Qualcuno ha scritto altrove "Vai via, 2025, non ti sopporto più." Di mio, non ho alcuna voglia in realtà di scrivere un post di fine anno, lo faccio solo per una questione di disturbo OCD, un po' come per tutte le ricorrenze.
Anche quest'anno potrei semplicemente partire da un numero per sintetizzare il mio 2025: 176 giorni senza essere uscito di casa; 206 se conto quelli in cui ho messo piede fuori solo per accompagnare mia figlia a scuola al mattino. Se poi dovessi contare anche quelli in cui sono uscito esclusivamente per andare al supermercato a fare la spesa arriverei quasi certamente a sfiorare i duecentocinquanta giorni. Nel 2025 la mia vita è rimasta sepolta fra queste quattro mura per quasi sette giorni ogni dieci.
Lo scorso 31 dicembre, al termine di un 2024 allucinante, avevo scritto "se dovessi fare un buon proposito per questo anno che sta per iniziare, forse sarebbe quello di non trascorrere un solo giorno chiuso in casa": avevo contato 127 giorni tombato qua dentro. Quest'anno sono stati 176. E potrei chiuderla qui.
Nel 2025 mi sono allontanato dal perimetro di casa mia, diciamo dal raggio dei venti chilometri che racchiudono la mia vita e quella dei miei parenti, soltanto sei volte per un totale di otto giorni: un sabato a febbraio, in Val d'Aosta con mia madre per fare una foto che ci eravamo promessi per i miei sessant'anni; un giorno a giugno in Grigna con G, a sei mesi di distanza dall'ultima volta che ci eravamo visti, per uno sciagurato tentativo di riconciliazione al quale avevo ceduto malvolentieri, e con ragione; un giorno a Imola coi ragazzi per un concerto rock, a luglio; un giorno in Svizzera ad agosto per una gita con mio figlio; tre giorni all'Elba sempre in agosto per accompagnare mia figlia e le sue amiche al mare, e questa è stata anche l'unica occasione in cui non abbia dormito a casa mia (peraltro dormendo a casa nostra all'Elba); infine, un sabato di novembre a Genova, ancora con mia madre, per il "tradizionale" giro dei cimiteri. Per tutto il resto dell'anno, trecentocinquantasette giorni, non mi sono allontanato da casa, e per la metà di questo tempo non ho nemmeno messo piede fuori dalla porta. Direi che basta questo a raccontare quel che è rimasto di me - nulla - e la depressione senza fine nella quale sono precipitato da ormai due anni senza più riuscire a riemergere.
Potrei contare sulle dita delle mani persino le volte che ho incontrato qualche amico/a. R una volta o forse due; P un paio di volte, ma ho iniziato a mal tollerare parecchi dei suoi argomenti, così antitetici alla mia etica e al mio modo di pensare, e mi ha anche dato assai fastidio quella battuta stupida che le è uscita una delle ultime volte in cui ci siamo sentiti, quando le dissi che ero andato al cinema con S, e che nascondeva in realtà una gelosia del tutto fuori luogo e inopportuna, a nessun titolo peraltro.
Non mi pare di aver incontrato E quest'anno, mi sa che l'ultima volta è stato per il panettone dello scorso anno; anche lui sparito, dopo essersi evidentemente ripreso dalla separazione e non aver più avuto bisogno di un posto dove venire a piangere. Qualche sera fa è poi saltato un invito a cena da S e A, e tutto sommato poco male, ché stanno a casa di dio e non avevo tutta questa voglia di farmi un'ora almeno di macchina per andare da loro, anche se mi avrebbe fatto bene.
