È una di quelle giornate che mi capitano spesso, completamente vuote, che riempirei volentieri in molti modi, ma non posso farlo proprio perché è questo vuoto stesso a impedirmelo, il che è talvolta la perfetta sintesi della mia vita. Nonostante tutto, questo vuoto continua in qualche modo a darmi da vivere, per quanto possa essere assurdo.
Guardo la luce del sole attraversare i Velux sopra la mia testa, finalmente aperti. Entra aria tiepida, sto in maniche corte. Il cielo mi pare limpido, magari dopo esco in terrazza a dare un'occhiata e vedere se iniziare a portar fuori l'attrezzatura per la notte. È anche tantissimo che non riesco a centrare un transito solare, a pensarci. E dire che è stato in assoluto il mio primo approccio all'astrofotografia, tre anni fa, fra un lockdown e l'altro. Poi non sono più riuscito e del resto le occasioni sono piuttosto rare, a meno di non alzare il culo e andarsele a cercare. Quella prima volta lo feci, in effetti: andai a piazzarmi con macchina fotografica e treppiede nel parcheggio di quel centro commerciale vicino alla tangenziale, con la gente che mi guardava strano. Ci riprovai poi un'altra volta, nel bel mezzo di uno svincolo trafficato, ma il cielo era troppo nuvoloso e mancai lo scatto. Da allora aspetto che mi passino sopra la testa e quando accade di solito il cielo fa schifo, o non riesco a centrare il transito, o comunque non ci sono le condizioni per. E niente.
Per un istante mi soffermo sull'avatar che ho scelto per questo blog e che fino a qualche tempo fa usavo per quasi ogni account fra i non più molti che mantengo ancora sparsi in giro. Ricordo che qualcuno, mi pare su Telegram, dove lo uso tuttora, mi disse che lo trovava inquietante. È un selfie strano, scattato per caso nel 2019, alle prime luci dell'alba di una mattina di inizio dicembre, un momento molto buio della mia vita. Mi rendo conto della metafora che questa frase si porta involontariamente dietro, un istante dopo aver messo il punto.
Quella notte non avevo chiuso occhio e la tendina in controluce oscurava la finestra di una camera di ospedale, dove alle mie spalle stava dormendo mia figlia. Ero lì accanto a lei da ormai tre giorni, preoccupato e impaurito. Per certi versi, essere noi due soli rinsaldò ancor più il nostro legame, soprattutto nei difficili mesi a seguire, quando riuscii a tenerla aggrappata alla mia mano. Certo non avrei potuto essere altrove, abbandonarla nemmeno un istante.
Per rimanere con lei in ospedale lasciai mio figlio a casa da solo per la prima volta. Certo aveva l'età per rimanerci, ma non era mai capitato e insomma, dal punto di vista di un genitore la prima volta è sempre la prima volta: puoi non essere apprensivo finché vuoi, ma alla fine non è mai così. E poi era proprio il motivo a far male: non capiva - e non poteva capire - quello che stava accadendo e immagino fosse altrettanto preoccupato. Del resto lo capivo forse a mala pena io e non ne ero nemmeno certo. Così passavo la sera da casa a preparargli al volo una cena e a dargli qualche istruzione, per poi tornarmene in ospedale da sua sorella portandole il suo peluche preferito, un libro e un panino per me. In effetti, eravamo soli tutti e tre, ognuno a modo proprio. Mi viene in mente che passa il tempo, ma quel peluche è sempre lì, logoro e sporco, custode unico e indiscusso del suo mondo, talvolta ancora protagonista di qualche battuta fra noi. Le cose vanno e vengono anche attorno a lei, la sua vita corre in avanti sempre più veloce, ma lui rimane, fedele e insostituibile. Una volta abbiamo provato a metterlo a mollo, ma ne venne fuori un po' stravolto e raggrinzito, e secondo me aveva pure lo sguardo incazzato.
