Apparentemente non è cambiato nulla. Ad esempio, mercoledì scorso solita sveglia alle sei e trenta, ho preparato la colazione a mia figlia, l'ho svegliata, l'ho accompagnata in stazione e sono tornato a casa a farmi un caffè. Tutto come al solito, insomma. Ecco, sì, sarei dovuto uscire di nuovo e tornare in stazione verso le otto e trenta per prendere un treno anche io e invece no. Sono rimasto a casa. Be', da tre anni in qua rimanere a casa durante il giorno è, di fatto, "come al solito", a parte rare eccezioni, tipo le scorse settimane che mi è capitato di andare un paio di volte nelle pianure del Kansas, in Piemonte. Una volta il navigatore è pure impazzito e mi sono ritrovato in mezzo al nulla, su uno sterrato per trattori fra i campi di grano, finché il segnale non è definitivamente morto e mi sono orientato, letteralmente, col sole, o per meglio dire con le montagne. Nel senso: laggiù ci sono le montagne, quindi devo andare in direzione opposta. Infatti era così. Dieci chilometri prima ero un'ora in anticipo sulla mia riunione e per un pelo ho rischiato di arrivare in ritardo. Fra l'altro, per fortuna sono riuscito a fare anche l'ultima nota spese e a non rimetterci quei quattro pedaggi autostradali. Il treno delle otto e trenta di mercoledì scorso non ho invece avuto bisogno di andare a prenderlo. Meno male che martedì non avevo fatto i biglietti in anticipo.
Non è cambiato nulla, più o meno. Non molto in effetti. Ieri mattina, ad esempio, mi sono alzato presto, ché aspettavo una telefonata importante, salvo poi doverla fare io, provando e riprovando, ché al momento quel numero di telefono è l'unica cosa a cui appendermi. Fra un tentativo e l'altro ho ingannato il tempo preparando una pasta fredda per avere la cena pronta per un paio di serate. Ho ascoltato un po' il nuovo di Noel Gallagher, che poi io i Gallagher non li distinguo uno dall'altro. Ecco, che qualcosa sia cambiato si può notare dal fatto che erano passate da poco le sedici e ascoltavo il nuovo album di Noel Gallagher, o forse era Liam, comunque tutto sommato potevo farlo anche prima, volendo, di tanto in tanto, ascoltare un album alle sedici intendo. Scrivo e guardo dalla finestra, fuori il tempo è perlopiù incerto e freschino, apparentemente nemmeno questo cambia, da settimane.
Qualcosa in effetti è cambiato, sì. Ieri ho anche fotografato un nuovo transito solare proprio sopra la mia terrazza, dopo mesi che non accadeva, in un orario che altrimenti sarebbe stato problematico, e invece ho avuto tutto il tempo per preparare l'attrezzatura, cercare la messa a fuoco migliore, scegliere l'esposizione, provare la raffica, far partire l'inseguimento e riuscire a centrarlo, nonostante le nuvole che a tratti oscuravano completamente il sole. È venuto un bello scatto, ma ho ampissimi margini di miglioramento. È che a differenza delle altre astrofoto a cui solitamente mi dedico, i transiti della stazione orbitante capitano di rado e ogni volta devo un po' ripartire da capo, ricordarmi cosa aveva funzionato nell'occasione precedente e cosa no, e non ci sono spazio e tempo per far prove. Un transito dura pochi decimi di secondo: o lo centri, o non lo centri. E poi amen, fino alla prossima occasione, che magari ti capita dopo mesi.
Quel che apparentemente non cambia mai, o meglio, accade con una certa ricorrenza, è che di nuovo mi capita di perdere pezzi in cascata, come un effetto domino. Pezzi di mera sopravvivenza e altri pezzi che non hanno nemmeno avuto il tempo di essere incastrati al posto giusto, che mi sono rimasti in mano mentre cercavo loro la giusta collocazione nel mio puzzle, e che sono tornati nella scatola.
