Per varie ragioni negli ultimi anni ho lavorato molto poco, trascorrendo periodi di disoccupazione anche piuttosto lunghi. In qualche modo, almeno fino a oggi, sono riuscito a stare in piedi nonostante mutuo, assegno familiare astronomico, inflazione alle stelle e il torrenziale inarrestabile flusso di cassa in uscita a sostenere un ecosistema personale che, se quindici anni fa poteva avere una sua ragion d'essere, anno dopo anno è diventato sempre meno giustificabile, soprattutto ogniqualvolta mi lasci andare a un qualche acquisto compulsivo avventato.
Non mi è ben chiaro quanto finora sia riuscito a tener botta grazie alla pluriennale gestione maniacale del mio conto economico che non perde di vista un solo centesimo fra entrate e uscite, o semplicemente al culo. In linea di massima, una combinazione di entrambe le cose. Di certo, da quando sono andato a vivere da solo ormai più di trent'anni fa, sono sempre stato molto oculato nell'amministrarmi e misurare i rischi, per quanto rinunciando fin da subito a una programmazione attenta del mio - allora, ma non più oggi - lontanissimo futuro, cosa che verosimilmente pagherò più o meno significativamente fra qualche anno. Si vedrà, intanto devo arrivarci a "fra qualche anno". Che poi, alla fine, il punto è tutto lì.
In questi anni ho pericolosamente sfiorato la bancarotta almeno in un paio di occasioni; eppure ogni volta, sul filo del conto corrente prossimo all'esaurimento, all'ultimo istante una mano dal cielo è sempre intervenuta ad assistermi portandomi in dote qualche lavoro; nel 2018 firmai addirittura un contratto che prevedeva un pagamento anticipato, che non avevo richiesto e che mi salvò davvero dal game over a poche settimane dai totali a zero su tutti i miei fogli Excel.
Dopo aver perso il mio ultimo lavoro importante a fine 2021, in parte per mera sfortuna, in parte con qualche responsabilità da parte mia (la storia non dice quale delle due concause abbia dato una mano all'altra), nel 2022 son rimasto al palo per buona parte dell'anno, complici i problemi di salute. Quando stavo iniziando a essere di nuovo con l'acqua alla gola, a fine estate piovve dal cielo un'occasione di per sé abbastanza incredibile e che mai più avrei ritenuto possibile potesse accadere, non fosse altro per ragioni anagrafiche. Per quanto fra l'altro fosse di per sé un'opportunità che non mi attraeva per nulla, la verità è che in quel momento della mia vita era *esattamente* quello di cui avevo bisogno, tagliata perfettamente su misura, e dunque, a differenza di altre volte in passato, non me la lasciai sfuggire.
Nella primavera 2023 sono all'improvviso rimasto nuovamente a piedi, per la verità senza esserne troppo sorpreso, ma la fortuna (alla quale, va detto, nel caso specifico ho provvidenzialmente dato una spinta strategica) è nuovamente intervenuta quasi in perfetta sincronia, permettendomi fra l'altro di trascorrere l'intera estate senza lavorare per poi riprendere con calma in settembre. Una situazione per molti versi analoga a quella che avevo già vissuto nel 2005, quando per la prima volta rimasi a casa ma riuscii al volo a trovarmi una nuova occupazione decisamente più interessante e meglio remunerata, consentendomi fra l'altro di mettere al sicuro un paracadute che mi tornò poi utile negli anni seguenti.
La mia vita professionale assomiglia perlopiù a un percorso di montagne russe spericolate e vertiginose: dal 2005, anno in cui ho dovuto lasciare il mio tranquillo posto fisso da dirigente nella grande multinazionale, nella quale peraltro stavo lentamente morendo giorno dopo giorno, a oggi, non conto quasi più le volte che sono ripartito da capo, a volte barcamenandomi fra brevi lavori più o meno odiosi, che mi hanno però garantito la sopravvivenza e soprattutto di versare una quota minima di contributi; in altri casi con incarichi di più ampio respiro e grandi responsabilità, che spesso mi hanno anche portato all'estero per lunghi periodi. Talvolta è perfino capitato che sia riuscito a "divertirmi", termine che ho sempre fatto molta fatica ad associare a un lavoro che in generale detesto. Di fatto, comunque, non sono mai riuscito a tenermi un posto per più di due o tre anni, anzi, la maggior parte dei contratti che ho firmato non sono andati oltre qualche mese. Il fatto che nonostante tutto ci sia sempre stato finora qualcuno disposto a investire su di me dice presumibilmente altre cose tutto sommato positive, ma anche nella migliore delle ipotesi parleremmo comunque di talento sprecato.