Un paio di mesi fa ho invece incontrato B, dopo dieci anni che non ci vedevamo. Negli ultimi due o tre anni si era rifatto vivo e mi aveva proposto di uscire a cena qualche volta, ma avevo sempre declinato inventando varie scuse. C'erano alcuni motivi per cui allora avevo smesso di sentirmi con B, interrompendo un'amicizia che durava fin dai primi anni '90, per non parlare del nostro sodalizio alpinistico: B è stato a lungo il mio compagno di cordata per gran parte della mia vita in alta quota, abbiamo condiviso moltissime avventure e anche momenti di grande pericolo, qualche disavventura per fortuna finita bene, ma c'erano alcune cose di lui che mi avevano sempre dato molto fastidio (non solo a me per la verità). Ricordo bene l'ultima volta che ci eravamo visti per un aperitivo, attorno al 2015, e ricordo anche perché quella sera decisi che non volevo più frequentarlo. Fatto sta che in anni recenti mi aveva cercato più volte e dunque alla fine, un paio di mesi fa, ho accettato l'invito e siamo usciti a cena.
Come sospettavo, la ragione per cui B mi aveva cercato era che si è separato anche lui, dopo venticinque anni di matrimonio. La cosa non mi aveva sorpreso affatto: né che si fosse separato, né che mi avesse cercato di conseguenza. Ormai è un pattern: a un certo punto tutti ripassano di qua, prima o poi. Non conto più le coppie di amici e conoscenti coetanei che ho visto via via esplodere in questi ultimi anni. Quante storie del Mulino Bianco andate in malora. Per anni ho subìto la parte di quello che poverino ha divorziato, "e vabbè, per forza, sappiamo come è fatto", e io a chiedermi "come sono fatto", a colpevolizzarmi, a sentirmi sempre inadeguato e solo, e adesso eccoli tutti qui, arrivano in fila indiana: mi cercano perché all'improvviso mi vedono in modo diverso, divento un porto sicuro presso cui rifugiarsi e sentirsi compresi, non giudicati; vengono a trovarmi, sono smarriti, devono reinventarsi una vita da capo, si sentono soli, loro, cercano solidarietà, risposte, da me, che non ho risposte nemmeno per me stesso. "Finalmente" possono fare "tutto quello che vogliono", salvo il fatto che non hanno la minima idea di cosa vogliono e qualcuno di loro crede di avere ancora sedici anni, pensa di ripartire da lì. Solo che ne ha sessanta. Ne abbiamo, sessanta.
Ricordo ancora trent'anni fa, alla tradizionale festa di Natale che organizzavo ogni anno con tutti gli amici: i primi anni erano solo gli amici, poi gli amici con le fidanzate, poi con le mogli, poi con i figli: io abitavo ancora a Milano nel mio monolocale, ci trovavamo sempre lì a casa mia, anche se ormai non ci entravamo più tutti insieme. Fu proprio B quella sera a dirmi "eddai, quand'è che ci presenti quella definitiva?". Disse proprio così. Ricordo quanto mi fece male quella frase e per quanto tempo me la trascinai dentro. Mi capita spesso di pensare che il mio matrimonio, anni dopo, e il mio divorzio, di fatto annunciato fin dall'inizio, arrivarono da quella sera, da quella frase. Comunque ho deciso, anzi, ho avuto la conferma, che non ho più voglia di vedere B.
L'altro ieri sera sono stato a cena a casa di D e P: anche lui non lo vedevo da un anno, lei non ne parliamo, perlomeno da tre o quattro, anche perché D e io siamo quasi sempre usciti da soli, quelle rare volte in cui è capitato negli ultimi anni, in media direi ogni due; per anni, ogni volta che ci siamo visti, mi ha raccontato che non ne poteva più, che ormai lui e P erano separati in casa, che non divorziava solo per pigrizia, per i figli, perché non voleva stare da solo, ma che cercava di stare a casa il meno possibile; e poi lui a sorbirsi intere serate di racconti dei miei disastri e delle mie angosce, fra una birra e l'altra, una delle uniche due sponde rimaste nella mia vita, lui ed E, da quando Paolo è morto. Ma in realtà l'altra sera ho visto una coppia ancora affiatata, una figlia ormai grande, laureata, che lavora, che ho visto nascere quasi venticinque anni fa, l'altro figlio trasferito all'estero. Mi è venuto da pensare, chissà se D ricorda che trentacinque anni fa fui io a prestargli l'auto per andare al primo appuntamento con P. Vedi cos'è il tempo. È questa roba qui. E comunque il fatto che D mi abbia invitato a cena a casa loro, dopo tutti questi anni, direi che è anche indice del fatto che non ne poteva più della mia depressione e dei miei racconti, che ha voluto prevenire una serata da solo alle prese con le mie angosce, che di farmi da sponda questa volta no, proprio non ne aveva, e che evidentemente con P le cose non vanno affatto (più) male e non ha più nulla da confidarmi. Insomma, amici sempre, ma anche basta sfracellargli le palle. Il che mi ha fatto in realtà sentire ancora più solo. Fu proprio D del resto, tre o quattro anni fa, dopo l'ennesimo naufragio, a dirmi "ti resta solo di arrenderti al fatto che stai bene da solo e fine". Non è mai stato vero, ho sempre desiderato solo il contrario per tutta la vita. Abbozzai un "già" e finii la mia birra. Comunque quella dell'altro ieri è stata una serata piacevole.
