E dunque, alla fine ho scritto davvero un libro. Un libro vero e proprio, con una prefazione, i capitoli, un indice, una dedica. Un libro che non uscirà mai dalla cartella del mio Mac, salvo forse mandarlo a un'unica persona, sebbene ancora non ne sia certo (ma tanto so che alla fine lo farò). Perlomeno ora posso dire di aver scritto due libri nella mia vita.
Era forse iniziato come una lunga lettera, ma avevo giurato a me stesso che non avrei più scritto lettere e del resto non era il tipo di lettera che potessi inviare a chiunque, a prescindere. Anche se qualcuno che ha letto la prima bozza, sì, c'è stato, per quanto fosse ancora molto incompleta. In ogni caso, persone che sono transitate nella mia vita giusto poco più del tempo di una lettura.
Per scriverlo ho impiegato tre mesi di notti strappate al sonno fra una galassia e una nebulosa, e di giorni strappati al lavoro, durante dozzine di riunioni infinite e noiosissime, dalle quali mi sono astratto lasciandomi ancora una volta trasportare nel mio universo parallelo. L'ho poi riletto cento volte, per controllare di aver rispettato tutte le concordanze, i tempi e i modi verbali, le consecutio temporum; per sistemare i paragrafi, limare le ridondanze e le ripetizioni, andare a caccia di sinonimi, asciugare alcuni passaggi, riformularne altri, semplificare i periodi, raccontare meglio un contesto, e infine rimettere in ordine gli eventi sulla giusta linea temporale, rimescolando quelli accaduti realmente da quelli frutto della mia fantasia. Ché è un libro, non un diario.
Non so se scriverlo mi sia effettivamente servito, almeno come terapia personale. Mi ha fatto comunque bene, sì. È stato come srotolare un viaggio durato dieci anni e riguardarlo tutto in una volta, con occhi forse diversi. Più propriamente, è stato come svegliarsi.
In effetti non è una lettera e dovrebbe rimanere per sempre nel mio portatile. Ma il fatto che abbia scritto una lettera come prefazione smentisce la prima affermazione e sembra il presupposto per confutare anche la seconda.
O forse, fra altri dieci anni e mille altre revisioni, potrei davvero decidere di pubblicarlo in forma anonima. In fondo è una storia che non ha tempo. Dovesse mai accadere, mi toccherà scrivere una nuova prefazione.
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