla un attimo, anzi, mi sveglio addirittura di notte perché mi manca il fiato e le pulsazioni sono altissime. 'Sta storia del tumore arrivata in coda alla disoccupazione ha decisamente rotto il meccanismo e magari c'è di mezzo anche un po' di long Covid, chi può dirlo. In effetti tutte queste cose sono accadute pressoché insieme, probabile che ciascuna ci abbia messo del suo. Niente, devo affrontare anche questa, tanto peggio tanto meglio.
Torno dal cardiologo che mi segue ormai da qualche anno e che è un po' il mio angelo custode. Mi riceve immediatamente e non mi fa nemmeno pagare la visita, ci mancherebbe, dice. È la terza volta in quattro mesi. Mi mette in monitoraggio e mi visita a fondo. Per fortuna a quanto pare i parametri macinati dal sistema confermano che rientro ancora in zona rischio ischemia quasi zero e scampo gli anticoagulanti anche questa volta, le cui controindicazioni sono al momento maggiori della probabilità di ictus. Betabloccanti raddoppiati, il minimo che mi aspettassi. Nuovo monitoraggio fra quindici giorni e caso mai fra un mese valutiamo se e come intervenire, ablazione o cardioversione.
Sono in macchina nel parcheggio del centro analisi con tutte le mie cartelle in mano. È ormai un dossier di almeno un chilo. Sono sfinito da tutte queste visite mediche ed esami, vorrei solo tornare a star bene e fine, ma la situazione è comunque decisamente migliore di quanto non apparisse solo qualche settimana fa. Mi manca di superare la PET e stare a vedere se l'overdose di betabloccanti mi restituisce la mia normale condizione cardiaca, ché così faccio davvero parecchia fatica a fare qualunque cosa. È come se corressi una mezza maratona al giorno, sono sempre stanchissimo, è difficile concentrarmi, ho sempre sonno e mi addormento in continuazione, e invece bisogna che mi riprenda e mi occupi davvero, adesso sì accidenti, di trovarmi un lavoro, ché ho perso sin troppo tempo questi mesi e più tempo passa più ricominciare è difficile, soprattutto ricominciare una vita che detesto e che per buona parte è causa dei miei problemi di salute degli ultimi anni.
Il punto è riuscire a trovare qualcosa che non mi metta di nuovo troppo sotto pressione, non sono affatto in condizioni di reggere ulteriore stress: in questo momento qualunque minima distorsione di campo è deleteria, ho assolutamente bisogno di tranquillità mentale. E questa, a parte tutto, è decisamente la faccenda più complicata, considerata la mia professione, le mie prospettive, quello per cui ancora mi cercano e le opportunità che ho avuto per le mani questi mesi, per affrontare ciascuna delle quali avrei avuto bisogno di ben altre energie e motivazioni.
Sono bloccato in questo maledetto loop. Come quattro anni fa, quando venni contattato per il precedente incarico, in una situazione più o meno analoga a quella attuale: mi presentai al primo colloquio con le pulsazioni a centoquaranta, la sola idea di riprendere quella vita mi mandava in tilt, ma d'altra parte stavo camminando pericolosamente sulla linea della bancarotta e non potevo più andare avanti con quelle piccole consulenze precarie a singhiozzo con cui arrancavo da mesi e che diventava sempre più difficile raccattare in giro. In qualche modo dovevo per forza ripartire, non potevo assolutamente permettermi di rifiutare l'ennesima opportunità, per quanto mi fosse chiaro lo tsunami di stress che sarei andato ad affrontare.
Adesso sono da capo, per l'ennesima volta, con altri quattro anni in più, le difese ancor più indebolite, la motivazione e le energie ancor più sotto zero, l'ennesima esperienza negativa alle spalle che è andata solo ad aggiungersi alla pila di quelle precedenti e a confermarmi, una volta di più, se mai ne avessi ancora bisogno, che non c'entro davvero nulla con tutto questo. Fino a oggi mi ha salvato solo il fatto che lo so fare e che sono bravo a fare quel che faccio. Ne avrei ancora per dieci anni. In questo momento, alla luce soprattutto di questi ultimi mesi, l'idea di dover regalare altri dieci anni a una vita che non mi appartiene e non mi è mai appartenuta mi fa ancora più orrore. Nemmeno so se li ho dieci anni. L'ho sempre saputo, ma ora ce l'ho proprio scolpito davanti agli occhi: sarà anche l'età, sarà che quando due mesi fa mi hanno detto "abbiamo trovato qualcosa" all'improvviso è cambiato davvero tutto, o perlomeno il mio modo di vedere tutto.
Prendo il telefono e mando un paio di messaggi. Da qualche parte devo pure ricominciare.
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