Negli ultimi mesi ho incontrato tre volte S, dopo più di un anno che non ci vedevamo e non ci sentivamo. Sono contento ogni volta che la vedo, per quanto sia un po' strano frequentarsi così e non sia semplicissimo da gestire, perlomeno da parte mia. Mi fa bene e mi fa piacere, e ho anche idea che in queste occasioni riusciamo a tirare fuori il meglio di noi due, un po' come accadeva quando anni fa passavamo ore a raccontarci la vita in videochiamata perché non potevamo vederci, ma ho anche pensieri confusi in merito. Per meglio dire, ci sono alcune cose che mi sono chiarissime, ma quelle lo sono sempre state, fin da quando ci siamo conosciuti sei anni fa. Altre invece sono figlie del contesto attuale e non riesco a leggerle bene.
A volte credo che vorrei passare una notte con la testa sulla sua spalla a piangere e raccontarle degli ultimi diciotto mesi, ed è come se allo stesso tempo fosse l'unica persona che probabilmente avrebbe qualcosa di davvero sensato da dire in merito, ma inevitabilmente anche l'ultima al mondo con cui poterne parlare. In altri momenti, soprattutto quando siamo insieme, mi manca il contatto fisico fra noi, e questa è la cosa più straniante in assoluto, perché la verità è che non c'è nessuna ragione reale, o perlomeno apparente, perché non potrebbe esserci se lo volessimo entrambi: siamo stati insieme per quasi quattro anni, siamo soli, ci vogliamo bene, credo - perlomeno io gliene voglio di sicuro parecchio. Ma suppongo che lei non lo desideri affatto, né sono certo di volerlo io, né ancora che sarebbe una buona idea, e del resto immagino che sarebbe piuttosto imbarazzante e complicato da gestire, se mai capitasse oggi. Stare insieme non ha funzionato - e ci abbiamo provato per due volte - e allo stesso tempo per nessuno dei due sarebbe una cosa del tutto neutra, non sarebbe comunque ginnastica. Quindi ci vediamo, passiamo delle belle serate, ridiamo, ci raccontiamo cose - ma io devo filtrare me stesso per forza di cose e quando sono lì alla fine vorrei sdraiarmi con lei, metterci sotto le coperte e staccare la testa del tutto insieme a lei almeno per qualche ora, fino al mattino dopo.
Comunque sono contento che ci sia, va già bene così e del resto se siamo arrivati qui in questo modo è per colpa mia e merito suo. Passeremo la serata di fine anno insieme, con R e C. Mi sembra un ottimo modo di lasciarsi alle spalle il peggiore anno della mia vita. Glielo ho proposto io, d'istinto. Ha accettato senza battere ciglio. Alla fine il nostro filo non si è mai spezzato, per fortuna. Chissà se resisterà e cosa ne verrà fuori negli anni. Le voglio davvero bene, molto più di quanto lei immagini e di quanto ne voglia a tante altre persone.
