Un anno fa, oggi, tu e io ci incrociavamo per caso per la prima volta. Avrei potuto passare oltre, come mille altre volte. Invece ti vidi, lessi quello che avevi scritto e fu un attimo. Ti scrissi un messaggio. Diceva "[lo stipendio a fine mese] vince tutto". Potevi non rispondere, come accade mille altre volte. Invece rispondesti, subito: "Il pesto con l'aglio, assolutamente. Ah, dimenticavo: ho delle gambe strepitose."
Eravamo noi. Non era stato un caso, era stato il destino. Una settimana dopo, un sabato mattina di inizio primavera, la nostra colazione al parco. Mi avevi travolto fin dal primo istante, ma fu in quel momento che capii che non avrei mai più incontrato nessun'altra come te. La vita, all'alba dei sessant'anni, mi aveva portato te, e venni preso dal panico.
Quella colazione non andò come avevamo entrambi sperato. Ricordo come fosse oggi il senso di sconfitta, l'amarezza, il vuoto, nel parcheggio del parco, in macchina da solo, aspettando un tuo messaggio. Che non arrivò. Alla fine ti scrissi io, ben sapendo l'inutilità del farlo. Mi rispondesti nel pomeriggio. Gentile, diretta, onesta. Poteva finire lì. Doveva finire lì. Archiviai la nostra settimana di conversazione su Whatsapp, mi guardai allo specchio disprezzandomi e tornai a rinchiudermi nella mia solitudine e depressione.
Invece, a sorpresa, mi scrivesti il pomeriggio seguente. Ci telefonammo. Una settimana dopo andavamo insieme a Genova. Non dimenticherò mai più quella giornata, ogni minuto, ogni istante di quel sabato. Concluso in quel modo assurdo la sera, nel parcheggio del supermercato davanti a casa tua. Ti odiai.
È passato un anno. Mai, mai quel sabato sera avrei immaginato che sarebbe accaduto tutto quello che è accaduto in questo anno. Quello che c'è stato e quello che non c'è stato. La rabbia, gli inganni, l'accanimento, la cattiveria, l'ingenuità, la sofferenza, lo stupore. E le risate, la magia, l'amore, la complicità, l'intimità profonda, l'empatia. Le tue mille fughe e i tuoi mille ritorni. È stato un anno devastante e assurdo, che mi ha svuotato completamente, consumato ed esaurito. Tu mi hai svuotato completamente. Non sono mai riuscito a capirti, non ti capirò mai.
Di te mi rimangono alcuni fra i momenti più belli che io abbia mai vissuto con qualcuno in vita mia. Il weekend ad Alagna e Macugnaga, la mia incredulità di averti lì a fianco, la tua felicità, il mio terrore di svegliarmi da un momento all'altro. Quello in Valgrisenche, di magia unica e assoluta. La serata a Castelletto Ticino. Tutte le nostre fotografie, che tu hai voluto che ci scattassimo. Non sono mai stato così innamorato in tutta la vita come in quei momenti, non avevo mai sentito qualcuno così dentro e accanto a me. Sarei andato a vivere con te senza pensarci un istante. Ho davvero voluto con tutto me stesso che fossi l'ultima della mia vita e ti ho creduto quando mi hai detto che volevi fossi l'ultimo della tua vita.
Ho pagato caro ciascuno di quei momenti, con un dolore profondissimo e probabilmente ormai inestirpabile. Mi capita spesso di pensare che me lo sono meritato, che è stato il karma a restituirmi tutto ciò di cui sono stato causa in passato. Tu rimarrai per sempre inspiegabile, incomprensibile e trapiantata dentro il mio cuore, dove ho scelto di chiuderti a chiave, dopo averti sbattuto in faccia la porta per l'ennesima volta, senza più energie ormai per poterla riaprire nuovamente. Troppe ferite, troppo profonde. Niente credibilità residua, né fiducia. Ormai tutto perfettamente chiaro, senza più nulla da aggiungere, da dirsi.
