Sei apparsa la prima volta una sera di inizio aprile, dal nulla. Fulminante e sarcastica, come solo tu sai essere. Bellissima, diretta, vanitosa e speciale. E da allora non c'è pressoché stato più altro, se non le ripetute ondate con cui, questi mesi, mi hai dozzine di volte portato fin quasi in cielo per poi travolgermi all'improvviso e affogarmi, lanciandomi ogni volta un salvagente con cui stare a galla fino all'ondata successiva.

Da mesi e mesi - dovrei forse dire anni, non fosse che farei ingiustamente torto a qualcuno che non lo merita, a cui ho voluto bene nonostante tutto e con cui ho di fatto fedelmente condiviso alcuni di questi anni - andavo alla deriva navigando completamente al buio, senza più alcuna bussola, nessun riferimento, nessun piano, progetto, aspettativa, rimbalzando come un pipistrello impazzito che sbatte contro i muri di una stanza, fra occasionali aperitivi e cene pescate a caso, agganciate per noia e disperazione su qualche dating app, illudendomi di combattere la solitudine fra una inutile e triste scopata e l'altra, per poi trovarmi ogni mattina con la nausea di me stesso e il solo desiderio di rimanere di nuovo da solo, annegato sempre più nella mia depressione, nel silenzio, nel vuoto assoluto, completamente spento, incapace di reagire, di alzarmi dal letto, senza nemmeno essere più in grado di cercarmi almeno un lavoro stabile, chiuso in casa per settimane e settimane a guardare la mia vita scorrere via sempre più rapidamente, senza riuscire a trovare alcun senso per tenermi in piedi, attaccato a nulla che non fosse al più passare le mie nottate a fotografare le stelle per poi cercare di dormire il più possibile di giorno, così da nascondermi e non dover pensare a nulla.

Sei apparsa per caso una sera di inizio aprile, ci siamo scambiati due battute ed è stato come se all'improvviso un meraviglioso arcobaleno avesse illuminato tutto il mio cielo, senza alcun preavviso, né ragione apparente. Non so perché tu fra dozzine di altre passate senza spostare una molecola d'aria attorno a me, proprio in quel momento, nel caos totale della mia vita. Credevo non sarebbe mai stato più possibile, ma so che può capitare, mi era accaduto già una volta. Tredici anni fa. Solo, non ci credevo più, ero ormai rassegnato da tempo, pensavo che ci sono treni nella vita che quando perdi li hai persi per sempre.

Non lo sapevamo nemmeno - lo avremmo scoperto per caso solo dopo qualche giorno - che entrambi abbiamo un telescopio sul terrazzo. Come può essere assurdo e straordinario, il caso, quando ci si mette. Ma era stato chiaro molto rapidamente a entrambi che avevamo tutto il resto, quel che nessuno dei due sperava più ormai da tempo avrebbe mai ritrovato sul proprio cammino. Scoprirsi di colpo a dirsi "sei tu" senza nemmeno conoscersi, sapendo perfettamente che è così. Quel brivido assoluto che senza alcuna ragione apparente ti attraversa tutto il midollo, dalla testa ai piedi, solo perché ti riconosci nelle parole, ti annusi e ti rispecchi nell'altro a distanza, quasi senza nemmeno bisogno di parlarne, e da quel momento sai che farai di tutto per non fartela più scappare, l'occasione per ricominciare tutto da capo, per crederci ancora, un'altra volta, che sarà l'ultima, per sempre.

Mi era già successo tredici anni fa. So com'è, so che può accadere, so che quella magia esiste.

Non era andata così, invece. Avevamo deciso per una colazione al parco un sabato mattina di inizio primavera. Seduti a quel tavolo, mentre mi chiedevi del telescopio e delle mie nebulose, sapevo che non ti avrei più rivista. Mi piacevi da impazzire ed ero preso dal panico, perché avevi interposto fin dal primo momento una distanza fisica apparentemente incolmabile. Non sapevo come trattenerti e presto ti saresti alzata con una scusa e saresti andata via. Avevo immediatamente capito, subito, che tutta la magia dei giorni precedenti si era disintegrata al primo istante. Non ti ero piaciuto, fine, e contro tutto potevo combattere, ma non contro di questo. Se da una parte non scatta qualcosa, non c'è nulla al mondo a cui aggrapparsi. 

Così era andata. Avevi finito il tuo cappuccino, avevamo scambiato ancora qualche parola e poi mi avevi salutato sorridendo, dicendomi che avevi un impegno. Mi era crollato il mondo addosso. Ma poteva accadere e anzi, è quello che accade ogni giorno, è la vita reale, le magie accadono forse solo una volta nella vita e a me era già accaduta tredici anni fa. Così sono tornato a casa a chiudermi ancor più nella mia depressione, a guardarmi allo specchio disprezzandomi, sentendomi ancora più vecchio, stanco, vuoto, inutile. Stavo assurdamente male, per me stesso, per tutto, come non stavo male da anni, e non c'era alcuna ragione in verità per stare così male, non aveva alcun senso. Eppure. Sprofondavo e non potevo nemmeno accusarti di nulla: eri stata corretta e fin troppo onesta. Invece di svanire nel nulla così come eri apparsa, come accade di solito, mi avevi anche scritto qualche ora più tardi, gentile ed educata, per rispondere al mio inutile messaggio interlocutorio e dirmi che sì, ti ero piaciuto tantissimo, che ero una persona speciale, che era stato bellissimo conoscerci e scriverci tutti i giorni precedenti, le solite sciocchezze insomma, ma che purtroppo non avevi provato alcun trasporto emotivo nei miei confronti e che tutto sommato ti dispiaceva molto, perché ci avevi voluto un po' credere anche tu.