Ricordo che quell'alba in ospedale pensai che volevo fissare quel momento e il male dentro, non lasciare che andasse perduto. Farmi attraversare e ricordarlo esattamente per quello che era. Così scattai quel selfie in controluce, stordito dal sonno. Chi avrebbe mai immaginato che di lì a due mesi sarebbe arrivato il Covid a terremotare ancor più entrambe le nostre esistenze. Che anni tremendi sono stati, quello e quello successivo. Persino il 2022, con tutto quello che è accaduto e i problemi di salute, è stato tutto sommato meno peggio dei due precedenti.
Ho usato a lungo quella foto, sebbene altrove, in tempi recenti, l'abbia via via sostituita con altre decisamente più luminose scattate in seguito. Ne ho una del 2021 molto bella e felice sul Sentiero del Viandante, un paio interessanti prese quest'anno, finanche alcune scattate in casa nel 2020 durante la pandemia per un progetto in bianco e nero sul lockdown che mi tenne occupato qualche mese. Gli anni passano, il tempo macina, trita tutto in polvere, ma un pezzo di me è rimasto lì a guardare l'alba attraverso le feritoie di quella tendina e non si è mai più mosso da allora. Quei giorni si è irrimediabilmente rotto qualcosa di me che ho abbandonato in quella camera di ospedale e che quell'immagine oscurata in controluce rappresenta in qualche modo. Senza che mi sia davvero mai fermato a pensarci, c'è parecchia metafora in quel profilo al buio e non è un caso che quando ho aperto questo blog l'abbia scelto come avatar.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una foto su un social network che mi ha riportato a un passato che mi appare lontanissimo, in verità non essendolo affatto; una foto molto simile a un'altra scattata tempo prima, dove sono presente anche io e che appartiene a una delle rare epoche della mia vita durante le quali almeno una parte di me è stata in perfetto equilibrio. Un periodo che mi venne improvvisamente scippato. A lungo ho pensato fosse accaduto ingiustamente, ma col tempo sono riuscito a imputarmi qualche colpa anche in questo caso e a mettere in fila alcune ragioni per cui no, forse quel che successe non fu solo per ingiustizia, o sfortuna.
Alla fine, ogni volta che mi volto indietro e provo a fare i conti col passato, qualunque passato, riesco a darmi delle colpe. Sono bravissimo a farlo. Mi chiedo se non sarebbe più semplice, almeno la maggior parte delle volte, prevenire quelle colpe per non dovermi poi inesorabilmente confrontare coi miei rimpianti. Imparare a vivere serenamente il presente, concentrandomi sempre e solo su quel che è qui e ora invece che su un ipotetico domani, sugli eventuali universi alternativi, sui what if, il cui unico risultato è un infinito inseguire un'esistenza che scorre inesorabile in avanti, sempre più rapidamente, anno dopo anno, e che mi appare quanto mai inconcludente, come una fila di tentativi a caso, di bivi presi alla cieca, di biglietti della lotteria regalati e stracciati senza almeno controllare se fossero vincenti in qualche misura.
Poi, a tratti, penso che questa è semplicemente la vita, così, punto. Che dipingermi peggio di quel che sono e scavare in quel peggio alla ricerca di giustificazioni e autocommiserazione in realtà serve solo a illudermi di poter sfuggire alla mia normalità, ostinarmi a credere di essere ancora protagonista di stagioni ormai chiuse e dimenticate. Di essere diverso, a costo di esserlo con una connotazione negativa. Diverso da cosa, poi, non so. L'ossessione del distinguersi, sempre, comunque. Boh.