Dall'inizio di quest'anno sono di nuovo disoccupato: per ragioni una volta tanto non dipendenti da me, il mio contratto in scadenza a fine 2023 non è stato rinnovato come invece mi era stato garantito fino a qualche settimana prima. Per l'ennesima volta ho dunque iniziato l'anno fermo ai blocchi di partenza, come già nel 2022, nel 2018, nel 2016, nel 2011, nel 2010 e nel 2006 - e sto tralasciando innumerevoli altre occasioni capitate qua e là in corso d'anno. A latere, ogni volta che sento di qualcuno timoroso di cambiare lavoro dopo una certa età e delle difficoltà per riuscirci, sorrido un po' amaramente fra me e me. Forse potrei scriverci un libro sul come si fa, o tirar su un milione di follower su TikTok.
A guardarla così, ormai da quasi vent'anni conduco un'esistenza affidata più al caso che a una qualche strategia determinata, scommettendo ogni volta sulla ruota della fortuna: in tutto questo tempo non sono mancate le occasioni per stabilizzarmi - il che, di nuovo, dice forse anche delle cose positive di me - ma la verità è che le ho sempre rifiutate, ben consciamente e prendendomene la responsabilità. Almeno in tre occasioni, due delle quali catalogabili alla voce "once in your lifetime", ho detto esplicitamente no a fortuite proposte per tornare nei binari della normalità, nel 2009, nel 2011 e nel 2020, e l'unica alla quale in tutti questi anni abbia detto sì, nel 2014, peraltro la meno interessante, l'ho invece bruciata di lì a brevissimo per tutt'altre ragioni, comunque per colpa mia. Infine, il tentativo del 2022 è finito come è finito dopo pochi mesi, segno che proprio quei binari non fanno per me (come non lo sapessi da tutta la vita, peraltro).
È evidente ormai da tempo che quel che sono io e quel che faccio per guadagnarmi da vivere vanno in direzioni ostinatamente contrarie, epperò in uno schema di corsi e ricorsi che non ha alcuna via di uscita, o perlomeno io non ne ho mai vista una. Comunque, fino a oggi - poi si vedrà - ho sempre salvato il culo in qualche modo. Il che mi porta alla considerazione che volevo fare nel mettermi a scrivere 'sto papiro.
Al netto degli ovvi timori, delle innumerevoli notti in bianco trascorse a pensare che ne sarà di me, degli ansiolitici e delle angosce correlate, ho sempre vissuto questi periodi di vuoto portandomi addosso un enorme senso di colpa verso me stesso e verso il mondo intero, come trascorressi il mio tempo buttandolo al vento, sprecando un'esistenza le cui basi e il cui contesto privilegiati avrebbero consentito (e in qualche modo dovuto responsabilmente portare a) grandi successi e imprese, o almeno ad aspirare a chissà quali traguardi come forma di ringraziamento verso un destino che mi ha sempre messo sul binario giusto della vita, proprio a me e non a miliardi di altre persone.
Un po' quella cosa che insegno ai figli: ricordati che sei nato/a bianco/a, etero, (progressista), in una famiglia che se dovessimo dare retta ai dati dell'agenzia delle entrate sarebbe nel percentile che separa gli illuminati dal resto dei contribuenti terrestri, nel bacino di più ampio benessere dell'Europa, in un Paese con la qualità di vita fra le più alte del pianeta, nel periodo storico con meno guerre da che l'uomo cammina eretto, senza problemi di salute particolari, né malattie rare, problemi familiari o economici, con la possibilità di studiare e di scegliere qualunque indirizzo tu voglia dare alla tua vita, eccetera. Ergo, hai una responsabilità enorme sulle tue spalle, non fosse altro nei confronti di quel novantanove virgola novantanove per cento della popolazione terrestre che non ha pescato questa scala reale come te.
In tutti questi anni, ogni mattina come oggi in cui mi sono svegliato quasi a mezzogiorno, disoccupato, con davanti l'agenda totalmente vuota, l'ho sempre vissuta innanzitutto con un senso di colpa schiacciante nei confronti dell'umanità e di me stesso. Non tanto perché il più delle volte ho avuto una parte di responsabilità nel trovarmi senza lavoro, e nemmeno per non aver mai sofferto le pene dell'inferno che a differenza mia i veri disoccupati devono affrontare nella loro quotidianità: alla fine non è che posso farmi davvero una croce dell'essermi trovato in mano le carte giuste, al più posso ringraziare un qualche dio e/o pensare "che culo!", senza contare che magari esistono altri terreni rispetto ai quali le carte le ho invece pescate proprio sbagliate e non è di questo che stiamo parlando.