Nessun trasporto emotivo. Sono le parole che avevi usato. Le ho fatte mie da allora, lo sai. E quante volte te le ho restituite, nei mesi a seguire.

Perché, incredibilmente, il giorno successivo mi chiamasti di nuovo. Per scusarti, dirmi che ti mancavo e che non riuscivi a smettere di pensare a noi, e che forse eri stata troppo affrettata, ma ti aveva spaventato vedermi così impanicato, così diverso dalla persona con la quale ti eri scritta e telefonata per giorni e che ti aveva portato fino a quella colazione. Ti dissi "Fa' conto che da questa parte del telefono ci sia un enorme punto interrogativo." Mi rispondesti "E tu fa' conto di avere a che fare con una bipolare". Non ho mai smesso di chiedermi, da quella domenica pomeriggio, se fosse vero o stessi solo scherzando. Ma quel giorno giurai a me stesso che non ti avrei fatta scappare una seconda volta, sarei riuscito a conquistarti, non poteva a quel punto non essere magia.

Così ti proposi di prenderci una giornata tutta per noi, il sabato seguente, andare al mare, al mio mare, a Genova, a comprare il basilico al mercato per fare insieme il pesto e a mangiarci poi la focaccia a Boccadasse. Tu e io sappiamo perché quel programma.

In realtà, la storia dice che in quella settimana, fra quella domenica in cui mi richiamasti e il sabato successivo in cui andammo poi a Genova, facesti marcia indietro almeno un'altra volta, se non due, più o meno con la stessa motivazione. Ci avevi ripensato nuovamente ed eri giunta alla conclusione che no, non ti attraevo proprio, e dunque era inutile passare una giornata insieme. Affogato una prima volta, recuperato con un salvagente inaspettato, riaffogato con una seconda ondata. Poi, un secondo salvagente, forse un terzo, e infine, il sabato dopo, ti avevo convinta e a Genova eravamo finalmente andati. 

Era stata una giornata meravigliosa, di sole, di mare, di te. Esistevi solo tu nell'universo. Ma avevo anche iniziato a capire quanto mi sarei fatto male con te, prendendoti la mano al mercato. Mi avevi chiesto perché lo facessi e l'avevi ritratta.

Eppure sembravi perfettamente a tuo agio e contenta. Eravamo in spiaggia a Boccadasse con la nostra focaccia e due birre. Ti dissi che forse era quello il momento di baciarci, mi rispondesti "perché no, dai". Ma al mio bacio, invece, non rispondesti. E nemmeno a quello che provai più tardi a darti in macchina, al momento di ripartire per tornare a casa. Due ore dopo, nel parcheggio di quel supermercato vicino a casa tua dove ti facesti lasciare per non dirmi nemmeno dove abitavi esattamente, arrivò la terza ondata, questa volta devastante, per quanto a quel punto attesa. Ti chiesi se ci saremmo rivisti, mi rispondesti, di nuovo, che ti dispiaceva moltissimo, che avevi voluto fortemente riprovarci, che ero davvero un uomo straordinario e una compagnia meravigliosa, che sapevi che io a te avremmo potuto fare insieme tantissime cose, ma che purtroppo non provavi per me alcun trasporto emotivo. Lo ripetesti per la seconda volta. Mi dicesti che però ti avrebbe fatto piacere se avessimo continuato a sentirci per chiacchierare. Ti risposi che non era possibile. Che potevi comprendere benissimo le ragioni. E tornai a casa a piangere, per la prima volta dopo anni. Era il 20 aprile.

Eravamo solo all'inizio. Non lo avrei mai immaginato in quel momento. Ero troppo impegnato a sopravvivere, a quel punto. Ti scrissi una lettera d'amore bellissima, alla quale non rispondesti nemmeno. Non credevo fosse possibile. Bloccai il tuo numero su whatsapp e provai a dimenticarti definitivamente. 

Tornasti nuovamente alla carica un paio di settimane dopo circa, raggiungendomi con un sms, al quale inizialmente non risposi. Mi pregasti di sbloccarti e non lo feci. Allora mi telefonasti direttamente. Mi dicesti, sorridendomi al telefono, che non potevi più stare senza di me e che dovevamo "trovare una quadra". Usasti queste parole. Ti dissi, serenamente, che purtroppo non era possibile visto che evidentemente non ti piacevo abbastanza, abbastanza perlomeno da considerare di venire a letto con me, e che non ero disposto a fare il tuo compagno di cineforum, non era proprio possibile. Mi dicesti, solo a quel punto, che ti avevo scritto la lettera d'amore più bella che avessi mai ricevuto. Risposi che purtroppo a te, di me, piaceva solo la versione dietro lo schermo e quello che ti scrivevo, ma che alla prova dei fatti con me non volevi provare a stare, al punto che non riuscivi nemmeno ad avvicinarti fisicamente. Fu allora che mi scrivesti per la prima volta un lungo messaggio, dicendomi che avevo ragione, che sì, ti piacevo, ma la verità era che mancava completamente la passione da parte tua. Quella passione - mi scrivesti così, l'ho usato mesi dopo contro di te - che non ti avrebbe fatto per nulla al mondo alzare dal tavolo quel sabato mattina a colazione qualunque impegno avessi avuto in programma, quella che in altre circostanze ti avrebbe fatto mollare tutto, salire in macchina e fare mille chilometri per vedere la persona con cui volevi stare. Ti scusasti e aggiungesti che ti avrebbe comunque fatto piacere continuare a sentirci. Ti chiesi di non chiamarmi più e riuscii perfino a farlo ostentando una certa serenità. E poi ti ribloccai, dopo averti scritto una lunga lettera piuttosto feroce, piena di rancore.

