Alla fine ho ceduto e ti ho risposto, dopo soli tre mesi e due tue email a cui non avevo dato seguito. Non è stata una gran resistenza, come del resto mai è stata tutti questi anni. Passano gli anni e non ho idea di come fare a estirparti, strapparti e stracciarti da me. Nonostante i danni che hai fatto - certo, che abbiamo fatto, ma io ho sempre cercato di uscirne in tutti i modi, tu hai fatto di tutto per incatenarmi a te, per ingabbiarmi, salvo poi scappare e gettare via la chiave quando è arrivata l'alluvione. Tu in fuga con la tua scialuppa a salvare la tua vita, quella vita a cui sorridi oggi nei tuoi cazzo di selfie, io sott'acqua ad affogare, da solo. Non ti perdonerò mai.

Mi hai risposto, tre minuti dopo che ti ho scritto, come a dimostrare che sei sempre lì, giorno dopo giorno, ad aspettare e sperare che ti arrivi qualcosa da me. Mi hai risposto e non hai scritto nulla più di quel che mi aspettavo. Anche per questo, vaffanculo. Ti ho scritto "fa' conto che sia morto" e scriverlo mi ha strappato una volta di più il cuore, per quanto fosse ancora possibile dopo tutti questi anni. Nonostante tutto mi hai risposto ancora. Non ti arrenderai mai al tuo nulla. Ma io sì, questa volta sì. Fa' conto che sia morto.

Lei lo ha già fatto. Ha scritto, altrove, riferendosi ad altro, "era tipo alcune vita fa". Una di quelle vite ero io. Non mi perdonerò mai.

Così chiudo questo anno. Scollino portandomi dietro un tumore nel pancreas, un cuore che va a singhiozzo nonostante l'intervento, un occhio che non vedrà più come prima. Non un gran bilancio. Fra tre settimane ne faccio cinquantotto e sto messo come un'utilitaria euro uno. Nel frattempo mi avvicino al primo controllo semestrale, che alla fine fra una cosa e l'altra arriverà in realtà a quasi un anno di distanza da quando mi han diagnosticato il coso, perché quando si era chiuso il giro degli esami erano già passati almeno cinque mesi dalla ecoendoscopia pancreatica, e da allora non sono più venuti a guardar dentro come va. Ho paura? Ho paura.

Se non altro, dopo sei anni da quando ebbi la prima crisi, ho finalmente affrontato e mi sono lasciato alle spalle l'intervento al cuore. Almeno questo per ora posso metterlo da parte, per quanto i recenti segnali non siano proprio incoraggianti per il futuro prossimo, ma di certo l'orologio della mia qualità di vita, sotto questa prospettiva, è stato pressoché resettato al punto di partenza e sto decisamente meglio, al netto del chilo di farmaci che devo continuare ad assumere ogni giorno.

Un lavoro, per fortuna, ce l'ho, anche se mi ha riportato indietro di vent'anni: un lavoro che non riesco più a sopportare e odio con tutto me stesso, che fa male alla mia salute - vedi sopra, ma che dopo anni e anni di vita sul filo mi dà perlomeno un po' di sicurezza e mi porta a casa uno stipendio tutti i mesi, puntale, e qualche benefit che soprattutto in questo momento della mia vita è assai importante.

Non fosse che non ce la faccio più, non ce la faccio davvero più; non fosse che non riesco a concentrarmi in alcun modo, né a interessarmene, né ad essere presente e partecipe; non fosse che sono totalmente assente, vivacchio il minimo indispensabile cercando di nascondermi e rendermi inutile il più possibile; non fosse che sono esaurito, spento, completamente svuotato, apatico; non fosse soprattutto che sono stanco, infinitamente stanco, stanco mentalmente e fisicamente, di una stanchezza primordiale e secolare. Alzarmi la mattina è ormai un incubo a qualunque ora, che siano le sei o le undici. Impiego ore per connettere il minimo necessario e cercare almeno di far mente locale sulle cose imprescindibili della giornata. Non riesco a focalizzarmi su nulla, faccio al massimo una cosa per volta, senza alcuna attenzione, la testa altrove, con lunghe pause nel mezzo per chiudere gli occhi, scollegarmi da tutto, lasciarmi scivolare addosso le onde. Non sono mai andato in ufficio una volta da quando sono stato assunto e ormai sto nuovamente pressoché blindato in casa come nel 2020. Dover uscire mi prostra psicologicamente, lo evito il più possibile. Cerco almeno di vedere gente, di ricostruirmi un po' di vita sociale. Ho bisogno di amici attorno.

La sera di Natale, a impegni familiari finalmente esauriti, ho diviso una fetta del mio panettone e un brindisi insieme all'unica persona che davvero mi sia stata vicina negli ultimi tre anni, per quanto, come sempre, l'abbia allontanata ormai da qualche mese, anche lei. Sono felice che non sia sparita, ma che si sia solo ritirata in disparte, pur rassegnata a me e a quel che sono. Ti voglio bene, lo sai. Perdonami se non riesco ad andare oltre. 