Piuttosto, il senso di colpa è sempre derivato dalla combinazione di due constatazioni correlate: la prima è che odio il mio lavoro, ogni anno che passa sempre di più, e ogni giorno non lavorato è solo un giorno di vita guadagnato; la seconda è che ho sempre pensato di aver inesorabilmente buttato via tutti questi giorni immeritatamente guadagnati, mentre avrei potuto investirli in chissà quali attività culturalmente e socialmente elevate, o funzionali a una mia crescita personale, o comunque spenderli per arricchirmi in un qualsiasi modo, non necessariamente nel senso materiale del termine.
Chessò, avrei potuto (e potrei) svegliarmi ogni mattina alle sei per fare attività di volontariato, qualche corso di aggiornamento, prendere una seconda laurea, partecipare a convegni, alla vita sociale, fare dell'attività sportiva, leggere mille libri, riprendere ad andare in montagna, imparare sei lingue; sbattermi davvero per trovare un altro lavoro, innanzitutto e soprattutto, perlomeno per ridurre il rischio di trovarmi davvero prima o poi col culo per terra e dover chiedere aiuto, un'eventualità che col passare degli anni è sempre più dietro l'angolo, per quanto faccia per ignorarla.
Invece, come oggi, mi sveglio a mezzogiorno e vado a letto all'alba. Tutto qui. Spengo la luce quando la maggior parte della gente si alza per iniziare un nuovo giorno e ho l'impressione che sia quel che ho sempre fatto nei periodi come questo, lasciarmi scorrere la vita addosso nel vuoto assoluto, ogni tanto alzando il telefono con grande fatica per chiamare qualche contatto professionale, alla ricerca con poca convinzione di un qualche straccio di occupazione, sempre a metà fra la necessità impellente di una risposta positiva e allo stesso tempo lo spettro di dover tornare a lavorare. Invecchiando questa dicotomia va estremizzandosi, perché mi fa sempre più schifo lavorare e non ho (ancora) affatto smesso di averne bisogno, anzi, più passano gli anni e mi brucio qualunque salvagente, meno posso permettermi di rischiare alla roulette della vita. Per almeno questo decennio ancora non posso assolutamente mollare la corda, e non è poco.
Mi aggiro in questa casa vuota, troppo grande per me solo, come ormai è sempre più destinata a essere. Fa freddo. Mi faccio un caffè. Il telefono è muto da giorni e la casella email è inesorabilmente vuota. Questo mese ho ancora da pagare la rata del mutuo, quella dell'auto, la colonnina di ricarica in garage (quando mai mi è venuto in mente di partecipare alla salvaguardia del pianeta, accidenti a me), la penultima delle infinite rate delle tasse 2016, uno degli anni economicamente più disastrosi che abbia affrontato. Il prossimo mese ho la botta delle assicurazioni sanitaria e infortuni, un capitale. Per esperienza, in questa situazione, anche ammesso che trovassi un lavoro nel giro di qualche settimana, fra una cosa e l'altra passerebbero almeno altri tre mesi prima di vedere un flusso di cassa in entrata. Significa che nella migliore delle ipotesi non vedrò un euro fino ad aprile, più probabilmente non prima dell'estate. Quell'esiguo paracadute ricostituito dopo anni grazie a un paio di botte di culo del 2023 è destinato a estinguersi a velocità supersonica come tutti quelli precedenti, contrariamente a quelle che erano le previsioni di fine anno.
Dovrei essere più che angosciato, oltre che schiacciato dal consueto senso di colpa di cui sopra. Invece.
Invece oggi è il mio compleanno e ho comprato un telescopio e una fotocamera astronomica, spendendo un capitale.