Per il ponte dello scorso weekend avevo in programma un lungo giro zaino in spalla con qualche ambizione, per riprendere a fare cose in vista di altre cose. Me l'ero studiato per bene come tessera iniziale, finalmente, di un po' di progetti da mettere in fila, tanto più che a questo punto il tempo non mi manca di certo. Va detto che fino a qualche anno fa, quando mi capitava di avere tempo come adesso, partivo tipo per il giro del mondo e stavo via settimane, fottendomene anche un po' del buon senso, delle circostanze, della cautela: adesso punto ad arrivare dalle parti di Biella per tre o quattro giorni e va bene così, mala tempora currunt e bisogna sapersi adattare, l'importante è avere delle idee e dar loro spazio. Comunque niente, alla fine non se n'è fatto nulla. Il pezzo del puzzle è tornato nella scatola. Al solito, mi verrebbe da dire. Va bene, il meteo e bla bla bla, ma alla fine si poteva anche mettere un k-way nello zaino e partire lo stesso, e certo qualche anno fa lo avrei fatto, da solo.
Ché poi, alla fine, se voglio fare le cose, devo quasi sempre rassegnarmi e farle da solo. Non è che sono difficile, non è che sono un rompicoglioni: è che mi ritrovo sempre da solo con i pezzi del mio puzzle in mano. Non riesco a condividere il tempo, la ricerca, la figura finale. È come se fossi sempre alle prese con giochi che piacciono solo a me e del resto io non sono capace di giocare ad altri, soprattutto a quelli a cui giocano tutti. Non ho mai giocato a pallone in vita mia, per dire, né a tennis.
È che non riesco ad andare avanti lasciandomi cose irrisolte indietro, o perlomeno lo faccio, certo, spesso per forza, ma sempre malvolentieri, molto a fatica, e mi porto dietro irrimediabilmente i rimpianti delle cose che avrei potuto e invece no. Così cerco più o meno di fare tutte le cose che ho in testa e che inevitabilmente appartengono a me, che non vorrei fare da solo, ma poi non ho scampo: o tiro dritto e mi arrangio, o rinuncio. Da un po' di tempo in qua va quasi sempre a finire che rinuncio, perché non ne ho più voglia di fare cose da solo, perché le immagino condivise e invece no. E mi salgono l'amarezza e la rassegnazione.
Non se n'è fatto nulla di quel giro nel ponte, amen. Fosse stato solo per quello, chissenefrega. Ho pur sempre messo nelle gambe una piacevole giornata. È stata bella, è stata faticosa, ne avevo bisogno, ma quanto tempo sprecato, che adesso mi appare ancor più sprecato. È che da mercoledì scorso il tempo tutto mi appare inesorabilmente sprecato, se non lo riempio in qualche modo, soprattutto se a questo punto non approfitto per riempirlo con un po' di quel qualcosa a cui prima di mercoledì lamentavo non potermi dedicare nonostante il vuoto da cui ero circondato. Adesso quel vuoto è solo mio, dunque sta solo a me colmarlo.
Rimango sull'orlo, sporgendomi con timore, come sempre, in attesa di una spinta. Altre volte, in passato, me la sono data da solo, ma non è che abbia sempre le energie per affidarmi a me stesso e più passano gli anni meno ne ho. Ormai lo so che posso, l'ho fatto dozzine di volte, l'ho fatto persino la maggior delle volte che solo non ero, perché in realtà lo ero eccome al di là delle apparenze e della forma. Ma da tempo non ne ho più, o almeno, faccio molta fatica. Avrei bisogno di qualcuno che metta le energie al mio posto per far volare me, che è evidentemente pretenzioso - si dice così? Avrei bisogno di fare il passeggero mentre qualcuno al mio fianco guida la mia auto. Qualche volta in effetti è capitato: raramente, ma è capitato. Più spesso mi sono addormentato a fianco del posto di guida, solo per svegliarmi di soprassalto e rendermi conto di essere fuori strada e di dover riprendere il volante. È che affidarsi sempre a se stessi, alla fine, è logorante e invece vorrei che fosse qualcun altro a dominare la mia ansia per me, non dovermi fare carico io di quella altrui mentre procediamo alla cieca verso una direzione scelta a caso da me fra le mille che ho segnato sul mio taccuino, della quale sono il solo responsabile, e colpevole peraltro. È che non sono capace di andare in altra direzione che non sia fra quelle elencate nel mio taccuino, e alla fine il paradosso sta tutto lì, pretendere che condividere sia far guidare ad altri la mia auto nella direzione che voglio io e che però affrontiamo il viaggio con lo stesso spirito, che la mia meta sia condivisa a prescindere e che le motivazioni alla base siano le stesse. Un po' troppo, in effetti.
