Mi fa paura. Mi paralizza. È che non riesco proprio ad accettarlo, è come se la mia mente si rifiutasse. Accade così, sempre di più negli ultimi anni e in modo ancor più devastante dallo scorso anno. Probabilmente - anzi, quasi certamente - è per la solitudine, per la sensazione di una corsa sempre più inarrestabile, senza alcun freno, sempre più veloce, senza nemmeno il tempo di realizzare nulla, ormai. Una fine che pur non sapendo quando sia scritta - o forse proprio per questo - si avvicina inevitabile e inesorabile, mi terrorizza, il senso della morte, di tutto quello che se ne è andato e che ormai è irrecuperabile, che nessuno mi ridarà mai più, che ho perso, che non avrò mai più. Rifiuto, sì, rifiuto assoluto, quasi da voler urlare per allontanare ciò che non posso allontanare. Un silenzio attorno a me che pesa in un modo insopportabile e che mi soffoca, asfissiante. Un anno ancora che è scivolato via alla velocità della luce, nella sua inutilità totale, gettato al vento, svanito davanti a me, ancora più rapido di quello precedente e di tutti quelli che lo hanno preceduto, senza nemmeno darmi il tempo di accorgermene, senza poter fare nulla per arrestarlo almeno per un istante, per gridargli fermati, fermati, fermati cazzo, FERMATI TEMPO DIOMIO. Fermati, dammi tempo! Ti prego, riavvolgi il nastro, dammelo indietro, almeno un po', per favore, ridammene un po'. Riportami almeno a cinque, sei, sette anni fa. Ti prego. Riportami indietro di dieci anni, dammi la possibilità di rivivere da capo almeno i cinquanta, ti scongiuro, ho imparato, lo prometto, ti lascio i primi cinquanta sciagurati, ma almeno restituiscimi gli ultimi dieci per poterli rivivere con coscienza, senza sbagliare, senza sprecare, senza distruggere, con cura, attenzione, amore, giustizia.

Ti prego.

Non sopporto più di sentire mia madre ripetermi che sono giovane, di preoccuparmi del futuro, quale cazzo di futuro, quale perdio, quando comincia il mio futuro, cristo. Ho sessantuno anni, da quasi un'ora ho sessantuno anni cazzo, e mi schiacciano, mi schiacciano come un macigno, mi sento annientato, mi sento risucchiato, annaspo e vorrei urlare. Non li voglio, non li accetto, mi fanno schifo. Mi faccio schifo.

Ho comprato due paia di jeans di una taglia superiore a quelli che porto da mesi, perché non riuscivo più ad allacciarli. Sono tre taglie sopra quella che indossavo dieci anni fa, due rispetto a quella che portavo anche solo meno di due anni fa. Nonostante questo, ho fatto fatica a chiuderli, ci entro a malapena.

C'è stato un periodo nella mia vita, prima che mi mettessi a correre, attorno ai quarant'anni, che avevo dovuto comprare un paio di jeans di una taglia larga come non avevo mai avuto prima. Fu per via di quel paio di jeans che una sera d'inverno, guardandomi alla specchio in una stanza di hotel, decisi che avevo passato il limite di accettabilità verso me stesso. Mi arresi al fatto che mi facevo schifo, che non potevo più guardarmi, che mi vergognavo di me stesso, scesi in strada e iniziai a correre ogni sera, al buio, dopo il lavoro. Partendo completamente da zero. Ricordo il freddo delle prime volte e le scarpette comprate nella cesta da Decathlon, la tuta. Due anni dopo correvo la maratona, correvo persino il salita e con la neve, e pesavo venti chili di meno.

Avevo conservato quel paio di jeans nell'armadio, solo quello di tutto il mio vecchio guardaroba. Lo avevo tenuto apposta. Un giorno decisi di provarli per avere una misura concreta di cosa avessero significato quei due anni per me. Mi spaventai, quasi. Erano diventati così larghi che potevo infilare le braccia intere fra l'orlo e la vita e crollavano comunque, da soli, alle caviglie. Continuai a conservarli nell'armadio come monito per la mia vita futura e giurai a me stesso che mai più sarei arrivato a indossare di nuovo quei jeans.

Nel corso degli anni, anche in questi ultimi in cui mi sono lasciato andare sempre di più, sempre più stanco, demotivato, stressato, anche fra il 2020 e il 2022 quando ho avuto problemi seri al cuore, ogni volta che mi vedevo inesorabilmente aumentare di peso provavo quei jeans. Appena arrivavo vicino ad allacciarli era come se scattasse qualcosa dentro di me: iniziavo immediatamente a fare attenzione in modo maniacale all'alimentazione e alla peggio salivo sul tappeto per un mese e rimettevo subito il più spazio possibile fra me e il giro vita di quei jeans.

Ora è circa un anno che non mi peso. Mi sono visto ingrassare sempre di più, tombato qui in casa, senza più fare nulla di nulla ormai da un tempo infinito, senza più alcuna motivazione per prendermi cura di me stesso, nessuno del resto per cui farlo, nessuna energia, affogato nella mia depressione. Oggi stavo provando i nuovi jeans appena comprati, di una taglia che non credevo possibile sarei arrivato a comprare, o perlomeno che non ricordavo di aver mai acquistato negli ultimi vent'anni. Ho fatto fatica ad allacciarli e mi è venuto spontaneo tirare fuori quel paio di vent'anni fa. E per la prima volta ho fatto fatica a chiudere anche quelli. Ci entro con difficoltà. Io sono questo, oggi.

Domenica notte ho fatto la mia cazzata, che sapevo prima o poi avrei fatto. E ne ho pagato le conseguenze, amarissime, molto peggio di quanto avessi messo in conto. Una bella legnata in faccia, dopo molti mesi. Non sono mai stato bravo a mettere in conto nel modo giusto le conseguenze delle mie cazzate. Spero perlomeno che mi sia servita. Ignoro il dolore e ho cancellato tutto, ogni più piccola traccia. 

No, non è affatto un buon compleanno. La verità è che mi fa schifo, mi angoscia, mi schiaccia e mi soffoca. E vorrei urlare.

Nonostante tutto questo il 2026 è iniziato assai meglio degli ultimi due anni. Questa sera ci saranno i ragazzi a festeggiare con me, mentre lo scorso anno avevo trascorso il sessantesimo da solo. Fra qualche giorno tornerò a volare, a sei anni esatti dall'ultima volta, e questa notte ho due telescopi accesi sul terrazzo, dopo dieci giorni di tempo di merda.

Sto in piedi e guardo avanti, anche se mi fa paura.



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