È andata bene così. Da Natale all'ultimo dell'anno o, ad anni alterni, al primo dell'anno nuovo, ormai da tredici anni rimango a osservare quello spazio sul calendario totalmente vuoto, nel mezzo del quale sto da solo, i ragazzi in montagna con la madre, io a casa nel nulla. Fino a quattro anni fa quel vuoto lo riempivi tu arrivando il 27 dicembre. Il 28 dicembre di quest'anno sarebbero stati undici anni di noi. Io non l'ho dimenticato, forse nemmeno tu. Per quanto sia tipo alcune vite fa.

È stato un anno quasi interamente senza lavoro, né le solite vacanze coi ragazzi, ché a gennaio ho fatto il Covid e quest'estate l'intervento, un intero anno sempre a casa. Un anno nel quale ho deciso di occuparmi solo della mia salute e dei figli. È stato anche l'anno del figlio grande diventato maggiorenne, iscritto all'università, che per la prima volta è andato in vacanza da solo, senza di me, e della figlia adolescente per la prima volta all'estero da sola, anche lei. È stato l'anno in cui ancor più i ragazzi mi si sono stretti attorno. Loro sì, sono con me e lo saranno sempre, per quanto ovviamente la loro vita li allontanerà sempre di più. È stato un anno interamente per loro. È stato l'anno in cui mia figlia sembra essere finalmente uscita dal tunnel nero e profondo nel quale era stata risucchiata tre anni fa, ed è tornato finalmente a splendere quel suo sorriso di cui sono innamorato da quando ha aperto gli occhi. È stato l'anno del più bel messaggio che mi abbia mai mandato mio figlio, il 24 novembre.

È stato un anno in cui mi sono guardato alla specchio e, per la prima volta in vita mia, mi sono reso conto che no, non ho più voglia di viaggiare. Ho viaggiato tutta la vita e ho dedicato la mia vita intera a viaggiare, ma negli ultimi tre anni non mi sono più mosso da casa per varie ragioni e all'improvviso mi rendo conto che, almeno quest'ultimo anno, la ragione è stata che sono io a non averne più voglia. Sto bene a casa e questo è tutto. Metterlo a fuoco, riconoscerlo, è stato come scoperchiare una voragine dentro me stesso. Se non viaggio più, chi sono? Io sono sempre stato i miei viaggi, da sempre. Non lo sono più già da tempo e nemmeno me ne sono accorto, ché il tempo vola maledettamente, sempre più veloce, sempre più inafferrabile, e mi fa paura, mi fa paura, mi fa paura. Mi fa sempre più paura, perché non me lo ridarà mai più nessuno. Quel che è perso è perso, quel che è andato è andato.

Di certo il coso ha cambiato radicalmente il modo a cui ho sempre guardato in avanti, accorciandomi drasticamente la distanza di messa a fuoco. Non riuscire più a guardare il calendario con gli stessi occhi è anche una delle ragioni per cui non riesco più a lavorare. Non ho tempo. Quel tempo è mio, non posso bruciarmelo dietro a ciò che più disprezzo, per quanto ovviamente mi dia i mezzi per andare avanti. Ancor più che in passato, non so dove sia l'uscita del labirinto, ammesso ci sia, ma sbatto sempre più contro le pareti dei corridoi.

Negli ultimi anni la lista delle cose che hanno fatto parte di me per una vita intera e che sono andate perse, delle quali ho via via smesso di avere voglia, è andata ad allungarsi inesorabilmente. Ho smesso di andare in montagna ormai da ben più di dieci anni. In tutto questo tempo sono stato giusto un paio di volte in Grigna e sul Resegone coi ragazzi, nulla di più. Quel che faccio ancora più fatica a realizzare è che ho pressoché anche smesso di sciare. Non avevo mai, mai, mai saltato una stagione da quando a malapena stavo in piedi. Ho imparato a sciare prima ancora di imparare a camminare. Già da anni ormai avevo attaccato le pelli al chiodo, ma almeno a star dietro ai ragazzi in pista, fino a tre anni fa, mi divertivo. Le nevi delle Alpi giapponesi sono state le ultime a vedermi sciare davvero, ancora in ottima forma. Era il gennaio 2020. Fra qualche settimana fanno tre anni che, di fatto, non scio, a meno di un giorno o due lo scorso inizio anno, qualche curva a fatica, prima di arrendermi a una forma disastrosa e trascorrere la giornata in baita da solo ad aspettare i ragazzi. Poi è arrivata l'ora del Covid anche per noi e ho dovuto mollar lì il colpo. Non sono più tornato sulla neve.

Ci ritornerò fra qualche giorno, ma la verità è che non ne ho voglia. Ammetterlo a me stesso è stato quasi come prendere un pugno in pieno volto. Avere a che fare con la pesantezza, la stanchezza, la consapevolezza di uno stato di forma devastato dalla pressoché totale inattività di questi ultimi anni, il non poter più sciare come un tempo e dover fare la massima attenzione a non farmi davvero del male, dovermi arrendere all'età che va avanti e al mio disastroso stato di forma mi fa solo penare e aver voglia di rimanere a letto, cancellando le mie giornate sotto il piumone.