Per il resto sono davvero solo, solo solo intendo, ormai da più di un anno, e anche questo ha contribuito a peggiorare la depressione. Mi manca non solo la presenza di qualcuno nella vita accanto a me, qualcuno con cui dividere il cammino, la quotidianità e dei progetti a lungo termine, una mancanza diventata tanto asfissiante quanto rassegnata: mi manca proprio il contatto fisico. Non mi manca il sesso di per sé: mi manca fare l'amore. Mi manca addormentarmi con qualcuno a fianco, e più mi manca più mi rendo conto che sono rassegnato sempre più a rimanere solo. È come se nel 2025 avessi sorpassato una linea di non ritorno, un confine invisibile; come se aver compiuto sessant'anni da solo, chiuso in casa, senza risorse e senza progetti, avesse definitivamente chiuso una porta alle mie spalle, lasciando dietro pressoché la mia intera vita passata. Non aver più nulla da mettere sul tavolo, nulla da condividere, nessuna risorsa, nessun progetto, ha via via fatto sempre più terra bruciata attorno a me. Mi sono chiuso sempre di più, sempre più isolato, sempre più abbruttito, impresentabile, alienato, paralizzato. È come rimanere immobili ad aspettare la morte.
Ho fatto di tutto per allontanare G dopo il naufragio di fine 2024. Ho trascorso i primi sei mesi di quest'anno a resistere a ogni suo tentativo di ennesimo riavvicinamento, ho infine ceduto quel giorno a giugno e siamo andati insieme in montagna. Come immaginavo mi sono fatto ancora più male. Da allora non le ho mai più risposto: da inizio agosto si è definitivamente arresa e dopo un anno e mezzo di battaglie è scomparsa per sempre.
Non ho mai smesso di pensare a lei un solo giorno. Col trascorrere del tempo ho iniziato a guardare in modo diverso a quei diciotto mesi, a tutti i suoi tentativi di avvicinamento e a tutte le sue fughe improvvise, tutti i suoi dietro front ogni volta che mi sono fatto convincere a lasciarla avvicinare. Non sono probabilmente stato capace di capire molte cose di lei, ma in questo caso non posso nemmeno colpevolizzarmi, come va a sempre a finire che faccio, per il modo in cui si è comportata lei, per la sua continua mancanza di rispetto nei miei confronti, per le sue bugie, la sua totale assenza di empatia. Io sono stato forse molto stupido, ma certo è che quella stupidità è stata anche figlia di molti suoi comportamenti.
Un mese fa le ho scritto una lettera che è rimasta in fondo a una cartella del mio computer. È una bella lettera, come lo sono state molte di quelle che le ho scritto nei nostri diciotto mesi di tempeste. Quante parole inutili. Non so se se gliela manderò mai. È una lettera che aveva un suo significato nel momento in cui l'ho scritta e che più passano le settimane, e i mesi, e meno avrebbe senso mandarle. So anche bene le ragioni per cui non gliel'ho ancora mandata e per cui forse non lo farò mai. Si tratta di vedere chi vincerà il braccio di ferro fra me e il tempo che passa. Ma mi manca, da morire. Dio quanto l'ho amata. Quei giorni indimenticabili che ho passato con lei un anno fa sono stati fra i più belli della mia vita e non ho alcun modo di cancellarli, credo che mi perseguiteranno per sempre e d'altra parte hanno spostato la mia asticella a un'altezza siderale, pressoché irraggiungibile.
Continuo a tormentarmi anche perché resta il fatto che sono stato io a fare di tutto per allontanarla e non riesco a sfuggire al dubbio di non avere in realtà capito nulla, perlomeno finché non mi ricordo le ragioni, molto concrete, e i suoi comportamenti per cui l'ho fatto. E comunque il nastro non si può riavvolgere, mai.