È un compleanno inutile e strano. Ho compiuto cinquantanove anni, ma nella mia testa sono entrato nel sessantesimo anno di vita. Meno trecentosessantacinque (anzi, trecentosessantasei) giorni. Tu che passi di qui, mi stai mandando a fare in culo e scuoti la testa, penserai "suvvia, sei ancora giovane, hai un sacco di tempo davanti." Io penso invece che di tempo non ne ho affatto, che quello andato è molto più di quello che mi resta e che, per quel che ne so, quello che mi resta potrebbe sì finire fra vent'anni, ma forse anche domani e non sarebbe nemmeno così statisticamente improbabile; anzi, fatti due conti e un rapido assessment della mia situazione di salute, stile di vita, eccetera, fra le due opzioni è più probabile domani che fra vent'anni (mentre lo scrivo tengo in mano una barra di ferro in tondo pieno da 25mm), soprattutto ricordandomi di quello sgradevole compagno silente che mi porto dentro e della cui presenza alla fin fine non mi dimentico mai davvero. Ma alla fine potrebbe essere qualunque cosa, anche attraversare le strisce pedonali nel momento sbagliato.
Nel pensare questo, penso anche che ogni giorno che non lavoro è solo tempo guadagnato per me e dunque devo ritenermi fortunato di avere tutto sommato i mezzi per potermelo permettere, almeno per un po'; a maggior ragione, però, il tempo sprecato, questo tempo sprecato, mi appare ancor più gettato nel cesso, con estremo senso di colpa. Se poi guardo a questi ultimi anni, perlomeno dal 2020 in avanti, il tempo sprecato è ancor più di quello dovuto alla sola disoccupazione, perché da allora, di fatto, ho pressoché sempre lavorato da casa, azzerando completamente il tempo perso nel commuting o sui luoghi di lavoro, dunque guadagnandone un'ulteriore enormità per me stesso. Tanto, tanto, tanto tempo solo per me, che voltandomi indietro mi sembra di avere inesorabilmente ignorato, rinunciando a qualunque cosa di utile avrei davvero potuto fare per me. Un'intera esistenza sprecata, con molta meno esistenza davanti, non essendo dato sapere quanta meno, se non che non potrò più pareggiare il conto.
A volte ho rinunciato per stanchezza, più spesso per pigrizia, inerzia, timore, mancanza di volontà, depressione, disillusione, sfiducia verso non so che. Per non so che.
Altre volte in passato, ad esempio nel 2018, in una situazione analoga partii da un giorno all'altro per un giro del mondo, quasi senza pensarci. Certo potevo permettermelo e anzi, per la verità no, non potevo affatto: ero disoccupato e avrei dovuto preoccuparmi del futuro, come avrebbe fatto qualunque adulto di buon senso nella mia situazione. Invece me ne fregai. Comunque andrà il mio futuro fu una scelta giusta, al netto di altre conseguenze all'epoca che nulla avevano a che fare col lavoro; ma nei termini relativi del mio tempo fu un investimento per me stesso, quindi tempo utile, guadagnato e non speso, affatto sprecato.
A ripensarci, in effetti così è accaduto anche nel 2010, nel 2011, nel 2016. Tempo per preparare la maratona, tempo per viaggiare, tempo per mettere in piedi una casa nuova. Nel 2022, tempo per prendermi cura della mia salute. Forse per via di un meccanismo mentale di salvaguardia, mi trovo a dirmi che tutto sommato, guardando indietro, non è vero che ho davvero buttato via così tanto tempo. Gran parte sicuramente sì, ma ne ho anche investito. Certo, altri al mio posto sarebbero riusciti a utilizzare il loro tempo allo stesso modo e *contemporaneamente* a lavorare, a partecipare alla vita sociale, fare volontariato, leggere mille libri, imparare sei lingue. Ne conosco in effetti, non pochi peraltro.
Ma io non sono così. Se capita, affronto una scimmia per volta e mi dedico a quella, ma al mio tempo per non far nulla non ho mai rinunciato, anzi, l'ho sempre rivendicato e difeso. È che a me piace *anche* non far nulla e molto raramente è capitato che abbia lasciato che i miei sporadici interessi mi portassero via ogni briciola del mio tempo. Volendo attaccarsi alla filosofia spicciola, o ad essere paraculi, mi verrebbe da chiedermi perché mai debba considerare sprecato il tempo a far nulla, se a me piace (non) farlo.
