Ogni tanto ci penso, che sta lì. Ogni tanto, mica sempre. Non posso sentirlo, ma so dov'è e provo ad ascoltarlo. Ma non succede nulla. Così ci penso un po'. Poi torno alla mia vita.
Sarà un caso, ma ho realizzato solo a distanza di una settimana che quella sera, dopo avergliene parlato, mentre eravamo lì ai due lati del tavolo col nostro aperitivo, dopo un paio d'ore fino a quel momento corse via rapidissime verso un finale scritto prima ancora di rimettermi in macchina e infilare l'autostrada, all'improvviso l'aria attorno si è gelata ed è arrivato l'inverno, per quanto, osservati da fuori, la differenza fino a un istante prima potesse non avvertirsi affatto. E infatti nemmeno io l'avevo avvertita, ho messo a fuoco l'istante solo dopo un po' di giorni. Quando sono andato a caccia di una spiegazione dove apparentemente non ce n'era alcuna.
E niente, per quanto io provassi a riscaldare nuovamente l'atmosfera e la prendessi con leggerezza, e un po' di fatalismo, nulla, ormai il pensiero le si era innestato in profondità, come quando Cobb scende nel limbo e risalire non è più possibile. Secondo me, lipperlì, sul momento non ci ha fatto caso nemmeno lei. Ha messo a fuoco dopo, si è affacciata alla finestra e ha visto il vuoto. E io ho messo via la farina. Non posso nemmeno dire che mi sia davvero dispiaciuto, forse un po' scottato e ferito nell'orgoglio, forse sì. Ché di norma non sbaglio mai, quando sono nell'altra metà campo.
Così ho mio malgrado imparato che certe cose è bene conservarle dentro e basta, lì dove stanno, cullarsele da sole, parlarci di nascosto, tenerle sotto controllo, ma mai mai mai parlarne con nessuno. Soprattutto con qualcuna che ti piace, ché a quelle (e quelli) che non ti piacciono puoi dire tranquillamente quel che vuoi, servirgliele sul piatto all'improvviso, al primo come stai, e in un istante hai eliminato un nome dalla lista. Per il resto sei solo e solo te ne stai, lì, a pensarci ogni tanto ma mica sempre.
Del resto, nemmeno al cuore accenno. Le solite cose, i figli, il lavoro con malcelato disagio, i soliti aneddoti di viaggio ormai stantii e invecchiati con me, le solite cazzate che racconto e che ormai non sono più nemmeno vere da anni, qualche volta da decenni, senza che io me ne renda conto. Le solite battute che ormai recito a soggetto guardando l'orologio, che so che vanno a segno. La solita capacità di camuffarmi all'occorrenza, adeguarmi immediatamente a quel che arriva dall'altra parte del tavolo. Il solito flirtare con la via d'uscita pronta in tasca, la solita curiosità del chissà com'è, immediatamente scavalcata dalla noia nel momento in cui capisco che ormai è, che potrei anche smettere lì, che non mi interessa davvero com'è, lo so già, è sempre uguale, sempre.
La mia vita invece è cambiata parecchio. Tre anni fa giravo il mondo in prima classe e forse per la prima volta in vita mia facevo un lavoro che mi gratificava. Andavo ancora a correre, ogni tanto persino nelle palestre degli hotel, mettevo le scarpette nel trolley e via. Mi ricordo quella di Houston, sui cui tapis roulant spesso trascorrevo un'oretta la sera, prima di uscire a cena, guardando qualche canale americano sui monitor. C'era quella collega che mi piaceva parecchio, nel mio team. Un paio di volte abbiamo prenotato lo stesso hotel e una volta abbiamo anche fatto un giro insieme sull'oceano, flirtando un po' con leggerezza. Avevo noleggiato una grande auto americana, enorme per noi due, e avevamo imboccato le assurde tangenziali di Houston e poi l'autostrada per il Golfo del Messico, per scappare, entrambi, da tutto, di nascosto dal resto del mondo. Conservo una nostra foto di quella giornata insieme, al tramonto, col nostro aperitivo rosso davanti alla spiaggia infinita e deserta. Sorridiamo insieme. A guardarla sembra quasi che stessimo insieme. Invece io guardavo l'oceano ed ero devastato da settimane, ero dal lato sbagliato e non facevo altro che piangere ogni giorno e ogni notte. E lei chissà, non l'ho mai saputo. Mi sono tenuto a distanza, quel giorno e poi sempre, ché il passato mi insegue fin troppo e negli anni ho imparato cose mio malgrado. Però mi piaceva parecchio, lei. Anche io le piacevo, lo so. Poi le nostre strade si sono divise, comunque. Ha avuto un figlio un anno fa, più o meno, credo.