Questa cosa della normalità mi riporta indietro, lontano nel tempo, a frammenti di screenshot che ho conservato in una cartella che non ho più aperto; a qualcosa che è stato all'origine di molte altre cose e forse il fato no, non ci vede benissimo. Forse è piuttosto miope. O forse quella cosa dei biglietti della lotteria stracciati senza controllare il numero. Scrivo miope e per un cortocircuito mentale all'improvviso sono altrove, anni dopo quel discorso sulla normalità, una serata che non dimenticherò mai più, dicembre del 2017, credo. Anche di quella sera ho qualche foto affondata nelle mie cartelle, che non guardo da molto tempo e probabilmente non guarderò più. Ricordo un parcheggio. Ricordo il panorama, il buio. Ricordo le luci all'orizzonte. Ricordo la meraviglia, non mia. Ricordo la gioia, l'emozione, la felicità, anche mie. Ricordo che pensavo fosse un nuovo inizio. Invece era un nuovo inizio che camminava a fianco dell'inizio di una fine. Mi rendo conto che c'è forse un motivo per cui, a un certo punto, ho smesso di fotografare ad altezza sguardo e ho iniziato a puntare l'obiettivo in cielo. A pensarci, le foto del cielo non sono legate a nulla, non appartengono a nessun tempo, se non giusto a quello dei plesiosauri. Uno può riguardarle a distanza di anni e niente, sempre quelle ti sembrano.
Ci sono post che protraggo per giorni, magari inizio a scrivere pensando a una cosa in particolare, poi no, interrompo, mi segno appunti e note da cui riprendere più avanti, cambio strada improvvisamente trasportato da un groviglio di pensieri, son lì lì per buttare tutto e invece ci torno su, riparto da capo, aggiungo, tolgo, proseguo a caso. Se non scrivo, approfitto delle rare serate con qualche sprazzo di cielo sereno per piazzarmi in terrazza con la mia attrezzatura. È primavera, inizia a far caldo, non ho più bisogno di rintanarmi in casa e pilotare tutti i marchingegni da remoto con l'iPad. Posso rimanere fuori tutta la notte a tener d'occhio la direzione delle nuvole, combattendo con le prime zanzare, provando a strappare qualche ora di ripresa fra un cumulonembo e l'altro, mentre ne approfitto per studiare un po' ed esplorare le mie mappe stellari.
A latere, nelle ultime settimane sono inciampato in lune altrove, tornando con molta cautela dove non andavo a guardare da tempo, dove in effetti non mi aspettavo e non mi pareva ci fossero mai state lune prima, ma andare a vedere dove è collocato quel prima sarebbe complicato e no, non ci vado, non serve a nulla. Fra quelle lune mi annoto però una bella nebulosa che non conoscevo: controllo sul mio planetario e sì, posso andarne a caccia, non è facile ma sembra alla mia portata ed è pure la stagione giusta. Metto dunque Medulla in lista per una delle prossime serate, devo capire come sta messa rispetto al mio orizzonte. Da febbraio in avanti ho investito quasi tutte le nottate limpide su quel progetto dello Squalo oscuro, così adesso ho bisogno di qualche risultato che mi dia soddisfazione, di ridare un po' vita e colore al mio account siderale.
Questi giorni sto lavorando a un progetto estivo che nulla ha a che fare con le stelle e che, pur non nascendo come tale, è in realtà un viaggio vero e proprio, e va a toccare corde profonde e radici che fan parte di me ancor più di quanto possa farlo un normale viaggio che inizi decollando da un aeroporto. Non decollo da più di tre anni, del resto, e ogni volta che ci penso mi sembra incredibile. D'altra parte non ho nemmeno più i mezzi per decollare, sono quasi completamente al verde, dunque non ci penso.
Non so se questo nuovo progetto sia davvero (più, ancora) alla mia portata, ma mi piace studiarlo e lavorarci. È importante che ci sia, che lo stia visualizzando, che abbia iniziato a costruirci attorno. È il primo progetto vero da molto tempo e, fra molte altre cose, credo significhi che qualcosa di me non è affatto rimasto in quell'ospedale, qualcosa è ancora molto saldo e radicato. Così mi ci aggrappo un po', provo a tirare il filo per vedere se si spezza, o se tiene. Forse, come mi accade spesso, nelle prossime settimane ci sarà un momento particolare, un accadimento, magari un acquisto specifico, qualcosa per cui all'improvviso questo progetto sarà davvero sulla rampa di lancio coi motori accesi. Per il momento sta sulla mia scrivania e ogni giorno approfondisco qualche dettaglio, mi segno cose. Sta lì, fra le pagine di un piccolo libro e una mappa reperita con difficoltà, ché i miei progetti veri han sempre bisogno di carta, talvolta carta rara, ché affidarsi solo al digitale può essere perfino un po' imprudente in alcuni casi.