Ho un caro amico, coetaneo ed ex collega, che è a sua volta rimasto senza lavoro da qualche mese. Ha deciso sostanzialmente di fermarsi, di non lavorare più e tirare fino alla pensione col sussidio di disoccupazione, dopo una vita passata a fare il manager in grandi multinazionali. Si è fatto due conti, se lo può permettere: non è ricco nel senso ecumenico del termine (volevo scrivere "ecumenico", anche se non so che vuol dire), ma ha maturato comunque una pensione che gli permetterà di vivere senza preoccupazioni gli ultimi anni dal momento in cui la percepirà, fra circa otto. Ha i figli grandi e indipendenti, è solo, non ha un mutuo: ha preso una piccola casa in affitto in provincia e non ha altre spese rilevanti. Dice, "basta, è ora di tempo per me, è l'unica cosa di cui ho bisogno, anche buttassi tutto il mio tempo per fare nulla: piuttosto che sprecare un'ora di più per fare un lavoro che odio, smetto di fare qualunque cosa e me ne sto sul divano davanti alla televisione."
Ecco. Sto lì anche io. Non proprio allo stesso modo, perché a differenza sua non percepirò mai quella pensione e non sono nella situazione di poter sopravvivere col sussidio di disoccupazione - che non ho ho - ma non riesco più ad angosciarmi. Sulla bilancia attuale della mia vita, calcolando il tempo che potrebbe rimanermi, mi mette molta più ansia e mina la salute l'idea di dover spendere un giorno in più per fare qualcosa che disprezzo rispetto alla disoccupazione. Posso permettermelo forse ancora per sei mesi e poi sarà panico, ma intanto ora non ci penso e sto in pace con me stesso. Inutile preoccuparmi, non risolve nulla. Mi prendo il mio tempo. Ho certo bisogno che mi entri un lavoro, ma non riesco a corrergli incontro, a inseguirlo. Non me ne frega nulla.
Forse invecchiare è questo. Fare delle scelte mirate al qui ora, non al futuro, consapevoli dei rischi. Mettere in conto che magari succederanno cose spiacevoli, che tutto potrebbe cambiare in peggio, che forse finirà male, e dirsi ci penserò quando capiterà, se capiterà, quando mai capiterà, nel caso. Per uno come me che ha trascorso una vita intera esclusivamente proiettato in avanti, fermarsi a guardare il qui ora ed estrapolarne delle considerazioni è già un passo enorme, a prescindere dalle conseguenze.
A ben guardare, poi - e questa è l'altra considerazione alla quale volevo arrivare - tutto il tempo che ho avuto dal 2020 a oggi, o perlomeno una grandissima parte di esso, l'ho invero usato per studiare. Ho studiato tantissimo, giorno e notte, per mesi, forse più di quanto abbia mai studiato in vita mia (o avrei dovuto studiare) per altre ragioni ben più serie. Ho studiato astrofotografia, senza alcuna motivazione, né pregressa né futura, solo perché a un certo punto è accaduto che mi sono messo a fotografare il cielo e non mi sono più fermato, e se mi fermo a pensarci è tutto tempo che ho investito per me stesso. Tempo che mi ha arricchito, futilità o meno che sia un'attività come l'astrofotografia. Avrei potuto occuparmi di storia della cucina medievale, o allevamento di lombrichi, sarebbe stato comunque tempo utile se mi avesse gratificato allo stesso modo. Da tre anni in qua, lo studio e la pratica dell'astrofotografia hanno un po' alla volta strappato sempre più spazio e tempo a pressoché qualsiasi altra cosa, compreso il mio tempo per far nulla.
Non so spiegarmi come sia accaduto: l'astrofotografia mi è piovuta dal cielo in mezzo al vuoto assoluto del Covid, quando tutto il mio mondo si è prima fermato e mi è poi crollato attorno. Per qualche motivo mi ci sono aggrappato e via via è diventata la mia scialuppa, poi una vera e proprio nave, fino a occupare ogni centimetro del mio spazio e ora del mio tempo, peraltro perfettamente in linea con quelli che da sempre sono i miei bioritmi notturni, e forse anche per questo. Ne ho fatto anche un tentativo di attività imprenditoriale, termine ridicolo per dipingere un progetto del tutto campato in aria, almeno per ora, ma non mi importa, è un motore che mi spinge in avanti, mi appassiona, mi piace e mi piacerebbe a prescindere. Sto persino scrivendo un libro sull'astrofotografia e costruendo un osservatorio sulla terrazza. Non ho più viaggiato, non ho più fatto nulla: ho speso i miei soldi, tutti, nell'astrofotografia e continuo a spenderne, soprattutto ora che non dovrei, perché sono un investimento nel mio tempo, non riesco a vederlo come denaro buttato. È come quando li spendevo incoscientemente per viaggiare, senza preoccuparmi del dopo.