Stavo malissimo. Nelle settimane a seguire uscii per qualche altro aperitivo. Volevo fare tutto il possibile per dimenticarti e, soprattutto, avevo assolutamente bisogno di ricostruire la mia autostima, che a quel punto avevi ripetutamente fatto a pezzi. Lo feci a scapito di un paio di poverette, alle quali poi rifilai il tuo "mi spiace, non ho alcun trasporto emotivo". Ero in fondo al mio pozzo, da solo. Fu in quel periodo, circa un mese dopo, che incredibilmente la mia strada incrociò quella di Arianna. 

Con Arianna non accadde come era accaduto con te. Ci separavano innanzitutto seicento chilometri, centro di Roma lei, paesino della Brianza io, dodici anni di differenza, una separazione freschissima sul suo lato, di fatto ancora in corso, e una bambina piccola; due figli grandi dalla mia parte, una vita ormai indipendente da molti anni e autonoma, priva di veri vincoli e legami. Lanciata nel pieno della sua carriera lei, una carriera di successo che ancora era in corsa verso il suo apice e sulla quale stava investendo tutto, esposta pubblicamente; ormai al tramonto la mia, chiuso in un angolo, stanco, disilluso, di fatto senza più un vero lavoro da mesi, concentrato semmai a cercare di mettere fine il prima possibile a questa tortura e trovarmi un piano di vita alternativo. Ricca e benestante lei, abituata a frequentare la Roma che conta, estroversa e piena di vita; sempre a far quadrare i conti col mio foglio Excel io, disoccupato da mesi, introverso fino alla misantropia e spento da molto tempo. 

Non cercava nulla lei, solo divertimento e leggerezza, per distrarsi dal caos della sua separazione. Lo aveva detto subito. Non cercavo nulla io, se non dimenticarti, chiudere gli occhi e liberarmi di te. Eppure l'attrazione fra me e Arianna era stata da subito fortissima, emotiva, intellettuale, chimica. Era un vulcano in eruzione Arianna, un faro capace di illuminare a giorno tutto quello che le stava attorno. Riconoscevo in lei molte cose del me stesso di quindici anni fa e lei aveva annusato immediatamente la sua stessa pelle. All'inizio l'avevamo buttata sul ridere e dio solo sa quanto avessi bisogno proprio di quello, di quell'entusiasmo, di quella stessa leggerezza, in quel momento. La leggerezza che da subito ci eravamo reciprocamente chiesti e promessi. Decidemmo di incontrarci con l'intento di farci al massimo una scopata e l'accordo che, se mai davvero avessimo scoperto che ci piacevamo in modo così irresistibile come sembrava a distanza, prima di qualunque cazzata completamente ingestibile per entrambi ci saremmo seduti a un tavolo e ne avremmo parlato seriamente, mettendo sul piatto tutti i motivi per cui non sarebbe mai stato il caso di iniziare una storia, spacchettandoli uno a uno. Così lei salì su un treno un mercoledì all'alba, saltando il lavoro, con due giorni di anticipo sul previsto, arrivando con tre ore di anticipo sugli accordi perché non poteva più resistere alla curiosità. L'andai a prendere in stazione.

I pattern.

Ci baciammo immediatamente al binario. Aveva quel sorriso che, da solo, avrebbe poi travolto e rischiarato le mie giornate nelle sei settimane successive. Le dissi "Finalmente ci siamo baciati davvero", rispose "Nemmeno abbiamo iniziato a baciarci davvero, io e te". Avevo la casa libera, lei non lo sapeva. Il programma era semplicemente di fare una passeggiata per Milano, al limite una gita al lago, pranzare insieme e poi avrebbe preso un treno a inizio pomeriggio per tornare a Roma. Le dissi, senza pensarci, "Non so come chiedertelo, ma se vuoi ho casa libera, oppure se preferisci andiamo sul lago". Rispose "Mi sembra chiaro: andiamo da te". Prese il treno per tornare a Roma solo quella sera, bucandone tre consecutivi dopo quello che aveva prenotato. Due giorni dopo era di nuovo a Milano, questa volta con un trolley per fermarsi la notte da me.

Quelle settimane a cavallo fra la fine di maggio e i primi giorni di luglio sono state indimenticabili e lo saranno a lungo. Era come tornare alla vita dopo anni di buio totale. Fece tutto Arianna. Mi convinse a crederci, che si poteva fare, che lo voleva davvero. Mi trascinò come un vortice nella sua vita frenetica. Ci vedevamo spesso, sfruttava le occasioni di lavoro a Milano per venire da me e ci vedevamo poi nei weekend. Riuscimmo perfino a fare quattro giorni insieme sul lago, dove lei era stata invitata a un matrimonio e aveva deciso di andarci con me, e poi due giorni meravigliosi sui colli del Chianti. Giornate magiche, serene, lontani da tutto, solo per noi due. Innamorati e complici, entrambi in fuga da tutto. La chimica e l'alchimia erano alle stelle, lei era un uragano che aveva sfondato le mie mura con una forza assurda, si era addentrata nella mia vita, coinvolgendo anche mia figlia a cui portava regali, e mi aveva trascinato a forza nella sua. Quando era a Roma passavamo letteralmente ore in videochat, mi chiamava in continuazione, mi portava in giro con lei, in macchina, in moto, nella borsa, complice il fatto che io fossi di fatto disoccupato e non avessi quasi mai nulla da fare durante il giorno. Era una presenza costante, dall'alba al momento di andare a dormire, ininterrotta. Ci si era tuffata con tutta se stessa e aveva fatto tuffare anche me. Addirittura faceva programmi per venire a lavorare a Milano da settembre, a settimane alterne, quando era senza la figlia, dato che aveva un ufficio anche qui, così da poter stare con me, da me. Programmavamo già le vacanze insieme e stava progettando il modo per farmi incontrare sua figlia. Parlava di trovarmi un lavoro a Roma e aveva iniziato a procurarmi qualche contatto, portandomi nel suo mondo. Addirittura avevamo fatto insieme una call di lavoro con una terza persona, organizzata da lei. Era così presente all'improvviso nella mia vita che inevitabilmente tutti attorno a me sapevano di lei. Amici, figli, persino mia madre, a cui quasi nascondo la mia vita intera. Impossibile comportarmi come faccio di solito: Arianna permeava ogni minuto del mio tempo, arrivava in qualunque momento della giornata. Sembrava aver cancellato tutto il resto. A partire da te.

