Poi, appena torno in quota nell'aria sottile, mi riconcilio immediatamente con il mio ambiente naturale. Alla fine la neve e il cielo blu cobalto mi appartengono, da sempre. Il cuore funziona, le gambe non mi han tradito nemmeno questa volta, anzi. Date le premesse, c'è di che essere felice. Solo, mi accorgo che la confidenza non c'è più, scomparsa. Guardo indietro a ciò che più mi era familiare nella mia esistenza e mi intristisco nel rendermi conto che la testa non mi segue più su quel terreno e quei percorsi. 

Mi era già successo nel 2009, quando scendevo dal Morteratsch lasciandomi alle spalle la cima del Bernina per la terza volta consecutiva, consapevole che sarebbe stata l'ultima discesa, per quanto rifiutassi l'idea, nonostante i Lyskamm in agenda la settimana successiva. Come un dialogo interrotto. Come un divorzio dopo una vita insieme. Mi riaccade oggi con la neve, sono a mio agio come da sempre e in qualche modo non lo sono del tutto. Osservo il canale che ho sceso dozzine di volte, con qualunque condizione di fondo e meteo, dove portavo i ragazzi che a mala pena avevan sei anni, e non mi fido più nemmeno di me stesso. Mi tengo alla larga. Alla fine è timore, e poi frustrazione.

Però le gambe sì, non ho idea del come, ma gli stan dietro ancora, nonostante ormai viaggino come missili. Ne sono orgoglioso, di me e di loro. È opera mia, tutto questo sì. Gli sto dietro - si fa per dire, ma intanto son lì - li guardo, sorrido e mi sorrido.

Basta fermarsi un attimo per vedere il bicchiere pieno.

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