Poi c'è stato il Covid. Rientravo da Singapore e mi stavano chiudendo le frontiere dietro. Che giro straordinario era stato, quello, diviso prima fra le nevi delle Alpi giapponesi e l'ufficio di Tokyo, poi nel caldo torrido tropicale di Singapore e infine nell'afa umida di quella strana notte a Doha, e la lunga passeggiata fra i bazar e il lungo mare, il giorno dopo, da solo, il deserto arabico alle spalle. Chi avrebbe mai detto che sarebbe finita con quell'ultimo volo. Sulla scrivania a casa mi aspettava già il biglietto per Philadelphia, sarei dovuto ripartire due settimane dopo e ritornare di nuovo in America, dove ormai passavo molto tempo, e c'era quel rapido programma che volevo infilare in Florida, che mi ero già preparato. E invece.
Quante ne ho conosciute durante quel periodo, prima, durante e subito dopo il lockdown. Quante meteore che hanno attraversato il mio cielo. Quanto ho cucinato per altre il cui volto e il tono della voce faccio fatica a ricordare. Fino a quella sera a Milano in cui, davanti a un prosecco, un amico mi ha detto "ti manca di arrenderti al fatto che stai bene e sei sempre stato bene da solo, e fine."
Mi viene in mente quel giorno di ottobre a Firenze, un attimo prima di capire, infine, davvero. Mentre la aspettavo sotto casa, in macchina, da solo. L'ombrello giallo è rimasto in macchina da allora. L'unica cosa che accettai di riprendere. Apparteneva a Ryo, lo aveva dimenticato a casa mia mesi prima. Non ho più avuto modo di restituirglielo. Chissà come sta Ryo. È sparito anche lui, non mi sono più arrivati nemmeno i suoi bellissimi biglietti scritti in inglese elementare, ma che sono stati uno dei più grandi successi della mia vita. Mi mancano Ryo e Kuniko, mi manca tutto di quella vita, tranne la vita che era qui, dalla quale scappavo in continuazione. Mi manca Bobby, chi lo avrebbe mai detto. E quell'accidenti di boscaiolo dell'Ohio che era Travis. Ripenso a quel giorno strano con Maggie in giro per i villaggi dello Jangsu, alle incomprensioni e alla difficilissima barriera culturale che dovevo superare per farmi capire, alla sua diffidenza. Al tempio di Nagano dove ho lasciato il mio omikuji. Al pub di Forrest Gump a Galveston. Alla spiaggia di Panaji. All'acqua terribile delle rapide di Itu. Al vino di Frank.
Non mi ricordo i nomi. Scompaiono dalla mia mente. Mi è sempre accaduto, ma negli ultimi anni sono peggiorato parecchio. Gente con cui ho lavorato gomito a gomito per anni, il cui nome, all'improvviso, dopo qualche mese, non ricordo più. Cancellato. Mi ricordo benissimo i volti, quello che abbiamo fatto insieme, le battute, gli scazzi, le giornate, ma non i nomi. Quanto tempo ho passato con Frank, mi ero fatto l'idea che a un certo punto il rapporto professionale fosse diventato, un po', amicizia. Mi ricordo le foto della sua collezione di vini, e il menù di quella sera a Concord, e il nostro primo incontro, con quella diffidenza reciproca mascherata da cordialità con la quale ci affrontammo a Cleveland nel nostro primo faccia a faccia. Eppure sono dovuto andare nella rubrica dei contatti a cercare il suo nome, adesso, perché non lo ricordavo più.
E Theo, che stava sul cazzo a tutti, e invece a me piaceva e lo trovavo parecchio in gamba, mi sentii immediatamente schierato dalla sua parte. Mi offrì quella ottima cena a Philadelphia, l'ultima volta che ci siamo incontrati, era già in uscita di lì a pochi giorni, anche lui. Mi mise in guardia e fu profetico.