Dopo settembre non ho più guardato le nostre fotografie. Le ho cancellate dal telefono, le ho nascoste per sempre. Anche se nei mesi seguenti, ancora, sei andata avanti a ingannarmi, sei tornata mille volte e ogni volta hai fatto di tutto per sfondare la porta e non farti chiudere fuori, e io, ogni volta, ti ho riaperto. Fino a Natale. Poi basta, non ce l'ho più fatta. Mi hai scritto l'ultima volta una decina di giorni fa, proponendomi assurdamente di tornare con te a Genova. Non ti ho risposto. Da allora sei scomparsa, questa volta - adesso sì - credo definitivamente.
Ho chiuso la porta e sto cercando di affrontare questa primavera, e non è facile. Non lo è più da tempo ormai. Mi hai chiesto come sto, non ti ho risposto, non ti risponderò più, ma sto così. Sto che siamo ad aprile, non lavoro più da luglio dello scorso anno e mai nella vita avrei creduto di arrivare a trovarmi in una simile situazione. Alla fine ho dovuto davvero chiedere un prestito a mia madre, perché ho esaurito tutte le mie risorse. Ho fatto tutto quello che potevo per non finire a farmi stritolare dai suoi ricatti morali, per non dover sopportare tutto questo. Non è stato possibile. Quando i soldi sono finiti non ho più avuto altra scelta. Altri, nelle mie condizioni, non avrebbero nemmeno avuto questa carta. Per un attimo ho considerato di vendere tutto e andare in affitto da qualche parte, ma al di là del fatto che non ho ancora perso le speranze di risollevarmi, non ci sarebbero comunque stati i tempi per gestire la cosa. Intanto così ho tamponato, i prossimi mesi vedremo. Non so cosa accadrà, ho paura. Ho fatto mille colloqui, negli ultimi mesi mi hanno fatto diverse proposte e per quanto mi facessero quasi tutte vomitare dallo schifo ho detto ovviamente sì a qualunque cosa. Ma non è servito. Alla fine, troppo vecchio, perlopiù. Che va ad aggiungersi a questi sessant'anni dei quali continuo a non capacitarmi, che non riesco ad accettare in alcun modo, che ogni giorno che passa odio di più e mi sento sempre più addosso.
È così tanto tempo che non lavoro e che sono fuori dal giro, del resto, che mi fa altrettanta paura l'idea di dover ricominciare - perché d'altra parte prima o poi dovrò ben ricominciare, per forza, altrimenti non saprei come sopravvivere. Ormai la mia è una vita senza lavoro da mesi e mesi, che si è riadattata completamente a questa situazione. Non è vita in effetti, è sopravvivenza, perché non ho di che fare nulla e devo puntare solo a riempire il frigo e pagare il mutuo. Questa è. Guardo indietro e per trovare qualcosa che possa davvero chiamare lavoro, lasciando perdere quei tre o quattro mesi dello scorso anno in cui ho fatto qualche call part time per quel cliente assurdo, devo perlomeno risalire all'autunno 2023 e anche in quel caso in realtà si trattava perlopiù di fare qualche riunione ogni tanto e sistemare documenti. Si può quasi dire che ho smesso di lavorare davvero a fine 2021 perché i dieci mesi in cui sono tornato a fare il dipendente d'azienda, fra settembre 2022 e giugno 2023, li ho trascorsi in buona parte a casa a far nulla e per il resto negli uffici del cliente, ad annoiarmi a morte nel tentativo di far passare le giornate. Mi sembra passata una vita dall'ultima volta che ho lavorato davvero e mi chiedo come ho a fatto a ridurmi così e ad arrivare peraltro fin qui. E d'altra parte, questa in fondo non è che la resa dei conti con un lavoro e una vita che ho sempre odiato. Sempre. Alla fine qui mi ha portato.
