Otto anni questa mattina.

Ha ripreso a non funzionare bene, sai? Lo sento, soprattutto di notte. Dormo pochissimo e male, mi sveglio e lo ascolto. L'ansia sale, mi prende da dentro, scava, mi tormenta. L'altra sera sono uscito tardi da una riunione difficilissima con le pulsazioni quasi a cento e in piena crisi, ho dovuto prendere un ansiolitico per calmarmi. La media a riposo è risalita di dieci battiti in tre settimane, dopo tre mesi di discesa continua e ritrovata serenità. Sta andando di nuovo tutto a puttane e io non so dove sbattere la testa.

Mi è venuto da piangere. Non avevo mai pianto in vita mia per una questione di lavoro. Lo odio, lo sai. Lo odio ogni giorno di più, mi sta consumando sempre più rapidamente, ormai è una questione seria di salute e non so come fare. Non riesco a vedere una via di uscita. Non ce la faccio più, non posso più sostenerlo, mi sento sempre più in colpa perché mi pagano, tanto, per una condizione privilegiata che non merito, che non mi appartiene, non è mia, che mi è data da qualcosa che mi fa profondamente schifo e me lo ha sempre fatto, in cui non credo, che disprezzo e disprezzo l'umanità che a questa condizione ambisce e mi invidia, si vende l'anima per, ci crede, ne vive.

Io no. Io la disprezzo profondamente.

Se sono arrivato fino qui è anche colpa tua. Mi hai condizionato per anni, mi ci hai spinto, era quello che volevi. Solo un attimo prima di lasciarmi hai riconosciuto che forse ti eri sbagliato, che io ero diverso da te. Ma ormai la mia vita me l'ero fottuta da un pezzo.

E mi vergogno profondamente, anche, nei confronti di coloro che la vita li ha veramente fottuti per ragioni che non dipendono da loro, mentre io piango con la macchina aziendale parcheggiata in garage e il pieno di carburante garantito, indifferente alla crisi energetica, al caldo di casa mia, infastidito dalla bolletta un po’ più alta che non mi trattiene dal comprarmi la prossima inutile e costosa stronzata scovata su Amazon, senza nemmeno aspettare il Black Friday in arrivo a poche ore. Ho le crisi cardiache e la depressione, io, che mi curo con l’assicurazione pagata da chi quell’assicurazione mi permette di avere.

Ma vaffanculo a me, e alle mie scelte di vita viziate e disprezzate. Vaffanculo a me che sto qui ogni ventiquattro novembre, da otto anni, a piangere e prendermela con te, che hai solo fatto quello che nessuno ti aveva insegnato a fare, cercando di fare del tuo meglio, senza saperlo fare a tua volta per colpe non tue. Come non lo so fare io, da diciotto anni, che l’unica cosa che cerco di fare è comportarmi a rovescio rispetto a come hai fatto tu con me, per quanto forse con più successo, ma ne riparliamo fra trent’anni, considerato anche che con buona probabilità fra trent’anni non sarò qui e non potrò verificarlo, mentre tu hai avuto questa possibilità proprio grazie alle tue scelte.

Ti ho abbracciato prima che mi lasciassi, quella sera di metà novembre, e poi non abbiamo mai più potuto parlarci. Non hai più saputo nulla di me. Non sai come è poi finta, male ovviamente, come sempre, e tutto quello che è venuto dopo. Non ho potuto raccontartelo, non hai potuto più prenderti cura di me, aiutarmi, consigliarmi. O magari sì, chissà. Io lo so che nel 2018 c'eri tu a proteggermi, sei stato tu a intervenire all'ultimo istante, il mio angelo custode, e hai fatto lo stesso quest'anno. Troppe coincidenze per crederle davvero tali.

E poi lo so che è solo colpa mia, colpa mia che non ho voluto dare ascolto al mio cuore, quando avevo il tempo dalla mia parte e potevo farlo. Colpa mia che non ho mai avuto il coraggio di affrontarti, che ti temevo, che non potevo confrontarmi con te, che eri sempre il primo, il migliore, il più bravo, il più intelligente, sapevi tutto tu. Come potevo competere, essere migliore di te, renderti orgoglioso di me, se di quello che a me interessava davvero, quello che volevo, non ti sei mai davvero preoccupato, non me lo hai mai chiesto veramente, e quelle poche volte che ti ho accennato a cose di me le hai sempre fatte a pezzi perché non erano te, e quelle rarissime volte che mi hai ascoltato è stato solo per spiegarmi perché stavo sbagliando tutto e come avrei dovuto farlo per essere come tu volevi che fossi. Solo che io non ero te.

Non ti ho mai perdonato quel pomeriggio del 1981, lo sai. L'ingiustizia di quel giorno, il tuo giudizio su di me, non me li sono mai scrollati di dosso.

Non ho mai capito come hai fatto a rimanere, a non andartene, a non sbattere la porta. Oggi lo so. Ma oggi ho la tua età, quella età generica che hanno gli adulti visti dai ragazzi, che all'improvviso ci ritroviamo adulti e non ci capacitiamo del fatto che gli adulti che vedevamo da ragazzi fossero come noi oggi. Non è possibile.

Sono contento che Leonardo abbia con me quel rapporto che ho sempre sognato con te. Io ce l'ho fatta. Anche tu, a modo tuo, ce l'hai fatta, ma cosa ci abbiamo guadagnato, tu e io? Cosa ci ho guadagnato io, davvero, a parte le cose di cui sono schiavo? 

Ho ricomprato i biglietti per Peter Gabriel. Torna, dopo nove anni. Avevo lasciato il conto in sospeso, ricordi? Mi chiedo se la suonerà, ma spero di no: sarò coi ragazzi, e scoppierei a piangere, anche se li ho preavvertiti che potrebbe accadere e gli ho detto, nel caso, di non preoccuparsi. Molto probabilmente piangerò a prescindere.

Otto anni. Mi manchi come otto anni fa, papà.

Stammi sempre vicino, per favore.



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