Ho la nausea dalla stanchezza, letteralmente. È una stanchezza fisica e mentale, infinita. Quando arriva infine il weekend rimango a letto fino a orari assurdi, o mi abbandono sul divano incapace di fare qualunque cosa, reagire a qualunque stimolo. Qualunque incombenza mi sembra insormontabile, anche la più insignificante, e procrastino, procrastino, procrastino all'infinito. Poi a tratti raccolgo tutte le energie e con estrema fatica mi decido a sistemare una qualunque cosa che sto rimandando da mesi, ad esempio aggiustare due buchi nel muro, fare ordine in un cassetto, ripulire una piastrella rovinata della doccia. Il lunedì mattina è un incubo e la settimana è un conto alla rovescia sfiancante fino al venerdì sera, quando infine chiudo la finestra del lavoro e mi accascio sul divano completamente inerte, col cervello spento, già angosciato dal tempo che mi separa dal lunedì successivo.

Non riesco a fare nulla, a concentrarmi su nulla, nemmeno su quello a cui vorrei dedicarmi. Acquisto un pezzo nuovo per il telescopio, ma poi rimane settimane nella sua scatola, inutilizzato, perché non ho le energie mentali per montarlo e provarlo. Dovrei iniziare a prepararmi per l'eclissi di agosto, studiare l'itinerario, magari prenotare qualcosa, fare prove con le macchine fotografiche, leggere quel libro che ho comprato apposta, ma nulla: il libro giace abbandonato sulla scrivania da mesi, prende polvere, e quegli accessori che ho comprato stanno nella valigia delle attrezzature completamente inutilizzati. La mia vita se ne va, giorno dopo giorno, a una velocità stratosferica, non riesco a fermarla, né a viverla. La guardo scivolare via senza opporre alcuna resistenza, senza riempirla in alcun modo. Ho trascorso tutto l'inverno a dire ai ragazzi che saremmo andati a sciare almeno una seconda volta, ma alla fine non ci ho nemmeno provato, ho lasciato andare weekend dopo weekend, sdraiato a letto, incapace di alcuna reazione.

Lavoro, sì, ma lo sforzo richiesto da qualunque attività, anche irrilevante, mi sfianca. Non riesco a concentrarmi, rimando tutto, ho la soglia di attenzione completamente a zero, diluisco all'infinito e cerco di rimanere il più possibile al di fuori di tutto, nell'impossibilità ovviamente di farlo. Giornate infinite, trascorse alla scrivania in camera mia, seduto davanti al computer, saltando di video conferenza in video conferenza, senza riuscire di fatto a seguire nulla, l'attenzione che dura meno dei cinque minuti iniziali, si stacca immediatamente e fugge altrove, al mio vuoto cosmico, per quanto mi sforzi e per quanto cerchi di rimanere focalizzato, almeno per intervenire a proposito quando devo. È una fatica spaventosa, che mi consuma, mi esaurisce, mi svuota di ogni briciolo di energia.

La lista delle cose da fare, delle quali dovrei occuparmi in prima persona, si allunga inesorabilmente giorno dopo giorno: righe scritte a mano sul mio quadernetto, annotate con una grafia incomprensibile persino a me stesso anche solo dopo pochi minuti che le ho scritte, improbabile to-do list per cercare almeno di tenere traccia di ciò che mi compete, note che si aggiungono una sotto l'altra, in ordine progressivo, senza che mai davvero nessuna di esse si chiuda o si risolva, semplicemente procrastinate fino all'improcrastinabilità, nella speranza che si esauriscano da sole senza alcun mio intervento, o almeno cercando un appiglio per ciascuna di esse, un qualunque appiglio a giustificare il fatto che non me ne sia in realtà mai occupato.

Quando posso, semplicemente, sto alla scrivania con gli occhi chiusi. Dormo, a volte. Cerco di arrivare la sera il prima possibile. Aspetto la fine del mese, quando finalmente posso staccare un'altra fattura e allungarmi la sopravvivenza per un altro po' verso quel traguardo difficilissimo da raggiungere, ancora lontanissimo, che in realtà arriverà in un lampo, ma il cammino verso il quale è ancora complicatissimo e assai lungo, e per cosa poi, in realtà? Per ritrovarmi ormai vecchio, con le risorse al minimo, senza un piano fattibile, senza energie, verosimilmente da solo e con la necessità comunque di sopravvivere a un me stesso ormai scomparso da anni.