Non lo so, no, se possa essere alla mia portata e perché lo sia avrei probabilmente bisogno, fra mille altre cose, di alzare il culo, ora. Ma intanto mi piace crederci. Mi piace soprattutto pensarlo insieme a chi lo sto pensando, ché non è un progetto per me solo e non potrei pensare a squadra migliore con cui condividerlo. Mi piace perché non si porta in eredità nulla del mio passato che non sia qualcosa di ormai lontanissimo, che riguarda solo me stesso e che pensavo di aver perso del tutto, e invece le cose davvero buone non muoiono mai. Credo, fra altre cose, sia particolarmente importante proprio per questo. E mi piace proprio perché è un progetto condiviso, non è solo mio, ché non è più tempo di progetti solo miei. È un progetto che mette insieme cose condivise a priori. È un progetto come me, un passo dopo l'altro, con una sfida ambiziosa davanti (ambiziosa per me che sto col culo sulla sedia da mesi e mesi). Mi piace perché ha un obiettivo e io ho bisogno di obiettivi per motivarmi e andare avanti, e non ne avevo da tanto tempo.
Non so se alla fine ne faremo davvero qualcosa. Ci sono molte incognite e qualche potenziale ostacolo da capire se e come affrontare, c'è di mezzo anche il mio cuore, ci sono variabili che non dipendono da me, variabili che dipendono da me, variabili affidate al caso, o alla fortuna. C'è comunque una possibile e altrettanto buona alternativa, non dovesse concretizzarsi questo progetto per una qualunque di tutte queste ragioni. Insomma, si vedrà. Guardo avanti con qualche timore di non sapermi più misurare con un progetto così, ma perché no. Intanto stendo la mappa sulla scrivania, studio. Mi interrogo: solo cellulare, o il chilo e mezzo in più di reflex con quella lente super versatile che portai tre anni fa sul Monviso?
Il cuore lo sto monitorando da qualche settimana. Per la verità i parametri sono abbastanza nella norma: non sono quelli che avrei se fossi davvero in forma, ma comunque rimangono sotto la soglia di attenzione. Però io lo sento, sempre, spesso di notte. Lo sento quando accelera, mi schiaccia sul petto, mi taglia le gambe, quando devo fare respiri profondi per provare a rallentarlo, quando mi manca il fiato. Resta il fatto che se il monitoraggio non rileva anomalie allora non ce n'è: quasi certamente non è il cuore a non funzionare, ma la testa. È l'ansia, che mi schiaccia e che a tratti, di notte, al buio, sfiora il panico vero e proprio. È che qualcosa si è rotto sì irrimediabilmente, non so come fare e non c'è intervento in sala operatoria che possa rimettermelo a posto.
Non so se un aggiustatore di teste potrebbe essere una soluzione, ma al di là del tempo che richiederebbe il punto è che sarebbe solo una toppa a una situazione che non sono più in grado di gestire, né di tollerare. Non ho più i mezzi, è un incendio che non posso spegnere. Non smetto un secondo di pensare a come uscire dall'angolo in cui sono costretto e non vedo come farlo. Resistere ancora otto o nove anni mi sembra improponibile, né saprei oggettivamente come. So per esperienza che non durerò molto nella situazione attuale, forse ancor meno di quel che credo, e non so se anticipare i tempi e rifare subito il cammino al contrario, riavvolgere il nastro di qualche mese, con tutti i rischi che comporterebbe e che pensavo di essermi lasciato alle spalle, oppure rimanere immobile dove sono aspettando che la tempesta mi investa ancora una volta, come sempre, per poi pensare dopo a una soluzione di ripiego. Il fatto è che questa volta verrei travolto senza alcun paracadute, non è mai successo prima, e questo fa sì che qualunque decisione sia ancora più complicata.