A inizio dicembre ho invece scritto all'improvviso ad A, dopo più di due anni da quando le ho letteralmente sbattuto la porta in faccia. Non so perché l'ho fatto, né cosa cercassi in realtà. Alla fine io sono quello che non torna mai sui propri passi, ma con A è sempre stato tutto differente, tutto. Mi ha ovviamente risposto, mi ha ovviamente risposto le stesse identiche cose che mi ha scritto e detto per anni. In realtà me lo aspettavo, avrei potuto prevedere parola per parola quello che avrebbe risposto; ciò nonostante mi ha ripreso la stessa identica rabbia per cui alla fine, due anni fa, decisi di chiudere definitivamente ogni ponte con lei, dopo peraltro anni ormai dall'ultima volta in cui ci eravamo visti. La stessa amarezza, la stessa consapevolezza. Forse era di questo che avevo bisogno e che cercavo con quella lettera, una specie di conferma delle ragioni per cui anche con lei è stato necessario lasciarsi tutto alle spalle una volta per tutte. Ho richiuso i canali, suppongo per sempre questa volta, e per quanto a differenza degli anni scorsi l'impressione è che a 'sto giro non sia rimasta ferma sulla porta a prendersela in faccia. Direi che amarezza è la parola corretta per descrivere cosa mi ha lasciato questa breve parentesi che del tutto senza ragione sono andato inopportunamente a cercarmi. E comunque a gennaio saranno sei anni dall'ultima volta che ci siamo visti. Un abisso, visto da qui oggi.
Ne ho approfittato anche per buttare letteralmente nella spazzatura l'ultima cosa rimasta nei miei cassetti che ancora ci legava. Tre anni fa scrissi, credo qua dentro, che il giorno che mai avessi trovato il coraggio per buttare via quel ricordo, quella sarebbe stata davvero la parola fine, per sempre. Quel giorno è infine arrivato, quest'anno, a dodici di distanza dall'inizio di ciò che in tutti questi anni ha condizionato irreparabilmente e in modo distruttivo quella che forse sarebbe stata una vita completamente diversa.
Un paio di mesi fa mi ha improvvisamente scritto M. Anche lei a sorpresa, anche lei dopo dieci anni che non ci sentivamo, solo per salutarmi, dirmi che le ero venuto in mente perché era in transito da Milano e raccontarmi che era in partenza per la Namibia, immagino con marito e figlia. Non a caso, visto che nel '98 eravamo stati in Namibia e Sudafrica insieme io e lei per uno dei viaggi più belli e avventurosi della mia vita. Mi ha preso del tutto in contropiede, soprattutto nell'inutilità e nel tono apparentemente neutro di quelle due brevi righe "di saluto", capitate peraltro in uno dei momenti peggiori della mia esistenza, alle quali ho risposto senza ben sapere né cosa dire, né come, mettendo insieme perlopiù qualche frase di circostanza, cercando di non essere né troppo amichevole, né respingente. Le ho scritto che anche io ero tornato in Sudafrica coi ragazzi dieci anni fa, e di salutami l'Africa, aggiungendo qualcosa di banale su quanto sia bello viaggiare coi figli. Evidentemente mi è uscita comunque male, perché è sparita nel nulla così com'è apparsa. Per qualche giorno mi sono tormentato un po', ma poi ho richiuso la pietra tombale su un passato che ormai si perde nella notte dei tempi, ché francamente mi manca solo di stare a menarmela per qualcosa che ormai appartiene addirittura al secolo scorso.
La verità è che ci sono rimasto male perché era del tutto chiaro che dalla mia risposta, nella quale avevo buttato lì un paio di frasi non del tutto messe a caso, trasparisse che non sto affatto bene e che probabilmente dovesse essermi accaduto qualcosa. Mi aspettavo una qualunque reazione, magari una risposta di circostanza a sua volta, o un gancio, qualcosa del tipo "ma stai bene, è successo qualcosa?". Non saprei, una qualunque cosa. In fondo è stata lei a cercarmi. Invece nulla, sparita. Mi è rimasta addosso una spiacevolissima sensazione, come se mi avesse scritto dopo tutti questi anni solo per tornare a spiare dal buco della serratura come stessi, aver realizzato che non sto bene ed essersi allontanata ben felice di tornare in Namibia dopo quasi trent'anni con l'uomo che ha sposato e con cui ha messo su famiglia. Ma forse sono io che vedo fantasmi ovunque e mi sento aggredito da tutte le parti, e in realtà magari è solo che ha pensato che è stata una cazzata scrivermi quelle due righe inutili, dopo tutti questi anni, e fine. O forse si aspettava chissà che altra risposta, boh. Inutile pensarci, appunto.