Ma tu non te ne eri mai andata, in realtà. Non avevi affatto smesso di cercarmi. Ti avevo ribloccata su whatsapp e non volevo più aver nulla a che fare con te, solo dimenticarti. Ma sapevo che era inutile, mi avresti raggiunto comunque, se lo avessi voluto. 

Lo volevi. Qualche settimana dopo l'ultima volta che ci eravamo sentiti, quando già avevo iniziato a frequentarmi con Arianna, ti rifacesti di nuovo viva via sms. E, di nuovo, non ti risposi. Allora iniziasti a bombardarmi di telefonate, lasciandomi messaggi in segreteria, pregandomi di risponderti, dicendomi che eri stata una cretina, che volevi assolutamente parlarmi, che era una follia non provarci davvero io e te. Alla fine cedetti e ti risposi, non fosse altro per mettere fine a quella specie di stalking, visto che era chiarissimo che non ti saresti arresa. Facesti di tutto per convincermi a incontrarti. Non volevo farlo, non volevo tradire fin dall'inizio la fiducia di Arianna. Così ti dissi subito che c'era un'altra donna, per quanto volessi in realtà vederti e mi costasse da morire respingerti. Perché no, non mi era affatto passata come credevo, semplicemente mi ero illuso nascondendomi dietro lo scudo di Arianna, con cui sapevo benissimo non avremmo avuto alcun futuro, che stavamo solo recitando, drogandoci a vicenda per sfuggire a quello che ci imprigionava alle nostre vite. Ci rimanesti male, ma per qualche giorno sapere di lei sembrò comunque fermarti. Mi scrivesti che mi auguravi ogni bene e che probabilmente era destino che finisse così, e promettesti di non chiamarmi più.

Durò solo un paio di giorni e ripartisti all'attacco, con ancora più carica di prima. Volevi vedermi, assolutamente. Dovevi parlarmi. Dicevi che poi sarei stato libero di prendere le mie decisioni. Alla fine non riuscivo a trovare una vera ragione per dirti di no e sbatterti il telefono in faccia, cancellare definitivamente il tuo numero e bloccarlo ovunque. Capace perfino che saresti venuta a suonarmi al citofono, conoscendoti. Per evitare situazioni potenzialmente a rischio, ti avevo detto che quei giorni mio figlio era a casa con me, sapendo che anche il tuo era da te, e ti proposi di andare a farci un panino una sera da qualche parte, su una panchina, in tranquillità, per parlare un po'. Accettasti immediatamente. E così di lì a qualche sera ero venuto a prenderti all'uscita dal lavoro. O meglio, ci eravamo dati appuntamento al capolinea della metro, dove ti avrei presa per poi comunque andare verso casa tua, nel Ticino, ma quella sera successe di tutto fin da subito. Lo sciopero dei mezzi all'ultimo momento, il conseguente cambio al volo di programma, io che ti recupero in una stazione del varesotto, ma arrivando in macchina rompo una ruota e rimango a piedi. Tu che a quel punto prosegui per casa tua, vai a prendere la tua macchina e vieni a recuperare me. Io che nel frattempo eludo le telefonate di Arianna come un funambolo, dopo aver dovuto improvvisare il solito castello di balle. Tutto, evidentemente tutto l'universo, stava chiaramente dicendoci che quell'incontro non avrebbe mai dovuto accadere e cercava di ostacolarci in qualunque modo.

Venisti a prendermi alla stazione di Busto Arsizio. Ci abbracciammo forte. Non ci eravamo più visti da quel sabato a Genova. Eri sempre bellissima, magica. Scoppiammo a ridere e ci dicemmo che no, l'universo ci stava dicendo che proprio io e te non eravamo cosa, dovevamo stare lontani. Era ormai sera, un carro attrezzi si era portato via la mia auto e non sapevo come tornare a casa. Ti eri offerta a quel punto di accompagnarmi tu. Erano più di due ore di viaggio fra andata e ritorno. Evidentemente era destino. Arrivammo a casa mia a sera tardi, non avevamo nemmeno cenato. Sapevo che mio figlio non era in casa. Non potevo certo rimandarti via così e la verità è che non lo volevo affatto. Così ti chiesi se volevi salire a mangiare almeno un trancio di pizza. Un'ora dopo, sulla terrazza di casa mia, sotto una luna quasi piena, ti eri avvicinata, mi avevi preso le mani e mi avevi infine baciato, per la prima volta, davvero, e io avevo risposto al tuo bacio. Ricordo perfettamente il tuo sorriso, dopo, e il modo in cui mi guardasti negli occhi. Erano passati quasi due mesi da quella mattina di aprile. Poi risalisti in macchina e tornasti a casa, perché ti avevo detto che sarebbe arrivato mio figlio a breve.