Non sto buttando nulla, è tutto tempo per me, per una cosa mia. Non lavorare mi aiuta, ma non cambierebbe molto se lavorassi e del resto lo scorso anno ho ben lavorato continuando a occuparmi di astrofotografia allo stesso modo, semplicemente rubando tempo al lavoro, non a me stesso. Dormendo poco, sicuramente, ma approfittando di tutto il tempo a casa, ogni minuto. Da disoccupato posso permettermi di recuperare qualche ora di sonno in più e sì, svegliarmi a mezzogiorno dopo aver passato la notte diviso fra il freddo in terrazza ad armeggiare con l'attrezzatura e il caldo della mia camera a studiare, mentre aspetto un'inversione di meridiano e tengo sotto controllo l'autoguida. Non sono angosciato perché ho da fare, ho da fare cose mie, che mi interessano e mi tengono occupato, mi serve tempo e non posso sprecarlo in cose che non arricchiscano la mia salute mentale, al contrario.
È una questione di come sia cambiata la mia percezione del futuro. Al futuro penserò dopo, ora conta il mio presente. È come se si fosse invertito il mio personale asse terrestre, la legge di moto stessa della mia intera esistenza. Oppure sono solo incosciente. Ci sta.
Probabilmente, la sensazione di sprecare il mio tempo è sempre stata legata a un concetto etico (e distorto) di responsabilità, al dover impiegare il tempo in una qualche attività produttiva e impegnativa riconoscibile a livello sociale, non sentirmi estraneo in mezzo a una conversazione fra coetanei dove tutti parlano inesorabilmente del proprio lavoro, in un sistema sociale dove quando conosci qualcuno la prima cosa che ti chiede è che lavoro fai. Ultimamente ho iniziato a rispondere "perlopiù mi occupo di astrofotografia", senza provare vergogna o senso del ridicolo. L'ho persino scritto sul curriculum che mando in giro quando qualcuno ancora me lo chiede. Mi domandano, ma guadagni? No, spendo e basta, ma non me ne frega nulla. Il che, alla fine, si traduce per mille ragioni nel far di me un uomo ancora più solo di quanto non sia mai stato fino a oggi.
Ne butto via eccome di tempo, ma non è vero che lo spreco tutto: è che non riesco a valorizzarlo nel modo corretto o a incanalare quel che faccio all'interno di una strategia di lungo termine, qualcosa che apra porte a me sconosciute, che trasformi in qualità vera, solida, quel che a me sembra sempre una cazzata, al netto del mio piacere immediato. Mi manca forse di crederci davvero, al di là di millantarlo.
Ho compiuto cinquantanove anni e sono quattro esatti che non viaggio più. È un tempo pazzesco per uno come me che nell'arco di quarant'anni non ne ha mai saltato uno senza salire almeno una volta le scalette di un aereo, arrivando ad anni recenti in cui le salivo anche cento volte nell'arco di dodici mesi. Non riesco quasi a percepirlo, è come se stessi vivendo in una dimensione parallela. Non è tanto il fatto che abbia smesso all'improvviso di viaggiare, senza peraltro averlo programmato o mai messo minimamente in conto. È che ho smesso anche solo di allontanarmi da casa, come a voler chiudere la porta al mondo là fuori. Una improvvisa crisi di rigetto verso tutto e tutti.
Così mi regalo un telescopio che costa come un viaggio, mentre sono disoccupato. Penso al viaggio che non farò e non posso nemmeno dire che mi pesi. Semplicemente all'improvviso non mi interessa più viaggiare. Ho ristretto il mio intero universo a uno spazio di pochi chilometri, in orizzontale perlomeno, per allargarlo in verticale. Ho preso a viaggiare in altro modo e viaggio comunque molto lontano. Studio. Ho imparato tantissime cose e continuo a impararne di nuove.
Fra un anno avrò sessant'anni. Mi guardo allo specchio e li vedo tutti, e cerco allo stesso tempo di convincermene e metterli a fuoco, perché non me ne capacito. Questo sì, mi angoscia e mi dà una vertigine infinita.
È per questo che sto seriamente considerando di salire a breve nuovamente su un aereo, dopo quattro anni, spendendo un capitale e portandomi dietro l'attrezzatura. Ad aprile c'è da tornare in America, per fotografare l'eclissi solare del secolo.
Nella mia condizione attuale è una follia. Non so se avrò davvero il coraggio e l'incoscienza di farlo. Ma è questo il mio tempo e dopo non ce ne sarà più. Nemmeno eclissi anulari, non nella mia ormai breve vita futura. E dunque apro il mio foglio Excel.
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