Così ho ricominciato a vivere, dopo quasi un anno. Ho impiegato pochissimi giorni a rientrare in me stesso, o meglio, in quel che vendo di me stesso. Mi sono riconosciuto immediatamente e mi sono sorpreso. Forse, alla fine, io sono davvero quello. Dopo tutti questi anni, questa lotta continua, la frustrazione, la depressione alternata a brevissimi periodi di euforia. Eppure eccomi lì, in piedi sul mio ponte a far quello che so fare meglio, sempre con la sensazione inesorabile di giocare a dadi con la sorte, o forse è l'istinto a guidarmi, che in realtà, magari, è davvero esperienza, che sbaglia raramente, ma quando sbaglia sbatte forte forte. La verità è che sono sempre più stanco, lontano, alieno. Faccio quel che devo fare, mi accorgo che lo so fare, non ho alcuna voglia di farlo e mi limito alla sopravvivenza, a prendere le misure del perimetro, e poi me ne sto seduto lì in centro a guardare che accade, ogni tanto tirando i miei dadi, ma in realtà lontanissimo, perso dietro a tutt'altro.
Scorro annoiato i profili, le parole, le foto, leggo i messaggi, qualche volta rispondo, qualche volta gioco, qualche volta, raramente, mi siedo al tavolo e lascio che mi servano le carte. Dovessi dire, questa volta sono decisamente seduto al tavolo sbagliato. Per qualche ragione perdo mani su mani, malamente, e non sono abituato. Non sono io a far girare le carte come vorrei e come di solito so fare, è come se dall'altra parte del tavolo vedessero benissimo le carte che ho in mano e si accorgessero per tempo del mio bluff. Prima non capitava mai. Vengo sorpreso, commetto errori, mi innervosisco. Rimango un po' scottato. Forse sono un giocatore ormai bollito rimasto attaccato a quei due o tre trucchi che ha sempre usato, ma che ormai conoscono tutti, e mi ritrovo con la terra bruciata attorno.
Solo. Perché non mi arrendo? Per noia, o per paura, temo. E questo porta inevitabilmente a giocare a carte scoperte, mi si leggono negli occhi, nei gesti, nelle sfumature delle parole, negli interventi magari brillanti, ma inesorabilmente un attimo fuori tempo. Anche ci fosse sotto sotto il desiderio di vincere un'altra mano, manca probabilmente crederci davvero, che è quello che inganna sempre chi sta dall'altro lato del tavolo. Così mi ritrovo a parlarne, e non dovrei farlo, ma ne ho ben bisogno e non so con chi altro farlo, non ho nessuno. Lei mi piace, abbastanza e forse un po' di più, ma sono già stanco alla sola idea di fare un passo oltre, si vede e non c'è niente di peggio, e mi lascio perdipiù andare sul terreno dove invece dovrei tacere. Alla fine pago il conto, risalgo in macchina e guido leggendo altri messaggi. Riparto da capo, rifaccio il giro ripassando dal via, senza mai riuscire ad andare oltre Vicolo stretto, mentre prima costruivo alberghi a Parco della Vittoria. Ho infilato una serie di disastri tale che a un certo punto ho dovuto fermarmi per capire cosa sto combinando e, soprattutto, perché lo sto facendo.
Cado nelle trappole e non capisco. Sono in stallo. Non riesco a tornare indietro, e forse dovrei, ma non riesco a decidermi, come al solito, e nemmeno ad andare avanti, che è quello che in teoria mi ha portato fin qui.
Lo so cos'è. Lo capisco scrivendo. È che non voglio arrendermi al fatto che sto invecchiando davvero, che non è più uno scherzo. È finito quel tempo lì, posso solo fingere, ignorare lo specchio e i segnali attorno, comportarmi come se nulla fosse, come se fossi sempre allo stesso tavolo, fermo al palo, ma non è più così ormai da tempo, vado avanti mio malgrado e non ho modo di arrestare l'inesorabile. Questi mesi mi hanno aperto una voragine sotto ai piedi, infinita. Ho guardato per la prima volta dentro al buio e mi sono spaventato. Ho fatto immediatamente pulizia, mi sono liberato di cose e persone, ma l'ho fatto di istinto, senza fare attenzione, senza fermarmi un momento a riflettere, spinto dalla paura. La verità è che non posso far nulla, se non guardare in faccia alla realtà delle cose e decidere cosa voglio fare da grande, adesso sì.