L'altra sera lei mi ha detto "siamo diventati trasparenti". Ecco, sì. Siamo diventati trasparenti. E questa cosa mi uccide lentamente, perché mi sembra impossibile ed è del tutto evidente che sia così. Perché agisco - o vorrei agire - e mi comporto - o vorrei comportarmi - come se non fosse così, ed è imbarazzante anche solo da pensare, ancor più non arrendersi e non accettare la condizione, non adeguarvisi, non rassegnarsi e indirizzare altrove lo sguardo. 

Questa mattina stavo facendo una rassegna del tempo che se ne è andato senza che riesca a capacitarmene, a rendermene conto. Sei anni dal Covid. Sette anni dalla fine con L. Sei anni dall'ultima volta che ho visto A. Un anno e mezzo dall'ultima che io e G siamo stati insieme, quasi due da quando c'eravamo conosciuti: ogni mattina, quando passo davanti a quel bar in mezzo al parco dopo avere accompagnato mia figlia a scuola, non posso non girare lo sguardo per un istante verso quel tavolino all'esterno, rivedere l'immagine di noi due seduti lì e tornare coi ricordi a quel sabato mattina di inizio aprile. Dieci anni che vivo qui, la casa dove ho vissuto di più in assoluto nella mia vita. Sedici anni dal divorzio, un abisso ormai, un'altra vita, un altro universo proprio, così distante. Quattro dall'intervento al cuore e dalla diagnosi del NET. Più di quattordici da quando io e L. ci siamo conosciuti: due vite fa, per lei. Più di dodici da quella sera a Graz. Ventiquattro dall'Overland. Diciannove dalla mia vita in Polonia. Uno e mezzo dall'ultima volta che ho fatto l'amore, che poi amore non era. Una sola volta a sciare negli ultimi due anni. Quasi tre dall'ultima volta che sono stato in montagna davvero. Quasi due dall'ultimo viaggio, ma in realtà, se parliamo di viaggi veri, a lungo raggio, sono sei, quattro dall'ultimo coi ragazzi in Slovenia a vedere gli orsi, e per chiamare "viaggio" quello ci vuole davvero uno sforzo concettuale. Sei dalla mia ultima volta in Giappone, dalla mia sciata a Nagano, dalla fuga a Singapore e in Qatar, dal mio ultimo vero volo.

Sei dalla mia prima foto a un transito solare a alla cometa Neowise, l'inizio della mia avventura con l'astrofotografia. Dodici dalla malattia di papà, fra qualche mese dodici dalla morte. Dodici anni senza mio padre. A tratti mi sembra incredibile che mio padre sia davvero mai esistito nella mia vita. Trentasei anni da quando mi sono laureato. Trentacinque da quando sono partito militare. Questo mi sembra addirittura molto meno di quanto dovrebbe essere, per quanto è stato un periodo così alieno della mia vita. Quarantasei dal mio primo bacio: anche questo in qualche modo mi appare molto più vicino di quanto lo percepisca dentro di me, mi sembra sia passata una vita intera, e in effetti quarantasei anni lo sarebbero. Trentanove dalla spedizione alle Svalbard, trentasei dalla mia Patagonia, quarantuno dal mio primo quattromila, diciotto dall'ultimo, diciassette dalla mia ultima avventura in alta quota, la rinuncia definitiva alla mia montagna. Sedici anni dalla maratona, la mia ultima gara, diciotto dalla prima mezza maratona. Due dalla morte di P.

Trentadue da quando io e B. ci siamo lasciati, e lei oggi viene a vedere il mio profilo LinkedIn, per due volte in due settimane. Sono diciassette anni dall'ultima volta che ci siamo scritti e non era stato un bello scambio. Perché viene a cercarmi a diciassette anni di distanza? Mo., per esempio, non lo hai mai fatto, e sono trascorsi ventuno anni dall'ultima volta che ci siamo scritti, ventisei dall'ultima che ci siamo visti, trentasei da quando ci siamo lasciati. Ma., invece, mi ha scritto qualche mese fa, a quattordici anni dall'ultima volta che ci siamo incontrati a Chamonix, ventisette da quando ci siamo lasciati. Tornano tutte. D. non la vedo da forse ventidue anni, più o meno diciassette dall'ultima volta che mi ha scritto all'improvviso. 

Abissi. Abissi dietro e dentro di me. Tempo che scorre via con una velocità pazzesca e più il mio tempo quotidiano scompare nel nulla, più sono spento e le giornate si svuotano nella depressione, più la somma dei giorni che passano aumenta con una rapidità fuori controllo, mi giro e il tempo all'improvviso non c'è più, andato per sempre, non vissuto, irrecuperabile. Io invecchio e divento sempre più trasparente, a tutti e a me stesso.