È come se la macchina si stesse piano piano fermando del tutto. L'unica attività che mi rimane, nella quale mi sono affogato da due anni a questa parte e a cui dedico ormai integralmente il mio tempo, è questa cazzata dell'astrofotografia, e peraltro ad oggi non sono (ancora?) riuscito a farne nulla di quel che avrei voluto farne, come per tutto il resto, la metafora della mia vita intera. È pure un mese che non scatto una foto, ché il cielo fa sempre schifo. Ormai il cielo è il mio rifugio. È l'unica cosa a cui mi dedichi davvero, nella quale mi perda, che di contro non fa altro che spingermi ancor più nell'angolo della solitudine e che di certo non contribuisce al benessere dei miei ormai devastati cicli del sonno. Dormo da tempo tre ore a notte, a volte due, e non certo solo perché sto sveglio a fotografare. In realtà sto molto più spesso sveglio a fotografare perché non posso dormire. Mi giro fra i cuscini per ore, al buio. Poi mi riaddormento ma è ormai troppo tardi, la sveglia arriva a farmi a pezzi come un'onda d'urto, impiego un tempo infinito a mettere in fila i pensieri anche solo per riuscire ad alzarmi in piedi. Da mesi, la domenica nessuno mi vede prima delle undici e se sono a casa da solo arrivo diretto fino a mezzogiorno, quando la giornata è già ben oltre la metà per buona parte del genere umano.

Esco spesso a cena, per queste cene con nuove interlocutrici occasionali che a ogni giro si lasciano inutilmente tentare da una conversazione brillante che recito ormai a memoria e a soggetto, come un copione consumato. Di solito mi sono già rotto dopo l'antipasto e sprofondo nella noia, pur rimanendo nel mio personaggio fino alla fine del rito. Perlopiù sparisco il giorno dopo e come la morte, tempo quarantott'ore al massimo, mi arriva inesorabile l'improponibile whatsapp polemico ad accusarmi di disinteresse. Che è vero. Come se fosse una colpa, peraltro. Ché intanto i cinquanta euro e passa di cena li ho sganciati io, e quindi che cazzo volete da me. Prendetevi un Buscopan. Io cancello il numero, avanti la prossima cena.

Solo la vegana pazza rimane. Ho smesso di chiedermi il perché. Questa di San Silvestro sarà la quinta o sesta cena che faremo insieme, perlomeno la terza a casa sua. Giusto perché non guida, perché per parte mia mi sarei anche rotto il cazzo di dover sempre essere io ad alzare il culo, ma vabbè. Sono contento in verità che stapperemo la bottiglia insieme. Mi sembra di buon auspicio per il prossimo anno, per quanto dia abbastanza per certo che non sarà con lei che taglierò la colomba pasquale.

Dopo aver scritto "fa' come se fossi morto" ho buttato giù in una sola notte un racconto di ottantasei pagine che nessuno al mondo potrà mai leggere, solo per me stesso. Poi ho cambiato idea. L'ho regalato alla pazza vegana e a P, attraverso vie che solo io e lei conosciamo, e che non usavamo da sei anni. Gliel'ho mandato perché mi ha scritto quel messaggio a sorpresa, senza alcuna ragione, il 7 agosto. Gliel'ho mandato perché alla fine riguardava anche lei ed era giusto che sapesse cose che non aveva mai saputo.

Non so se ho fatto bene. Di sicuro avevo un secondo fine e forse persino un terzo. Comunque nessuno dei due è andato a segno. Però P. mi ha risposto ed è stata una bella risposta, anche se non quella che avrei voluto. Mi ha un po' sorpreso, pure, per la verità. La gente forse cambia. Io ho sempre creduto di no e di certo non pensavo affatto fosse cambiata lei. Forse non ci credo, è stata una risposta ragionata di proposito.

La notte seguente ho sognato P. Mi ha turbato parecchio, anche per la consistenza del tutto e l'inception di secondo livello. Sono rimasto frastornato per parecchie ore. È come se l'inconscio avesse voluto prendermi a sberle. C'è riuscito.

La sera mi metto sul divano, da solo, e ascolto musica. Non mi fa bene. Nemmeno stasera. Soprattutto stasera.

Non abbiamo mai passato insieme la notte di capodanno, è vero. Ma hai sempre dimenticato che non è mai stato per scelta mia.

Buon anno, dovunque e con chiunque tu sia.

Fra tre settimane mancheranno due anni ai sessanta. È pazzesco.


***

1/1/23, addendum: in effetti non è vero, è stato anche l’anno dei quattro giorni bellissimi in Slovenia coi ragazzi a fotografare gli orsi. Lo avevo dimenticato. Non tutto è dunque andato davvero perduto.




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