Queste notti i sogni mi tormentano come mai, nitidi, chiari, lunghi, complessi, non mi abbandonano nemmeno al risveglio, me li porto dentro per ore, mentre faccio colazione e vado in ufficio. L'altra notte, quel pub, con lei e i ragazzi, quell'abbraccio così reale, le mie lacrime, il barman che ride, lo scippo in strada sventato e il coraggio con cui mi sono buttato contro quel clown, chiedendomi, mentre lo facevo, dove lo stavo trovando tutto quel coraggio, sorprendendomi, per poi restituirle le cose che le avevano rubato. I sorrisi, le scuse reciproche, le promesse, i ragazzi attorno a noi, finalmente felici come evidentemente non avessero aspettato altro per anni, per un tempo infinito, il barman che scherza con noi, quel bacio così reale e così desiderato. Eppure, la sensazione, strisciante, maledetta, sotto, che qualcosa fosse sbagliato in tutto quello, che le cose non avrebbero dovuto andare così. Che stavo sbagliando tutto di nuovo. E allo stesso tempo che tutti gli elementi dell'universo stessero tornando al punto dove dovevano tornare, andassero a sistemarsi finalmente nelle giuste caselle che spettavano loro, che finalmente regnasse l'armonia sui titoli di coda. Nonostante me.
E la notte precedente, con lei, ma non la lei del pub. Sulla mia terrazza, a fotografare il cielo. Lei che urta inavvertitamente il mio treppiede faticosamente sistemato in posizione, dopo ore di lavoro, io che mi arrabbio tantissimo, del tutto fuori misura, che me la prendo con lei, per poi pentirmi immediatamente, chiederle scusa, ma all'improvviso trovarmi con un disagio tremendo addosso. Così tremendo che il mattino dopo ho dovuto mandarle un messaggio per scusarmi, come se fosse accaduto davvero e un po', anche, lo so, per riprendere il dialogo che avevo interrotto. Lei ride, ma non tanto, dice solo che non c'è nemmeno bisogno di scomodare Freud. Stiamo provando a parlare questi giorni, faticosamente, a cercare di capire. Perlopiù io. Perlopiù a parlare con me stesso, che quel che pensa lei è fin troppo chiaro. Come al solito ho in mano io le carte, le guardo e non riesco a leggerle, non so cosa devo fare. Mi viene da piangere.
E ancora, una terza notte, lei, ma non la lei del pub, né la lei in terrazza. Lei, che mi ha svuotato per mesi e mesi ogni lacrima rimasta. Siamo a un raduno di amici immaginari ma nemmeno troppo, di quei raduni peraltro a cui non partecipo mai. Io sono a disagio, non vorrei essere lì. Lei sarebbe a suo agio, non fosse per la mia presenza. Siamo lì entrambi, ma ci ignoriamo. Io sto sistemando il letto matrimoniale, è quello dove abbiamo sempre dormito insieme. Lei dorme rannicchiata in un altro letto lì davanti a me, è il letto a una piazza di un'amica, non sono nemmeno certo che stia dormendo davvero. È vestita e indossa le scarpe, un paio di sneakers bianche. So che trascorrerà la notte lì davanti a me, dividendo il letto con l'amica, mentre io dormirò da solo nel letto matrimoniale. Come se ciascuno dei due non esistesse per l'altro. Sono arrabbiato, tanto, ma ho addosso una tristezza infinita, rabbia e tristezza si mescolano e mi divorano un pezzo alla volta. Vorrei parlarle, ma non riesco e del resto lei continua a (far finta di?) dormire, lì, rannicchiata in quel modo, come se stesse cercando di proteggersi. Da me, lo so. Vorrei proteggerla io e non ne sono capace. Sono colpevole. Mi risveglio devastato, svuotato. Mi ci vogliono un paio d'ore buone per riprendermi.
Tre notti in fila, così. Pazzesco. E ogni mattina risvegliarsi con un disagio e un'amarezza assurdi addosso, non avere alcuna intenzione di uscire da sotto al piumone, ma doverlo fare per forza, stordito dal sonno e dal dolore che questi sogni mi lasciano senza scampo alcuno.