È per questo che le cose importanti che ho fatto, quelle davvero importanti per me, le ho fatte quasi tutte da solo e invece, assai raramente, con qualcuno che abbia saputo proteggermi dalle mie stesse ansie, che se ne sia fatto carico, allo stesso tempo (con)dividendo - almeno apparentemente - il mio spirito guida. Ogni altra volta mi sono sentito irrimediabilmente solo, seguito a distanza senza alcuna effettiva comunione, una reale motivazione che non fosse semplicemente cercare di stare al mio fianco sperando in una reciprocità che, inesorabilmente, non sono mai stato in grado di restituire. Mi apro alla condivisione solo rispetto a quel che è già sul mio taccuino, a meno che quel che è fra gli appunti altrui per qualche motivo non mi appassioni tanto quanto e non sia fin lì sfuggito al mio radar personale.
Però dio solo sa quanto in realtà io non sopporti fare le cose da solo. La verità è che delle cose che ho realizzato immerso nella mia solitudine alla fine non mi è rimasto nulla, le vedo allontanarsi sempre più alle mie spalle, sparire dalla mia vita, spegnersi senza alcuna traccia, mentre mi accompagnano ogni giorno e mi porto dietro quelle poche che ho sentito davvero condivise. Perlomeno che me lo sono sembrate, magari sbagliandomi. Poi, in verità, ho fatto cose in autonomia che sono state importanti per prendere le misure di me stesso. Che sono contento di aver fatto per conto mio, in qualche occasione di avere avuto il coraggio di affrontare. Che rivendico come mie, profondamente mie. Che mi sono trovato a fare da solo perché non ho trovato nessuno con cui farle, ma nel realizzarle sono state tutte piccole conquiste, mattoni importanti della mia vita che mi hanno permesso di acquisire consapevolezza dei miei mezzi e dei miei limiti, di dovermi preoccupare di gestire solo le mie aspettative e le mie ansie, e non assumermi la responsabilità di quelle di chiunque altro.
Non era qui che volevo andare a parare, però. Non che sappia bene dove, d'altra parte. È che ho tempo, lo riempio scrivendo e vedo dove arrivo, se arrivo.
È che muovermi per muovermi, riempire il tempo solo perché bisogna farlo, allo stesso modo di come bisogna nutrirsi, dormire, andare in bagno, non me ne frega, né me ne è mai fregato nulla. Per riempirlo come vorrei, per smettere di scrivere e alzarmi dal divano, per lanciarmi nel vuoto, ho bisogno di inseguire qualcosa. Un obiettivo. Un progetto, piccolo o grande che sia. Un'idea. Se vado a correre è per vedere se riesco a portare a termine una maratona, o almeno provarci. Se vado in montagna ho bisogno di una cima a cui mirare, un punto di partenza e uno di arrivo ben definiti, un percorso nuovo, una sfida. Se parto per un viaggio mi affido al mio taccuino, e al momento il mio taccuino contiene perlopiù progetti che richiedono mezzi, risorse, tempo, preparazione fisica; alcune di queste cose o addirittura tutte. Al momento, a quanto pare, ho solo il tempo dalla mia. Camminare perché bisogna fare diecimila passi al giorno no, non ci riesco proprio. Ci ho anche provato, a volte càpitano periodi che mi metto lì e mi dico dai, su, alza il culo e fallo, e magari per qualche settimana ci credo anche, ma alla terza volta che faccio il giro del parco mi sono rotto le scatole e voglio tornare al mio divano. D'altra parte ho cinquantotto anni e quando mai sono andato in palestra perché bisogna andare in palestra, o a nuotare perché qualcosa bisogna pur fare. Quando mai ho fatto qualcosa per riempire il tempo pur di non starmene sul divano. Io sul divano ci sto benissimo, se non ho alternative che mi interessino a portata di mano e il tempo per realizzarle.
