Ieri, senza una ragione precisa o almeno non ricordo quale fosse, dopo mesi o forse anni, ti ho googlata. Hai fatto tante cose in tutto questo tempo, mi chiedo se ne ho fatte altrettante e in verità direi di no, perlopiù in questi anni mi sono lasciato trascinare dagli eventi, almeno fino a quest'estate, quando, un po' per forza di cose e perché la vita deve andare avanti in un modo o nell'altro, mi sono rimesso in pista. O almeno ci sto provando.
Fra mille altre cose, Google mi restituisce molte foto tue di questi ultimi anni. Sei sempre molto bella e anzi, sei ancora più bella, parecchio, ché la tua nuova vita ti ha portato tante cose, alcune che mi hanno sorpreso, altre che, guarda un po', avevo in mente anche io da tempo e che ultimamente avevo messo in cantiere fra i tanti progetti, e tu mi hai preceduto. Cose che non credo tu faccia da sola, non perché non ne saresti capace, anzi, ma perché difficilmente sono cose che si fanno da soli. E poi, chi ti fa le foto. Ma non ho intenzione di cadere nella trappola e farmi trascinare da questo flusso di pensieri, è la vita che va avanti per tutti, è normale e giusto che sia così.
C'è una tua intervista. Ero in ufficio, mi sono messo in cuffia e ti ho ascoltata, e guardata. È un po' difficile spiegare quel che ho pensato ascoltandoti, e guardandoti, dopo questi anni, e a ben vedere non ho nemmeno voglia di farlo, non serve a nulla, né peraltro tu passerai mai di qua. Nemmeno ci provo e d'altra parte ho pensato talmente tanto a te, e a noi, in tutto questo tempo, che nemmeno saprei da dove iniziare. Detto che fra l'altro non ci sarebbe neanche un discorso da iniziare, né da concludere.
Poi mi è venuta questa cosa folle, che è da tempo in cima alla lista delle cose da non fare assolutamente, ma tant'è, e sono andato a vedere il tuo profilo Instagram. Fai sempre delle foto bellissime, te le ho sempre un po' invidiate, c'è tutta la tua poetica nelle tue foto. Io anche faccio foto: be', le ho sempre fatte, diresti tu, ma da un paio d'anni in qua mi sono inventato un percorso tutto mio e, come sempre quando mi infilo in qualche nuova mania - e tu lo sai - mi sono fatto assorbire completamente da questa attività, tanto da investirci un (bel) po’ di denaro e riempirci mesi e mesi di disoccupazione che, come spesso in passato, ho attraversato dopo aver rotto con chi mi mandava in giro per mondo, come d'altra parte era sempre stato ampiamente previsto, fin dall'inizio di quella ennesima avventura.
In fondo, involontariamente, di quella ultima rottura sei un po' responsabile anche tu. Te lo avevo anche scritto molto tempo fa, anticipando gli eventi, forse proprio l'ultima volta che ti ho scritto. Ché quel che successe tre anni fa me lo portai in pieno là dentro, con tutte le conseguenze del caso. Per quanti oceani ci mettessi di mezzo per fuggire dal dolore.
Non ho resistito e sono andato a ritroso sul tuo profilo Instagram, fino all'estate del 2019. In realtà avevo già visto allora quelle foto, ma un po' il mio inconscio le aveva rimosse, un po' non avevo mai letto i tuoi pensieri e i commenti allegati. E poi non avevo nemmeno Instagram allora, ricordi? Oggi sì, due account. Così mi sono messo a sfogliare una a una le tue foto di quel tempo, e a leggerti, ché quelle di questi ultimi tre anni ho paura a soffermarmici e sono andato via veloce, risalendo la corrente. Hai sempre avuto pochissime parole, a volte nessuna - che è strano, in fondo, per te, no? - a volte limpide, a rileggerle oggi.
Quante cose ho capito in questi tre anni. Di me, di te, di noi. Mi ritrovo spesso a pensare, sempre, da tempo, a come sarebbe la mia vita oggi se quel pomeriggio di ottobre mi avessi risposto di sì. A come sarebbero trascorsi questi anni, alla pandemia, ai lockdown, alle mie tempeste professionali che forse - forse - non ci sarebbero state o avrebbero preso tutt'altra piega. A come sarebbero trascorsi con i ragazzi che crescevano. Leonardo - che amavi, e quanto ti amava - che oggi è maggiorenne, fa la patente, è fidanzato e inizia l'università, e tutto questo solo perché sei anni fa lo chiudesti in una stanza e parlasti tu con lui. Deve a te chi è oggi, per certi versi molto più che a me. Carola, che è stata tanto male e quel male lo abbiamo affrontato da soli, io con lei. A quanto aiuto avresti potuto darle e darmi tu. Al modello che sei stata per lei e che porterà con sé per sempre. Ai miei problemi di salute di questi mesi e a come sarebbe stato averti a fianco, invece di affrontarli da solo. A quello che saremmo stati, a quello che saremmo oggi e a come saremmo invecchiati insieme. Ci sono sere che (non) mi ci addormento ancora oggi, a pensarci.
Ti guardo e ti ascolto con occhi diversi, oggi. Sei così lontana, vista da qui sembra una vita mai stata, quasi, non riesco a capacitarmene. Mi sembra impossibile che ci siano stati anni e anni in cui ho baciato quella bocca che oggi vedo parlare dentro il mio monitor, che mi sia addormentato di fianco a quello sguardo che ben conosco, che abbia ascoltato quella voce mentre parlava con me. Il vuoto che hai lasciato è una voragine mai più riempita, né potrà mai più esserlo. Ma ho imparato ad andare avanti da solo, da solo davvero. Ché non voglio mai più vivere quello che ho vissuto con te, nel bene e nel male. Non posso più farcela. Ti sei portata via tutto di me e quel poco che mi è rimasto è appena sufficiente per me solo.