Ripenso ancora, a volte, a quei giorni di settembre di due anni fa. Mi capita sempre meno, ma ci ripenso. Sono ormai lontanissimi anche quelli. Vorrei autocommiserarmi e dire che le ferite profondissime che hanno lasciato non si sono mai rimarginate e non lo faranno mai, ma non è vero, non del tutto perlomeno. La verità nuda e cruda è che il tempo non fa mai sconti, nemmeno questa volta. Quello che non è stato, o che è durato un battito di ciglia, per quanto profondo e devastante abbia potuto essere in quei momenti, non può davvero lasciare solchi incolmabili. Rimarrà un segno, non c'è dubbio. Ma tutto quel dolore, quell'inutile dolore, è diventato nei mesi un rumore di fondo, uno spiacevole compagno che di tanto in tanto riaffiora, un senso di incompiutezza e la consapevolezza di quello che non è stato e, forse, avrebbe potuto essere, se solo lei lo avesse voluto.

Mi mancherà per sempre G., per sempre. Ma sarà più l'idea di lei a mancarmi, che non noi due, un noi due che alla fine non è in realtà mai davvero stato, se non nella mia testa. Rientrerà un po' alla volta nell'ordine delle cose, avrà una sua collocazione periferica e marginale nel mio passato, per quanto triste e miserevole possa ora apparirmi, considerato quanto dolore, quanto dolore in cambio di un istante infinitesimo di armonia, abbia portato nella mia vita. Alla fine, l'unica che non riuscirò mai davvero a chiudere in uno scomparto e a risolvere fino in fondo con me stesso, rimarrà A. È come ho scritto in conclusione a quel libro che giace in fondo alle cartelle del mio computer: è davvero riuscita nel suo intento. 

Ho chiesto a S. di venire con me in Spagna. Ci ho pensato per settimane, per mesi a questo punto, se chiederglielo o meno. Mi sono domandato a lungo se per una volta fosse semplicemente paura di partire da solo, angoscia, se rappresenti solo un sostituto emotivo, come teme lei, o se davvero io creda che abbiamo delle carte solide da giocarci, razionalmente solide, sulle quali valga la pena investire quel che resta del nostro futuro, provarci seriamente una volta per tutte.

La verità è che non lo so. Ho la misura del come stiamo bene questi mesi in questo strano assetto che ci siamo dati, che tutto sommato poi strano non è affatto, e della qualità del raro tempo che stiamo trascorrendo insieme da qualche mese a questa parte. Un tempo centellinato, misurato, ben confinato e pure fluido allo stesso tempo, ma tempo di qualità vero, che desideriamo, che è un angolo di serenità, di legame vero, di complicità. Di amore, perché per me lo è. A cui manca certo un progetto, al quale però si può forse lavorare, conoscendoci, ormai. Ma la domanda, reale, è se sia davvero un progetto a esserci sempre mancato. Se sia solo un progetto, o non manchi in realtà altro. 

Passo la mattina davanti a quel bar nel parco e me lo chiedo, sempre. Non ho la risposta. So solo che quel sabato di inizio aprile io un progetto lo avevo eccome, fin dall'inizio, chiarissimo nella mia testa, e il mio centro di gravità non avrebbe potuto essere altrove al mondo se non a quel tavolo a dividere quel progetto. Non è andata così e tutto quel che ho condiviso di mio nei mesi seguenti, e che mai avevo condiviso con altre in vita mia, è andato perduto, sprecato, consumato nel nulla senza alcune ragione se non la mia cecità. Oggi è solo rimpianto per averlo condiviso con chi non meritava. 

Passo davanti a quel tavolino e mi chiedo se sia davvero un progetto a mancare a me ed S. Ripenso a quando un paio di mesi fa chiesi a P. quale fosse la differenza, se mai ci fosse, fra quell'armonia infinita che avevo provato come mai prima con G. quei giorni di settembre di due anni fa, e quella che provo oggi ogni volta che incontro S. e passiamo del tempo insieme. Non posso non pensare alla risposta, nettissima e senza esitazione, di P.: il centro di gravità. Esattamente lo stesso concetto che ho provato a spiegare io a G. per oltre un anno.

Bacio S., ancora, dopo sei anni, a due anni di distanza dall'ultima volta, e mi domando dove sia il mio centro di gravità mentre ci baciamo. E la risposta è che non lo so. So che non è nello stesso posto di dove è stato, per un brevissimo tempo, per un battito di ciglia, con G., né di dove è stato per molti anni con A. Non posso non constatare che in entrambe le occasioni, però, è stato nel posto sbagliato e ha fatto danni quasi irreparabili, spostando rovinosamente il mio equilibrio verso l'autodistruzione. 

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