Chiudo il 2025 con uno stato di salute e la forma fisica di un ottantenne, detto che ci sono ottantenni che stanno molto meglio e sono assai più vitali di me, ma perlomeno inizio il 2026 con uno straccio di lavoro, almeno finché dura, e questo, rispetto agli ultimi due anni, è già un buon blocco di partenza. La mia situazione economica è d'altra parte sempre sull'orlo dell'abisso, se solo smetto di lavorare per un mese sono spacciato, e peraltro ogni singolo euro che mi sia avanzato quest'anno - e "avanzato" è un modo del tutto distorto di voler rappresentare le cose, perché per la verità non avanzerebbe affatto un cazzo, visto che sono coperto di debiti - ogni singolo euro in più, diciamo dunque, che non sia finito a coprire emergenze immediate come mutuo, assegno familiare, bollette, mangiare e rate della macchina, l'ho speso in attrezzatura per l'astrofotografia. Che è una follia totale in questa condizione, ma è davvero l'unica cosa che mi è rimasta, alla quale rimango aggrappato con tutte le mie energie residue. In un anno in cui sono andato via solo otto giorni in tutto, e in realtà di questi otto solo tre sono etichettabili alla voce "vacanze", se mi fossi tagliato anche il capriccio dell'astrofotografia mi sarebbe davvero rimasto solo da prendere a testate il muro.
Nel 2025 ho compiuto sessant'anni e avevo programmato di partire in aprile per il mio ultimo sabbatico, verso uno dei luoghi che ho sognato di raggiungere per una vita intera. È stato un anno a tratti drammatico, nel quale non sono mai uscito di casa, non ho visto nessuno, nel quale per la prima volta sono davvero andato in bancarotta e ho dovuto chiedere un prestito per rimanere a galla. Un anno nel quale non c'è stato giorno in cui non mi sia guardato allo specchio senza pensare che mi faccio schifo. È stato il sesto anno di fila senza essere salito su un aereo, ma nemmeno su un treno, un autobus, una funivia, per dire. È stato il primo anno della mia vita nel quale non sia mai andato a sciare, nemmeno per un giorno: l'unica occasione in cui ho toccato la neve è stata quel sabato a febbraio in cui sono andato con mia madre in Val d'Aosta. Il primo anno della mia vita, da quando avevo quindici anni, nel quale non abbia baciato una donna. Nel quale non abbia avuto alcun contatto fisico, non abbia fatto l'amore almeno una volta, il primo che abbia trascorso interamente da solo, in cui non abbia fatto nemmeno un giorno di vacanza insieme a entrambi figli. Il primo da quando sono nati che abbiamo concluso senza nemmeno avere una foto di noi tre insieme da mettere nel nostro tradizionale calendario di fine anno. E questo racconta tutto quello che c'è da raccontare.
Sono pur sempre qui. Ho una camera d'albergo prenotata in Spagna per il 12 agosto 2026. Forse finirà che partirò da solo per andare a fotografare l'eclissi, ma almeno ho un progetto. Come e dove troverò i soldi per finanziarmelo è ancora da capire, ma quel che conta, ora, è avere almeno un obiettivo davanti, per quanto stupido. Comunque importantissimo, per me, oggi.
Magari alla fine manderò quella lettera a G, è ben per quello che l'ho scritta. Ma forse questa è invece proprio la cosa peggiore da fare per entrare in punta di piedi nel 2026 sperando che non faccia così male come hanno fatto i due anni precedenti.
Non ho nemmeno una chiusura decente per questo post. Ce l'ho solo, sempre, per tutte quelle inutili lettere che ogni tanto ancora scrivo alle persone sbagliate, che ho scritto per anni e che non sono mai servite a un cazzo, se non a farmi sentire ancora più solo.
Mi infilo in doccia e mi preparo a trascorrere almeno una notte di fine anno decente con un paio di cari amici e l'unica donna che alla fine sia davvero in qualche modo nella mia vita, che mi vuole bene e alla quale voglio bene io. E va bene così.
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