È che ho bisogno di una ragione, mia, profonda, sempre, perché il motore si avvii. Meglio se si tratta di qualcosa che non ho certezza di poter compiere, che non sappia se possa essere alla mia portata, che se non provo non posso sapere. È quella la molla, di solito, la chiave di accensione. Un'asticella qualunque con cui misurarmi. Che poi, quando mi metto alla prova, mi accade spesso di fallire a un solo metro dal traguardo, ma non è quello il punto. Quello che odio, odio davvero, è avere un'idea e non provarci, ancor più se ho il tempo per quell'idea. Ora il tempo ce l'ho. Così non c'è nulla che mi metta più di cattivo umore che avere un'idea, mettermi alla scrivania e provare a disegnarla, studiarla, fare la conta delle risorse, dei mezzi, della preparazione necessaria, alzarmi finalmente dal divano, accendere il motore. E doverlo poi subito spegnere, qualunque sia la ragione. Dover tornare a sedermi. Spegnerlo per circostanze che non dipendono da me. Far dipendere la mia idea da circostanze fuori dal mio controllo. Rendermi conto che da solo non ho l'energia necessaria, che quell'idea è nata condivisa e io non ho carburante a sufficienza per tenere acceso il motore da solo. Così sono fermo al punto di partenza.
Mi rimangono in mano i pezzi di puzzle le cui scatole non avevo comprato da solo, o perlomeno mi era sembrato. O rimetto i pezzi nella scatola, o vado avanti a comporre la figura per conto mio, portandomi appresso le mie ansie, affrontandole da solo, facendomi carico di tensioni di cui non ho alcun desiderio di farmi carico. O mi tengo il rimpianto, l'amarezza, l'irritazione; o affronto l'agitazione, la stanchezza del dovermi sempre arrangiare, l'assenza di una spalla sulla quale appoggiarmi lungo il percorso per dividere il carico. In questo preciso istante, davanti alla scatola aperta, direi che è smarrimento, frustrazione, rassegnazione. Voglia di chiudere gli occhi, andare a dormire e basta.
Apparentemente non è cambiato nulla, questi giorni, ma in realtà è di nuovo partito l'effetto domino. Scrivo mentre le tessere cadono una ad una e accade che mentre scrivo delle tessere indietro cadute e di quelle ancora in piedi davanti a me, quelle stesse tessere cadono a loro volta e mi trovo a dover rifare i conti con quel che avevo scritto fino a un istante prima, a dovermi correggere, a tratti cancellare interi paragrafi o riscriverli da capo, cambiando tempi e modi verbali. Passano i giorni e quelle quattro righe che avevo in mente di scrivere diventano un libro e nemmeno ricordo più cosa volevo scrivere all'inizio, ché sto cercando di intercettare l'onda lunga, fermare il domino in corsa, finché riesco, la frustrazione e la caduta. Ma sono stanco ora, davvero stanco e rassegnato.