Il paradosso è che se sono riuscito a sopravvivere tutto questo tempo senza lavorare, continuando a pagare mutuo, assegno familiare, visite specialistiche, auto, assicurazioni, facendomi qualche regalo e le vacanze coi ragazzi e, fino a qualche mese fa, permettendomi anche qualche weekend con te, è proprio grazie al mio lavoro e a tutti i soldi che mi ha fatto guadagnare in questi anni. A vent'anni in cui tutto sommato posso dire di essere stato "ricco". Non fosse stato per questo, nella migliore delle ipotesi sarei tornato a vivere da mia madre da tempo e non avrei certo un telescopio sul terrazzo. È un circolo assurdo. E non c'è modo di spezzarlo senza soluzioni radicali, profondamente radicali. Che comunque, prima o poi dovrò decidermi a fare, non fosse altro per la salvaguardia di me stesso e per il mio bene.
In ogni caso non ho più voglia di uscire, non c'è nulla che possa fare e sono solo da mesi, e anche questa è una novità. Sono solo anche perché non è che i tuoi innumerevoli "ritorni" abbiano mai portato qualcosa di reale, a parte del male. Non ci sei mai stata, per quanto tu abbia finto di volerci essere, e da quando sono riuscito infine a respingerti una volta per tutte la solitudine è diventata ancora più assoluta e tangibile. La tocco, con mano, ogni giorno. Tu hai comunque portato la mia asticella a una quota impossibile per chiunque altra da superare e dunque non ho nemmeno più alcun desiderio di null'altro. Che poi è un po' la storia della mia vita. Ho corso la maratona, non posso più accontentarmi di camminare al parco la domenica nel disperato tentativo di mantenere un minimo di forma, nemmeno so per chi, e a me interessa così poco, ormai. Penso anche che del resto, anche se tu ci fossi, non potrei far nulla, né per te, né per noi. Non ho risorse per me, figurati per due. Non potrei nemmeno permettermi uno dei nostri weekend zingari. E dunque, alla fine, che ci faresti comunque con me? In ogni caso tu questo non lo sai.
Così è passato un anno. Mi hai scritto l'ultima volta dieci giorni fa e ora sì, sono convinto che sia stata l'ultima. Paradossalmente ho rinunciato io alla possibilità di vederti lo scorso weekend, per quanto tu, come sempre, ti sia accanita e abbia insistito. E pensa, se lo avessi fatto solo una volta in più, se come dozzine di altre volte i mesi scorsi anche a questo giro non ti fossi arresa, ti avrei probabilmente infine risposto, come alla fine ho sempre fatto. Ma doveva ben finire prima o poi. Doveva finire quel giorno al parco, un anno fa.
Alla fine quest'inverno non sono andato a sciare nemmeno un giorno. Anche questo non avrei mai creduto potesse accadere in vita mia. Solo una volta era capitato di saltare una stagione, l'anno del Covid, ma in quel caso non era dipeso da me. Quest'anno non è stato proprio possibile. Di andare da solo non ho avuto alcuna voglia e andare coi ragazzi sarebbe stato troppo costoso in questa situazione. Dovevamo andare insieme, tu e io, ma è stato un altro dei tuoi mille inganni. Quelli a cui avevo creduto e per cui ti ho amata così tanto.
Ripenso sempre a quel giorno, qui a casa mia, quando ti ho fasciato la ferita alla gamba prima di fare la doccia. A tutto l'amore che c'era in quel momento. A quell'armonia, quell'intimità che non avevo mai provato prima, così assoluta e profonda da penetrare ogni angolo più inaccessibile di me stesso e avvolgermi fin quasi a soffocarmi emotivamente. Ripenso spesso a me e te quei giorni.
Ci ripenso spesso, si può dire ogni giorno. Ci penso e mi chiedo come sia stato possibile, cosa tu mi abbia fatto, come tu abbia fatto e soprattutto perché tu lo abbia fatto. Ci penso e mi chiedo se potrò davvero mai riprovare anche lontanamente qualcosa di simile per qualcun'altra. E ogni volta mi rispondo la stessa cosa. No.
Non accadrà più. È troppo tardi ormai per avere abbastanza tempo davanti da riuscire a lasciarsi alle spalle quel che accade ora.
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