E poi ci sono le cose che non ti ho più perdonato io, dopo, che non sapevo, non avevo capito, non mi avevi detto, che ho impiegato mesi, anni, a realizzare e capire, quando ormai non aveva più alcun senso capirle perché te ne andasti proprio nel momento in cui me le dicevi, e me le dicevi per spiegarmi perché te ne andavi. Il non capire perché alle mie cose non dette, dalle quali alla fine sei scappata, hai opposto per anni un intero mondo di cose che non hai detto tu. Realizzare all'improvviso che avevi recitato per anni, con me, mentre io alla fine per te ero un libro aperto, ché avevi sempre saputo tutto quel che non pensavo sapessi, lasciandomi lo spazio, a tua volta, perché io potessi non dire cose. Il non capire come sia stato possibile, proprio per noi, che avevamo giurato di dirci sempre tutto, proprio per evitare tutto questo. Quei giuramenti che, poi, col solito senno di poi, non hanno alcun senso, come "sempre e per sempre", quelle frasi idiote che si scrivono dentro gli anelli di matrimonio. Pensare che saremmo stati immuni a tutto questo solo perché eravamo adulti, e innamorati, e con le nostre ferite alle spalle.
All'improvviso mi ricordo perché mi sono messo a googlarti. Perché ho visto che sei passata sul mio profilo di un social, a vedere cosa faccio oggi. Ho pensato che mi hai pensato e mi sono chiesto se ti capita così tanto, ancora, come capita a me, anche se so bene che non è così, il tuo profilo Instagram mi racconta tutto della tua nuova vita che fingo da anni di ignorare. Per un caso sei passata sul mio profilo proprio un paio di giorni prima che, dopo anni, lo aggiornassi, così no, non hai visto cosa faccio oggi. Adesso, da qualche settimana, faccio quello che avrei dovuto fare dieci anni fa, per noi. Invece l'ho fatto oggi, solo per me stesso.
Fotografi l'amore. Guardo le tue foto e penso che non sono stato capace di darti io quell'amore che fotografi e che volevi da me. Che volevo darti con tutto me stesso, senza mai essere stato capace, né abbastanza adulto, per dartelo.
Fino a un po' di tempo fa talvolta mi appuntavo delle cose, in previsione di scriverti una lettera, l'ennesima, che non sarebbe servita a nulla. Poi niente, il tempo è passato e quegli appunti sono rimasti lì, non so più che farmene. Sono note brevissime, due o tre parole per volta, spunti, immagini rimaste. "Caorle, spiaggia". "Pico, la nostra camera da letto". "Delta del Po". "Una sera ho guardato Gattaca". "Vicolo buio, Venezia". "Concerto, Vienna". "Pub, Torshavn". Poi, in fondo, una nota più lunga, la più importante, l'unica cosa che mi è rimasta di noi e che nessuno potrà mai togliermi: "Io sono i miei viaggi e tu sei l’unica donna insieme a cui io abbia mai davvero viaggiato. Insieme. Posso guardare indietro a tutti i miei viaggi prima di te, e sono e saranno sempre viaggi solo miei, a prescindere da chiunque viaggiasse con me ad ogni giro. Tutti, esclusi quelli con te. Non posso più guardare indietro a quelli fatti insieme a te, perché quelli sono stati solo nostri e guardarli da solo non riesco proprio, non più. Che sia stato in capo al mondo, o in qualunque stupido e insignificante luogo a pochi chilometri da casa, ogni chilometro fatto con te, ogni cosa scoperta con te, sarà per sempre solo nostra".
Se c'è una cosa che davvero non hai mai saputo, né capito, di me, è quanto io sia stato male ogni volta che sono partito senza di te perché tu non potevi partire con me. Io partivo perché è nella mia natura partire, perché quello sono io, perché non sarò mai quello che non parte, sapendo di poter tornare, nemmeno per amore, ma ogni partenza senza di te è sempre stata uno strappo al cuore e ogni volta che non sei potuta partire con me ho passato tutto il tempo in viaggio a pensare solo a come sarebbe stato con te. Con la mancanza del mio pezzo di me con te. Sempre. Questo non lo hai mai capito. Credevi non fosse amore, invece dietro c'era un amore infinito per il nostro tempo insieme.
Così risalgo il tuo account Instagram fino a trovare il nostro ultimo viaggio, solo per rendermi conto, una volta ancora, che non viaggiavi più con me. Che ormai eri già andata via, anche se eravamo in mezzo all'oceano insieme. E mi fermo a guardare l'oceano visto dai tuoi occhi, che lo stavano guardando senza di me, nonostante io fossi lì di fianco a te mentre scattavi quelle foto che oggi guardo alla ricerca di te.
Mi viene in mente quella foto insieme a Perugia di quattro anni fa che ti mandai in una delle mie ultime lettere, dove siamo abbracciati e abbiamo entrambi un sorriso bellissimo. È una foto felice. Quel giorno, a Perugia, a un certo punto mi dicesti, quasi sorpresa, "ma allora mi ami davvero".
Non ho mai smesso.
"E io, mi perdonerò mai? Sì, che mi perdonerò."
E tu sì, mi mancherai per sempre.
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