Dei miei quarant'anni in giro per il mondo ho scritto molto e pubblicato molto poco, soprattutto di quelle che nel loro piccolo sono state vere avventure, pensate, organizzate e realizzate in totale autonomia come di mia abitudine, in qualche caso completamente da solo, quando alcune di quelle destinazioni erano pressoché del tutto al di fuori di qualunque rotta turistica di massa e logisticamente assai complicate da raggiungere e/o attraversare.

In soffitta conservo il breve diario cartaceo, scritto su un'agendina tascabile, della piccola spedizione alle Svalbard del 1987, all'epoca una destinazione estremamente remota, ostile e ben poco accessibile, che richiedeva permessi governativi, ampia autonomia e molto spirito di avventura; il racconto battuto a macchina del lungo viaggio in Patagonia del 1990, altra regione a quel tempo assai sperduta, che fu la mia prima esperienza intercontinentale, da solo e durante l'inverno australe, la stagione più complicata per quei luoghi; il quaderno a righe del mio primo approccio con un deserto, il Sahara, nel 1994, affrontato con un'auto a sole due ruote motrici e attrezzi d'emergenza fabbricati su misura da un fabbro in un'oasi; le pagine incomplete dell'avventurosa e un po' incosciente traversata del Namib nel 1998, dalla quale ancora oggi talvolta mi chiedo sorridendo come ne uscimmo; gli appunti e qualche racconto sparso, pubblicato in passato, dell'improvvisato e surreale giro in Libano e Siria nel 2000, e dell'incredibile avventura nell'allora sconosciuta Al Raqqa, che vent'anni dopo sarebbe stata eletta capitale dello stato islamico dell'ISIS; altre pagine sulla complicata traversata fra le piane alluvionate di Cambogia, Laos e Vietnam nel 2001, che furono la prova generale del lungo overland in Asia del 2002, il vero once in a lifetime (per quanto io continui a sperare di no), del quale custodisco religiosamente i quattro quaderni originali del mio diario giornaliero: l'unico viaggio peraltro che abbia avuto una visibilità pubblica abbastanza significativa, almeno per un paio d'anni a seguire, grazie a interviste, pubblicazioni, conferenze e naturalmente il libro. Prima dell'overland in Asia, solo la spedizione alle Svalbard e il viaggio in Patagonia avevano visto le pagine patinate di qualche rivista importante, che nel primo caso mi aveva persino ripagato le spese. Dopo, comunque, più nulla, a parte un paio di inviti per fare delle serate sull'Islanda, mi pare.

Anni fa mi impegnai in un lungo lavoro di trascrizione e revisione editoriale dei miei diari del viaggio in Asia, che mi portò via parecchi mesi e che integrai con una selezione delle foto più belle, digitalizzate a partire dalle diapositive originali, e con alcune appendici supplementari che raccontavano molti dietro le quinte, il modo in cui via via veniva decisa la rotta, le ragioni, alcuni stati d'animo assai personali che non avevo trascritto nei diari e aneddoti vari che per loro natura non facevano parte del testo originale, ma che consentivano ai lettori di contestualizzare e comprendere meglio i contorni delle vicende raccontate. Pubblicai quel lunghissimo lavoro su un social network, suddividendolo in circa duecento post nel corso di quasi un anno, ma non pensai a salvarlo anche altrove, cosicché andò purtroppo perduto quando decisi di cancellare il mio account. In seguito me ne sono pentito tantissimo, anche perché è escluso che mi imbarchi nuovamente da capo in un lavoro del genere. Un vero peccato.

Dignità di pubblicazione o meno a prescindere, tutte quelle avventure sono state sogni realizzati dei quali vado piuttosto fiero e che fanno parte delle cose della mia vita che sento di poter catalogare sotto alla colonna "bravo", o quanto meno fra le occasioni che ho avuto e che non ho (del tutto) sprecato, dove la parentesi richiederebbe un lungo approfondimento che non sarà qui e ora.