Ti guardai ripartire e decisi di sparire. Ero arrabbiato con te, non volevo vederti mai più, volevo solo stare con Arianna. Avevo immaginato che fossi venuta a baciarmi solo per sfidarmi e per sfidare Arianna, non perché mi volevi davvero. Il giorno dopo mi telefonasti, chiedendomi come mai ero sparito e non ti avessi almeno mandato un messaggio per sapere se eri arrivata a casa. C'eri rimasta male. Ti scrissi un lungo messaggio, accusandoti di non avere in realtà nessun interesse verso di me e di essere tornata solo per capire una volta per tutte se per caso, in qualche modo, ti avessi attratto a sufficienza, per provare a baciarmi e vedere che effetto ti faceva. Fui molto duro e aggressivo con te. Ti scrissi che la tua strategia era chiarissima: avevi deciso di provare a giocare la parte dell'amante, così se non ti fosse piaciuto stare con me non sarebbe stato un problema, ti saresti sfilata e tanto io sarei rimasto con Arianna, e se invece ti fosse piaciuto ad Arianna avresti pensato caso mai dopo, perché tanto saresti stata sicura di vincere la partita, perché tu sei sicura di vincere sempre, è una delle cose che mi hai detto fin dall'inizio. Mi rispondesti lapidaria, come al solito: "Disanima eccellente Carlo, hai ragione su tutto, come sempre. Scusami. Avevo sottovalutato la tua storia con Arianna, credevo fosse solo una scusa per allontanarmi. Ti lascerò in pace, è ora che mi faccia da parte. Comunque con Arianna non durerà e lo sai benissimo anche tu."

Nemmeno tre settimane dopo, a metà luglio, Arianna spariva all'improvviso, da un giorno all'altro, senza nemmeno una spiegazione, in verità inutile. Semplicemente, aveva evidentemente voluto crederci, ci aveva provato, ma alla prima difficoltà con sua figlia e con la gestione, vera, di quel caos nel quale ci eravamo infilati, si era altrettanto rapidamente defilata, senza nemmeno il coraggio di affrontarmi. Non c'era un motivo razionale al mondo a sostenere la nostra storia e lo sapevamo entrambi fin dall'inizio. Solo che a quel punto io mi ci ero fatto tirare dentro fino al collo, era ciò di cui avevo assolutamente bisogno, le avevo creduto. Volevo quella storia d'amore come fosse stato ossigeno per respirare, per non soffocare. Arianna spariva dalla mia vita improvvisamente senza alcun segnale che lasciasse presagirlo e quel che è peggio mi lasciava con ancora intorno a me i cocci che avevi lasciato tu solo poche settimane prima.

Mi liquidò con un messaggio, quella sera di metà luglio, dopo aver cancellato il weekend in arrivo che avevamo programmato insieme, l'ultimo prima che partissi per le ferie con mia figlia, un periodo nel quale non saremmo riusciti a vederci per quasi un mese e che temevo fin dall'inizio. Non c'è stato bisogno di affrontarlo. Ha chiuso con me prima. Mi scrisse solo che ero dentro di lei, che ci sarei stato per sempre e che non voleva cancellarmi dalla sua vita, esattamente quello che stava facendo. Bloccai anche lei. Mi aveva annientato in un istante. 

Ho pianto per giorni, travolto dalla depressione riesplosa in modo deflagrante, ho creduto di impazzire. Ho smesso di mangiare, sono riuscito a dormire solo imbottendomi di ansiolitici. A fine luglio sono partito con mia figlia, un viaggio di tre settimane che per mille ragioni sarebbe stato difficile a prescindere e che a quel punto mi sembrava solo un incubo dal quale non sapevo come uscire. Un viaggio che il destino aveva voluto in Calabria. Proprio la tua terra di origine. Dove sapevo che di lì a una settimana saresti arrivata anche tu. Mi sono messo in macchina e credo di aver guidato per ottocento chilometri con gli occhi annebbiati dal pianto, cercando di non farmi vedere da mia figlia, con poco successo.

E poi, dopo solo qualche giorno dalla mia partenza, mentre faticosamente provavo a iniziare a raccogliere i cocci, rimettermi in piedi un pezzo alla volta e perlomeno dedicarmi al viaggio con mia figlia, sei tornata tu. Di nuovo. Per l'ennesima volta. Sei tornata con la scusa dello stato che avevo messo su whatsapp: una foto di Maratea, in verità messa apposta, perché sapevo che sarebbe bastata a darti un gancio a cui aggrapparti. E così, infatti, hai fatto.