È ormai davvero una questione di salute, di vita davanti, di me stesso. È che non riesco proprio a immaginare un'alternativa razionale in questo scenario che cerco di tenere in piedi da tredici e più anni. Ci vogliono sempre più risorse ed è sempre più difficile per me trovarle, ormai ho esaurito tutte le scorte e ne ho sempre meno di nuove. E, almeno per il momento, qualunque timido tentativo di alzarsi dal tavolo e abbandonarlo, sembra finire inesorabilmente contro un muro.
Non mi arrendo. Guardo case altrove. Altrove in mezzo al mare, o altrove in mezzo a pianure infinite, ché se mai a una casa nuova dovessi pensare mi serve che abbia cielo ovunque, limpido, tutto attorno. Mi accorgo che non guardo case in montagna. Ho bisogno di orizzonte e qualunque casa in montagna mi priverebbe almeno di un settore di cielo, per quanto meravigliosamente limpido potrebbe essere come mai potrà essere quello di una casa di mare, o di pianura. A meno di una casa su un altopiano molto alto e molto piano. Non so, non ne ho ancora viste.
Guardo case per vedere che effetto mi fa, e condivido quelle che mi sembrano interessanti, per vedere che effetto fa condividerle. Non solo l'effetto che fa a me. Intanto ho bisogno di condividere, almeno l'immaginazione. Inciampassi mai in un progetto per cui valesse davvero la pena mettersi in gioco, magari a quel punto il modo si trova e la congiunzione astrale arriva da sé. Anche i sogni hanno bisogno di una loro ragione profonda verso cui essere incanalati. E poi qualunque cosa io abbia realizzato nella mia vita e che sia stata davvero importante per me è sempre partita da un sogno che li per lì mi appariva impossibile, per quanto siano molti di più quelli impossibili rimasti tali, che invece possibili sarebbero stati altrettanto. Se smettessi di sognare, sarei comunque spacciato.
Altrove, da settimane è calato di nuovo il silenzio, immagino definitivamente. Le ultime parole, inutili come mille in passato, mi hanno fatto capire altre cose sulle quali, in effetti, non mi ero mai fermato a riflettere e che sono sempre state lì, davanti ai miei occhi, per anni. Capirle al tempo forse mi avrebbe messo al riparo da tutto quello che è venuto, ma siamo sempre lì, col senno di poi è tutto facile, è tutto chiaro, non esiste la controprova. Comunque, che sia tutto chiaro è quel che conta. Il resto l'ho messo via in quelle centocinquanta pagine finite in fondo a una cartella, dove rimarranno abbandonate.
Mi rimane solo da trovare uno spazio, dentro di me, dove chiudere a chiave definitivamente qualunque conclusione ne sia venuta e quel qualcosa che alla fine, in verità, non è davvero mai stato, a differenza di altro che è stato sì e che è stato distrutto da ciò che non è mai stato. Ché l'essenza del tutto, a volerla cogliere e per quel che mi riguarda, è che oggi, a distanza di anni, da una parte c'è un luogo dove ci sono delle lune che posso andare a guardare e sulle quali fermarmi con un misto di emozioni, non importa quali, non importa quanto contraddittorie o meno possano essere, ma che sono mie, sono lì, hanno un loro posto, faranno comunque parte di me per sempre e non sarà un giorno di settembre a portarmele via. Dall'altra invece un luogo non c'è, non ho nulla da andare a vedere, né mi è rimasto nulla. Solo vuoto, parole non mie senza peso, polvere, un silenzio assordante che parla più di mille parole e di centocinquanta pagine che, peraltro, sono invece parole solo mie. Come sia stato tutto solo un'allucinazione. E in effetti non può che essere stato così.
Un abbaglio. Fantasia, illusione, inganno, miraggio, sogno, travisamento, visione, delirio, vaneggiamento. Sono tutti sinonimi di allucinazione, alcuni mi sembrano più appropriati di altri, in questo caso. Lo dicevo, mi pare, che è un periodo che sono sempre a caccia di sinonimi.
Stendo la mappa sulla mia scrivania e cerco di scoprire quanto è lungo ed esposto quel tratto chiave del progetto, che oggi è l'unica cosa davvero importante. Aspetto stasera. Guardo case.
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