A maggior ragione mi viene spesso da pensarci adesso che sono più di tre anni che, di fatto, non viaggio più, un tempo per me infinito. Di sogni nel cassetto ne ho ancora una lista lunghissima (esiste sì una lista, vera, nei cassetti del mio computer), ma come dicevo ieri sera a un amico dietro a una birra sono ormai tutti progetti che richiedono molti soldi e/o molto tempo e/o, spesso, anche una discreta preparazione fisica, ancor più sfidante alla mia età, e almeno una o due di quelle tre condizioni, a periodi alterni, oggi mi mancano. Magari prima o poi riprenderò in mano qualcuno di quei propositi, ma credo di essere giunto a un punto della mia vita in cui anche non ne avessi più occasione potrebbe forse essermi indifferente. D'altra parte c'è che il tempo si mangia tutto inesorabilmente e allo stesso modo di come le Svalbard di oggi non sono quelle degli anni '80 e il mio Everest di vent'anni fa non è quello odierno, così molti di quei progetti avevano la loro ragion d'essere al tempo in cui li avevo concepiti e oggi l'hanno molto meno, o l'han persa per strada.

In quell'elenco lassù c'è un viaggio che per alcune ragioni è stato più di altri un momento di svolta, o per meglio dire una delle più grandi occasioni perse perché potesse esserlo davvero, di quelle in cui avrei forse dovuto avere un coraggio che non ho mai avuto per indirizzare la mia vita nella direzione in cui sognavo andasse ogni sera quando mi addormentavo. Fu un viaggio in realtà del tutto improvvisato, subito dopo la laurea, con un biglietto di sola andata e senza una data di ritorno prestabilita; in tasca il sogno di riuscire a toccare una meta per me assai significativa, all'epoca difficile da raggiungere, soprattutto nella stagione che mi accingevo ad affrontare. Non ero affatto certo che sarei riuscito a centrare il mio obiettivo, ma dopo le Svalbard, tre anni prima, avevo imparato che il primo passo per realizzare un qualsiasi sogno è alzare il culo e provarci. 

Non ero mai stato oltreoceano e l'unico pezzo di un altro continente dove avessi messo piede fino a quel momento era stato in Turchia qualche anno prima. Partii da solo, con uno zaino da trenta chili, enorme, una tenda a igloo per climi particolarmente avversi, scarponi, ramponi, un paio di bastoncini da sci, un piumino e un sacco a pelo in grado di proteggere fino a trenta gradi sotto zero. Con quello zaino e quell'attrezzatura atterrai a metà luglio in una bollente Rio de Janeiro, la destinazione più "prossima" alla mia meta per la quale avessi trovato un biglietto aereo alla mia portata. In realtà non avevo la minima idea di come avrei raggiunto il mio obiettivo, dal quale mi separavano ancora migliaia di chilometri e un paio di stagioni climatiche. Non esisteva internet, non c'erano i cellulari e la tecnologia portatile stava a zero. Non avevo guide e, in quel momento, nemmeno una cartina geografica, ché trovare in Europa la documentazione che mi sarebbe servita era un'impresa: riuscii a procurarmi la prima mappa solo un paio di settimane dopo, a Buenos Aires. Per il resto, ero partito sapendo solo quello che avevo letto sui libri che avevano ispirato il mio viaggio.

Di quell’avventura, rovistando questi giorni fra le cartelle del mio portatile, mi è ricapitato in mano per caso un breve racconto che scrissi al mio ritorno e che venne pubblicato su qualche rivista minore, nemmeno ricordo quale (ma sicuramente ne conservo qualche copia in libreria). È una roba che ho scritto trentatré anni fa, ai miei occhi di oggi piuttosto imbarazzante, però qua e là confesso che rileggendomi mi sono commosso ancora a ricordare quei giorni laggiù, da solo ai confini del mondo.

Insomma, lo lascio qui, va', ché non ho più altri luoghi dove metterlo, così non va proprio del tutto perduto senza però che si noti troppo, anzi. Una specie di capsula del tempo, o di Dom, per chi coglie la citazione. Magari più avanti metterò qua dentro anche altre cose che ho scritto in passato, affinché non rimangano solo pagine ingiallite di quaderni che a differenza di altro non ho affatto intenzione di buttare, sebbene mi vergogni un po' di quel che scrivevo e di come lo scrivevo. Non che oggi, peraltro, ma insomma. Vabbè.

E dunque, cliccando qui si va in Patagonia.


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