Non mi hai chiesto nulla di Arianna. Semplicemente, sei ripartita da zero, come nulla fosse successo nei quattro mesi precedenti. Chiedendomi solo come stava andando il viaggio e se mi piaceva Maratea. Come ci fossimo sentiti ventiquattr'ore prima, o fossimo normali amici da sempre. Ti ho solo aperto uno spiraglio di porta, con un milione di cautele, col terrore di te e del male che avresti potuto farmi in un istante, ma bisognoso in quel momento più che mai della tua mano. L'hai afferrata immediatamente e da quel momento non hai più mollato la presa un istante, per tre settimane. Hai trasformato il mio viaggio in un viaggio insieme a te, a distanza. hai fatto tutto tu: ho impiegato giorni per iniziare a sciogliermi, a provare a fidarmi, a darti spazio un po' alla volta. Poi, via via, sempre più complici, sempre più vicini, sempre più sereni, sempre più leggeri, come fossimo stati insieme da una vita. Come fossimo insieme a tutti gli effetti, senza in realtà esserlo mai stati nemmeno per un minuto. Ogni giorno sommerso dai tuoi messaggi, dall'alba alla sera, dalle tue telefonate, dalle foto di te che mi inviavi ogni sera, sempre alla stessa ora, tutte nella stessa posa, seduta sul letto, per farmi vedere il vestito con cui saresti uscita a cena e chiedermi cosa ne pensavo.

Mi hai scritto, a un certo punto, "Dai Carlo: dimmi di sì e basta. Lo sai che io e te insieme ci divertiremo. Non posso più fare a meno di te, davvero."

Ti ho risposto che non mi fidavo di te, di venire a baciarmi e chiedermelo in faccia, al nostro rientro a Milano. Avevi detto che avevo ragione e che avresti fatto così, ma ormai mi avevi ripreso totalmente e lo sapevi benissimo. 

Sono rientrato a casa il 15 agosto. Tu eri al mare da sola, nella tua casa in Calabria. I giorni precedenti mi avevi scritto che mi avresti raggiunto appena fossi rientrato. Mi avevi chiesto di portarti qualche giorno in montagna per poter stare finalmente insieme, io e te soli, e poi addirittura mi avevi proposto di venire direttamente a stare da me per la seconda metà di agosto, complice il fatto che io sarei stato a casa da solo. Ma quando sono effettivamente rientrato e ti ho chiesto quando saresti arrivata da me, all'improvviso e incredibilmente hai nuovamente fatto marcia indietro e mi hai detto che preferivi rimanere al mare da sola fino alla fine delle ferie.

È stato a quel punto che, ormai esasperato da mesi di comportamenti deliranti, privi di alcun senso, schizofrenici, ti ho scritto che evidentemente non ero io quello per cui saresti salita su un treno e avresti fatto mille chilometri solo per il desiderio di vedermi, quel desiderio che da tre settimane sembrava invece fosse completamente fuori controllo, incontenibile, finalmente liberato, in virtù del quale mi avevi quasi stalkerato tutta l'estate dalla mattina alla sera. E siccome io a parti inverse su quel treno sarei salito eccome, ho perso le staffe, ti ho mandata a fare in culo malissimo, ti ho attaccato e ti ho scaricato addosso tutto il mio odio per quello che mi stavi facendo. Avevamo davanti due settimane ancora di vacanze, entrambi senza figli, che avremmo davvero potuto investire per noi. Era quello che mi avevi proposto tu. E invece, ora, ci avevi ripensato ancora e rimandavi tutto a quando, nuovamente, trovare quello spazio e quel tempo per noi soli sarebbe stato molto più complicato. Settimane avanti, di nuovo, un futuro imprecisato, dopo tutto quello che avevi detto e fatto fino a quel momento, per giorni e giorni, apparentemente per riprendermi a tutti i costi. Ti ho scritto l'ennesima lettera aggressiva e per la milionesima volta ti ho bloccata, ormai esaurito da te, da tutto. Sfinito. Svuotato di ogni energia e voglia di vivere. Disilluso, amareggiato.

Mi sono sentito un vero cretino. Ho riavvolto di colpo quattro mesi di follia totale, di parole senza senso, di comportamenti schizofrenici e inspiegabili se non davvero come possibile conseguenza di un tuo disturbo bipolare, o solo di stupidità, superficialità, cattiveria gratuita. Mi sono fermato a guardare mesi di delirio, sbattuto in sequenza prima da te, poi da Arianna, poi da Arianna e te contemporaneamente, poi di nuovo da te, completamente alla deriva, senza alcuna direzione, né lucidità, perso nel caos della mia voglia di ricostruire qualcosa con qualcuna a fianco vera, presente, complice, a cui appartenere, senza fermarmi a ragionare, a guardare ai fatti con calma. Travolto da un assurdo e ingiustificabile doppio uragano, dopo mesi, anni di incontri deprimenti con donne inutili evaporate nello spazio di una notte o due, volti anonimi, sfiducia, disinteresse totale, noia, depressione, disprezzo per me stesso e per chi mi si avvicinava, nausea e conati di vomito. Sono rimasto lì, quei giorni dopo ferragosto, così. Chiuso in casa da solo, nel nulla, nel silenzio totale. A piangere a oltranza e null'altro, nemmeno sapevo più per chi, cosa o perché. Senza sapere a chi chiedere aiuto. Senza mangiare, né dormire, né uscire mai di casa, lavarmi, vestirmi, completamente in coma e abbandonato a me stesso.

Finché, non potendomi contattare al telefono, mi hai scritto una email.

Una sola riga: Arrivo il 29, fammi sapere se vuoi che ci vediamo." Ho aperto whatsapp, ti ho sbloccata e, come un automa ti ho risposto solo "sì".

