È così carica di significati questa data, che quasi non a caso quest'anno arriva a valle di una settimana assurda. Non riesco a smettere un istante di ripensare a ogni minuto degli scorsi giorni, a ripercorrerli uno per uno, a chiedermi cosa è successo e come sia possibile che ci sia rimasto sotto in questo modo. Perché la verità è che ci sono rimasto sotto, come a uno tsunami improvviso, non preannunciato da alcuna scossa leggera, anzi, proprio mentre avevo appena iniziato a prendermi cura delle cicatrici ancora fresche di un'ennesima esistenza andata in frantumi, per quanto questa volta da tempo sull'orlo di un collasso atteso ormai a distanza di sicurezza. Ancorato per una volta al solo desiderio di stare da solo, di far pace con me stesso, di alleggerimento e - in fondo - rassegnazione, di silenzio.
E invece. Come un uragano che approfittando di una piccola fessura lasciata socchiusa col solo scopo di fare entrare uno spiffero di aria fresca, abbatte in un attimo la porta e i muri attorno senza nemmeno lasciarti il tempo di capire che sta succedendo, e in pochi secondi rade al suolo ogni cosa e ti tramortisce.
Asfaltato sabato, riasfaltato a retromarcia ieri mattina, senza ragione.
Eppure è proprio a quei significati che dovrei guardare, perché le risposte sono tutte lì dentro, perfettamente chiare e in ordine, senza bisogno di andarle a cercare altrove. E, per quanto mi ostini a girarmi dalla parte opposta, le ho tutte davanti a me.
Per un attimo, domenica mattina, ancora steso a terra dallo schianto di ventiquattr'ore prima, ho quasi pianto davanti a un improvviso e del tutto inatteso raggio di luce. Era felicità vera, come non provavo da un tempo infinito. Ed esattamente in quell'istante, mentre mi affannavo a spegnere quella cosa che mi stava salendo in gola, scherzando e battendo il cinque con mia figlia, il retro pensiero era lì, chiarissimo, conficcato in profondità: è solo un'illusione, non durerà nemmeno un battito di ciglia. Prepàrati.
Non è durata nemmeno un battito di ciglia.
Così raccolgo i cocci, come sempre. Smarrito. Frastornato. Annegato in una tristezza infinita. Arrabbiato con me stesso. Senza avere nemmeno avuto il tempo di capire cosa sia accaduto. Stanco, di una stanchezza ormai tumorale, che non riesco più a combattere. Eppure, in fondo, consapevole che quelle stesse ragioni sarebbero state le mie nello spazio di un medesimo battito di ciglia, fossero andate diversamente le cose.
Perché alla fine è sempre così. Perché l'istinto, il primo istinto, non mente mai nemmeno a me. Perché tutte le tessere erano perfettamente al loro posto, tutte tranne una, e non era un caso. E il sospetto, fortissimo, scacciato in fondo a me stesso, deciso a ignorarlo finché non fosse stato troppo tardi, che quella tessera non sarebbe probabilmente stata trovata e sarebbe stata solo il preludio all'ennesimo, doloroso e inesorabile, fallimento. La verità, forse, è che per una volta sono stato anticipato. La verità è che non posso escludere di essere stato anticipato perché, per una volta, è stato proprio il non riuscire a nascondere del tutto quel retro pensiero, rendendolo ben più trasparente e condiviso di quanto credessi, a far schiantare il treno in corsa.
Ma poi no, non è vero, non ce n'è stato nemmeno il tempo. Era già tutto in quei sette secondi e da quelli sarebbe comunque stato impossibile risalire. In mezzo, in quelle ventiquattr'ore di intermezzo, ho solo voluto far finta di credere a una seconda possibilità. Che non esiste mai e non so perché mi sia stata tesa quella mano per un istante, mentre ero ancora lì a terra tramortito.
E poi, ogni volta, arriva il giorno dopo e sono costretto a indossare la maschera del non è successo niente, del tutto scorre, del tutto bene il weekend sì certo, e affrontare senza più alcuna energia né motivazione l'ennesima giornata inutile, vuota, insignificante, persone che odio, una vita che non capisco, che mando avanti inesorabilmente da solo, per tirare avanti come sempre, recitando la parte che mi è stata assegnata, mentre vorrei solo scappare il più lontano possibile, lasciarmi tutto alle spalle, cancellare ogni traccia dietro di me.
Dimenticare gli ultimi dieci giorni.
Quanto cazzo me la sono giocata di merda.
Mi dispiace da morire, sì. Accidenti se mi dispiace. Non saprai mai quanto. Non saprò mai perché.
***
È cosi carica di significati, questa data. Ti ho chiusa fuori da un tempo ormai infinito. Mi sono chiesto per mesi se ti avrei scritto, come ogni anno, oggi. Non lo farò. Non oggi, perlomeno. Non domani. Non dopodomani. Non so se sarà mai più, ma superato oggi sono a buon punto.
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