Manca solo lei all'appello. Non la lei del pub, non la lei della terrazza, non la lei che dorme vestita nel letto dell'amica. Lei, la cui ombra in quella foto non è in realtà sua, sebbene la sembri e lei fosse lì quando l’ho scattata, di fianco a me, ma sempre un passo dietro a me, dove l’ho lasciata e costretta a stare per anni. È proprio sparita, lei. Ho chiuso tutte le porte, le ho di fatto murate dopo quella sera, ma sia io che lei sappiamo benissimo che non è vero, che esiste un passaggio segreto molto facile, ancora aperto. Lo ha usato solo lipperlì, il giorno dopo. Poi è sparita, per sempre, credo, questa volta. Di certo in tutti questi anni non era mai passato un periodo così lungo senza che capitasse che ci scambiassimo qualche messaggio con una scusa qualunque, così, come a controllare l'esistenza in vita dell'altro, peraltro muovendoci sempre in bilico sul filo teso sul campo minato di noi due. L'ultima volta al telefono ho dato proprio fuori. Sono crollato. Non ho più retto davanti a quell'ipocrisia del taciuto da anni, del non detto ma anche sì, dei sottotitoli continui, del doppio livello di comunicazione che può essere uno solo e non puoi far nulla per cambiare il verso delle cose, dopo aver disseminato di macerie le reciproche esistenze, tralasciando il fatto che l'unico a rimanerci sotto sono stato io, lei si è salvata, per un pelo, ma si è salvata.
Non ce l'ho fatta più, quella sera. Le ho vomitato addosso anni di silenzio mai davvero silenzioso. Ho riattaccato il telefono mentre ancora mi stava parlando e quasi implorando, ho bloccato il numero mentre scriveva ti prego non bloccarmi, cancellato anni di messaggi, azzerato tutti i canali di comunicazione, bloccato perfino quelli dell'unica persona che abbiamo in comune e attraverso la quale poteva contattarmi. Tutti tranne uno, il più facile paradossalmente. Lo ha usato, in effetti, il giorno dopo. Non ho risposto, ma non l'ho chiuso volutamente, per vedere se, finalmente, avrebbe davvero fatto qualcosa di fronte a una mia scomparsa definitiva dalla sua esistenza, se fosse finito una volta per tutte il tempo delle parole. Nulla. Non è accaduto nulla. È semplicemente sparita. Come in realtà sapevo, e ignoravo volutamente di sapere, ormai da anni. Che è poi la ragione per cui sono uscito in quel modo. Non posso smettere di pensarci un solo giorno, non ho mai smesso per dieci anni, è persino sopravvissuta alla lei rannicchiata nel letto dell'amica, e il senso di colpa non mi abbandonerà per questo mai, almeno tanto quanto non smetterò mai più di pensarci.
Non è ancora arrivata a tormentarmi in sogno, lei. Credo non arriverà e no, non c'è bisogno di scomodare Freud.
Così la pianto qui e prima di andare a dormire scorro le pagine, le facce, i profili, anche se è molto tardi e domani mattina sarò uno straccio. Leggo chi ha lasciato un messaggio, cancello il messaggio e vado oltre. Se la battuta è simpatica, o brillante, o interessante, magari rispondo spaiando le carte, il solito vecchio trucco, per vedere cosa torna indietro, se torna indietro qualcosa. Se rispondono partiamo bene. Per un paio di giorni vado avanti, controllando i tavoli come al solito. Però poi, questa volta, si alzano dal tavolo all'improvviso. Prima una, poi un'altra, poi un'altra ancora. Sempre all'improvviso, sempre, apparentemente senza ragione alcuna, sempre senza preavviso, magari in mezzo a una conversazione fin lì molto brillante. E io rimango lì, un po' sorpreso, mezzo annoiato e mezzo scottato, con le mie carte in mano da rimescolare. Fino al prossimo sogno.
Poi, ogni tanto, mi fermo a pensarci. Mi tasto il fianco. Mi guardo allo specchio. Mi sembra non sia cambiato nulla, anzi, sto dimagrando a vista d'occhio, è l'unica cosa. Sto recuperando i miei buchi nella cintura. Allungo le mie corsette settimanali, il cuore va bene, almeno lui. Mi vedo più in forma - non che fosse difficile, dopo questi ultimi due anni, ma tant'è. Mi piaccio un po' di più, perlomeno sono di nuovo abbastanza a mio agio con il mio corpo. Cambio il peso sulle app, guardo il grafico scendere settimana dopo settimana. Modifico il mio profilo. Mi rendo conto che c'è scritto vaffanculo, basta poco per capirlo. Mi chiedo se si capisce. Qualcuna no, non lo capisce. Scrive "che simpatico". No, non lo capiscono lipperlì, ma lo capiscono molto rapidamente, dopo. E io dovrei piantarla e fare quello che andrebbe fatto. Forse.
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