Hai varcato la soglia di casa mia quel mattino presto di fine agosto. Non sapevo come mi sarei comportato, ero paralizzato, sapevo solo che volevo vederti, che non c'era altro nel mio universo che la voglia di vederti, dopo mesi. Pensavo ti avrei preparato un caffè, che forse avremmo chiacchierato un po', magari anche un po' imbarazzati. Ero tesissimo, agitato come avessi avuto sedici anni. Ad aprile mi ero innamorato di te dal primo istante, come non mi innamoravo da anni, da un tempo infinito, e come pochissime altre volte nella mia vita sono stato innamorato, non più di due forse. Non mi era più passata ed era chiaro perché arrivavi infine da me, dopo tutti quei mesi: eri a caccia del trasporto emotivo, perché senza quello null'altro sarebbe stato possibile. Lo volevi e avevi il terrore non ci fosse. E ormai ne ero terrorizzato anche io, ne parlavamo da settimane, da mesi. Erano anche chiare parecchie altre cose a quel punto. Era chiaro che ti piaceva tutto il resto di me, non saresti tornata per l'ennesima volta, non avresti fatto tutto quel cinema per settimane se davvero non te ne fosse fregato nulla di me. Non saremmo stati ancora punto e a capo, dopo quattro mesi. Sapevo che avrei avuto un'unica carta da giocarmi. Non mi avresti lasciato una seconda mano a disposizione. Il giorno prima, al telefono, senza nasconderti e diretta come al solito, mi avevi detto "Sappiamo benissimo Carlo che dobbiamo passare da lì, se non va quello non va nulla. È ora di scoprirlo una volta per tutte."

Era una situazione assurda e surreale. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, certo non immaginavo quello che è poi accaduto.

È accaduto che hai varcato la porta di casa mia, non hai praticamente detto una parola a parte "Ciao Carlo", mi sei saltata al collo, sorridendo con una luce che non ti avevo mai visto prima, e hai iniziato a baciarmi, travolgendomi con una passione che non credevo possibile. Mi hai preso per mano, mi hai portato in camera, ti sei spogliata. E abbiamo passato tutto il resto della giornata a fare l'amore, come credo né tu né io facevamo da anni. E mi viene da piangere, ora, a pensarci. Non avevo più pianto dal 29 agosto.

Il giorno dopo siamo partiti per la Valle D'Aosta e abbiamo passato uno dei weekend più meravigliosi e romantici della mia vita. E della tua, mi hai detto. È stato un weekend magico, incredibile, trascorso ad amarci come non avrei mai creduto possibile, o perlomeno che non sarebbe mai più accaduto in vita mia. Ci siamo poi rivisti in settimana e abbiamo trascorso un'altra serata insieme bellissima, come ci fossimo amati da sempre. Non abitiamo vicinissimi io e te, vederci la sera in settimana non è così immediato, ma lo abbiamo fatto felici di farlo, con la voglia incontenibile di farlo, di stare insieme e basta. E poi ancora in montagna, il weekend seguente, in una baita isolata da sogno, travolti da un amore incontenibile, complici, in armonia perfetta. Mi hai detto che non ti sentivi così da anni. Mi hai detto che non immaginavo quanto fosse importante per te e quanto eri felice con me, quanto eri felice di non aver mollato la presa, di esserti accanita per mesi. Mi prendevi in giro dicendo che era tutta colpa mia se avevamo perso tre mesi, che tu eri tornata indietro quasi subito ed ero stato io a respingerti. Solo una volta mi hai chiesto di Arianna. Mi hai detto che non lo avevi fatto prima perché quella sera a casa mia, respingendoti, ti avevo detto che non avrei mai tenuto il piede in due scarpe e mi avevi creduto. E dunque, se ero lì con te, avevi capito che Arianna non c'era più e non mi avevi più chiesto nulla. Ti ho ovviamente mentito sulla fine con Arianna, non potevo fare diversamente. Mi hai chiesto come l'aveva presa. Ho eluso il discorso e non ne abbiamo più parlato.

Quel weekend mi hai detto "Lo sai, vero, che non stiamo facendo sesso, ma qualcos'altro?". Ti ho risposto che lo sapevo benissimo. Mi hai chiesto se sapevo quanto era importante per te. Mi hai chiesto di non tradirti. Mi hai chiesto di fidarmi di te, mi hai detto che non avevi alcun motivo per volermi lasciare ora che finalmente stavamo insieme e che sapevamo di amarci davvero. Mi hai detto di smettere di preoccuparmi, che non dovevo temere nulla da te. Mi hai spiegato perché quest'estate non eri poi venuta da me, come eravamo d'accordo. Ti ho creduto, mi è sembrato comprensibile e perfettamente logico, adesso che avevo le risposte che cercavo. Adesso che, finalmente, eri con me. Mi avevi detto, mentre camminavano da soli lungo un sentiero, un pomeriggio, tenendoci per mano: "Voglio dirti una cosa Carlo: non stavo così bene da moltissimi anni. Grazie." Lo avevi detto serissima. Mi avevi baciato, avevamo ripreso la nostra camminata e ti eri ancor più stretta a me.

Sono state settimane meravigliose, magia pura, armonia assoluta, amore. Mi sono svegliato ogni mattina col tuo buongiorno, mi sono addormentato ogni sera con la tua buonanotte. Non mi hai mollato un istante. Mi ha chiesto di farci un milione di selfie insieme, hai raccontato di noi ai tuoi amici, hai fatto progetti con me, sei venuta a fare la spesa con me e abbiamo cucinato insieme, mi sei saltata al collo e mi hai baciato quando hai visto che avevo messo la nostra prima foto insieme, felici, come sfondo al mio telefono. Una stupidata, ma una cosa che non avevo mai fatto in vita mia, con nessuna, perché mi sono sempre un po' vergognato all'idea. Quella prima foto che avevi voluto tu, che ci siamo scattati sotto al Monte Rosa. Una foto che tutti quelli che hanno visto, i tuoi amici, i miei, i miei figli, hanno detto che è meravigliosa, che è la foto della felicità. Non avevo una foto così con qualcuno da otto anni. Hai detto "Siamo proprio belli insieme, siamo perfetti".