Ieri notte non riuscivo a dormire, come ormai mi capita regolarmente da mesi, e cercando di distrarmi da quel che mi tormentava e mi impediva di prendere sonno mi sono messo a pensare se io abbia mai davvero rischiato la vita, se mi sia mai capitato di metterla veramente in gioco, volontariamente, consapevole del fatto che lo stessi facendo, calcolando la probabilità di errore. In effetti sì, più di una volta in passato. Ricordo alcuni episodi in particolare, quando andavo in montagna da solo. Ricordo i ghiacciai che ho attraversato slegato. Ricordo quello infinito, coi crepacci nascosti, nell'ora più calda, affondando la piccozza a ogni passo nel tentativo di saggiare la neve, capire se il terreno fosse pronto a cedere sotto il mio peso, cercando quasi di levitare sulla superficie. Ricordo quell'inizio di slavina che mi aggancia lo sci e mi blocca la gamba, io che rimango in apnea minuti, non oso nemmeno respirare e non so come fare a levarmi da quella situazione del cazzo, ben sapendo che se sbaglio di un solo grammo, spostando il peso nella direzione sbagliata, la montagna intera partirà trascinandomi in un attimo. Ricordo ponti di neve che o passo, o non passo e torno indietro, e invece passo quasi a occhi chiusi. Ricordo ogni volta che ho chiuso il baule della macchina, mi sono caricato una corda sullo zaino, l'Arva legato al petto, e sono partito da solo.
Ecco, il fatto che in alcuni periodi della mia vita io sia andato in montagna per fare dell'alpinismo in solitaria alla fine si riaggancia a questa cosa dell'alzare il culo dal divano per inseguire qualcosa di profondamente mio, sempre, e di farlo a prescindere dal fatto che qualcuno mi segua o meno. Preferire misurarmi da solo con un viaggio complicato, una salita in montagna, una sfida sportiva, un progetto qualunque sul mio taccuino. Preferire la solitudine fisica a quella emotiva di una compagnia solo apparente. Ho bisogno di condivisione, vera. Se non la trovo, rinuncio e rimetto i pezzi nella scatola, o mi metto da solo a costruire il puzzle. Una volta mi veniva meglio la seconda, ora mi rassegno sempre più spesso alla prima.
Non è che io davvero ami fare le cose da solo, che non mi piaccia l'idea di poterle fare con qualcuno, anzi. Ripenso alle rare volte in cui è capitato. Ripenso a tutte le volte mi è capitato di pensare che ero seguito, che non stavo davvero condividendo un obiettivo. Potrei suddividere la mia intera esistenza in rare tratte realmente condivise, tratte condivise portandomi appresso la consapevolezza dell'essere in realtà soltanto seguito, tratte che ho fatto da solo mio malgrado, ma che avrei voluto condividere e tratte che ho fatto in solitudine perché volevo essere solo, volevo fuggire. Non è tanto una questione di viaggi, ma coi viaggi l'associazione mi è pressoché immediata e d'altra parte io sono in buona parte i miei viaggi. Sudafrica, Islanda, Siberia: primo gruppo; Svalbard, Namibia, Tibet: secondo gruppo; ogni volta in America, quasi sempre da solo, il mio secondo giro del mondo, le Cook, Odessa: terzo gruppo; Patagonia, Corea: quarto gruppo. Potrei mettermi lì e dividere i miei cento e più viaggi nei quattro gruppi. Magari poi lo faccio.
Rimetto nella scatola dei progetti i pezzi del nuovo puzzle appena tirati fuori. Penserò poi se chiudere la scatola, o riprendere le tessere in mano per conto mio, arrendendomi ancora una volta al fatto di esserlo, solo. Mi preparo e vado a vedere il saggio di danza di mia figlia. È uscito il sole. Altre volte mi sarebbe venuto da piangere. Oggi sono solo rassegnato, un po' amareggiato, e non so nemmeno se stare a prendermela con me stesso, o per una volta, almeno per una volta, lasciarmi perdere e pensare che forse, tutto sommato, è meglio così.
Alla fine magari è proprio vero che le cose giuste sono semplici, probabilmente molto più semplici dei miei puzzle. Se solo capissi come riempire con cose giuste tutto questo tempo che ora mi avanza.
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