Sono state tre settimane e sono sembrate tre anni, senza un istante di cedimento. Per tre settimane non hai fatto un solo passo insieme a me senza darmi la mano, rimanendo abbracciata a me. Ti sei addormentata abbracciata a me e mi hai detto che non ti era mai capitato. Ho qua nell'armadio ancora la giacca che hai lasciato la scorsa settimana. È stato come vivere in un universo parallelo, solo nostro. Sarei andato a vivere con te domani, e tu pure con me. Ce lo siamo detti. Ne abbiamo fatto immediatamente il nostro progetto.

Fino a ieri mattina.

Mi hai mandato il solito buongiorno. Un bacio. Mi hai chiesto se avevo dormito bene. Ti ho scritto che avevo comprato il lievito per farti la pizza sabato e mi hai mandato un cuore. Poi altri due messaggi normali all'ora di pranzo, non ti funzionava una cosa sul computer e mi hai chiesto se potevo aiutarti a sistemarla.

E poi, da quel momento, sei svanita.

Ti ho scritto preoccupato ieri sera. Attorno all'ora di cena hai letto per l'ultima volta un mio messaggio, senza rispondere, e poi non li hai nemmeno più letti. Mi sono preoccupato. Sono stato in pensiero, ho pensato ti fosse successo qualcosa. Ti ho scritto un'ultima volta attorno a mezzanotte, chiedendoti di farmi sapere almeno che stavi bene. Non ho chiuso occhio tutta la notte. Stamattina ancora non avevi letto i messaggi e, di nuovo, ti ho scritto che ero molto preoccupato. Non ho chiamato perché sapevo che in teoria eri con tuo figlio, o magari già al lavoro, e non volevo disturbarti. Ma non leggevi e non rispondevi, quindi qualcosa doveva essere per forza successo.

Alla fine, a metà mattinata, mi hai risposto. Solo due righe. Un'assurda giustificazione: "Ero con mia madre e ha dormito da me, scusa". Hai aggiunto, secca, che questo weekend non saresti venuta da me, che non stai bene, che vuoi stare da sola. Sapendo peraltro che i prossimi tre weekend non avremmo potuto vederci per vari motivi. Ho fissato il messaggio, paralizzato. In apnea. Ti ho risposto chiedendoti se volevi almeno parlarne. Mi hai risposto di no e hai chiuso ogni comunicazione.

E questo è tutto quello che so.

Ho qui la tua giacca nel mio armadio, il riso che mi hai chiesto di comprare, il vino che mi hai portato lo scorso weekend e il lievito che avevo comprato per noi. Tu sei sparita completamente. 

Torno indietro e riavvolgo l'ultimo weekend passato insieme, qua da me. Quella passeggiata domenica pomeriggio al parco, dopo che qualcosa di quasi impercettibile, per la prima volta, era sembrato incepparsi per un istante infinitesimo, senza apparente spiegazione. Come un glitch. Avevamo a quel punto deciso di uscire a fare quattro passi, come nulla fosse. Una passeggiata, mano nella mano come le settimane precedenti, ma non è stata affatto come le settimane precedenti. Quasi in silenzio. Con te che a tratti lasci la mia mano e vai a camminare da sola. Una passeggiata così diversa dalle ultime, anche se apparentemente uguale. Ti guardavo cercando di indovinare i tuoi pensieri. Mi era risalita la paura, immotivatamente irrazionale, che ormai da giorni avevo messo da parte. Ma poi ti riavvicinavi e mi baciavi. Mi hai chiesto di farti una foto, hai voluto farne tu una a me. Riguardo quelle foto e cerco di capire se il tuo sorriso fosse diverso da tutte quelle dei giorni precedenti. La guardo e mi si stringe lo stomaco, una stretta fortissima, angosciante.

Qualunque cosa sia accaduto, non ne hai voluto parlare con me. Ti sei semplicemente allontanata all'improvviso, senza alcuna ragione apparente. Sei svanita senza una spiegazione. Anzi, con una bugia. Che forse è la cosa che al momento fa più male.

E io non ho più energie per pensare, né per capire, né - al momento - lacrime.

Ho solo sonno, molto sonno. Stanotte avrò bisogno di una dose doppia di ansiolitici per riuscire a chiudere occhio, non posso non dormire e bisogna che mangi almeno qualcosa.

Guardo la nostra foto che mi appare in continuazione come salvaschermo del telefono. Il modo in cui sorridiamo. I tuoi occhi felici. Non ho ancora il coraggio di toglierla, ma ogni volta che si accende lo schermo fa un male dell'anima.

Devo trovarmi un lavoro, non posso andare avanti così, la situazione è sempre più critica. Non posso permettermi di lasciarmi andare definitivamente, non adesso, sarebbe devastante. Martedì ho un colloquio importante e devo essere assolutamente lucido, orientato, con la testa sgombra. Anche se in questo momento mi pare un incubo.

Avevo solo bisogno, ora, di fare un riassunto di mesi di parole ermetiche. Per me stesso. Per poter tornare qui, fra un po' di tempo, a rileggermi con gli occhi che avrò allora, comunque mi vadano le cose. Come faccio oggi rileggendo indietro quel che ho scritto i mesi scorsi.

Probabilmente piangerò questo weekend, qui da solo. Vorrei solo non sapermi così inesorabilmente stupido. Basterebbe solo questo. La consapevolezza col senno di poi è sempre così imbarazzante. 



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